La donzella rispose umile e piana: —Io tel dirò, da poi che 'l vuoi sapere. Figliuola i' son della fata Morgana, di quella donna che guarda l'avere. Molto gran tempo i' son stata lontana, e sí t'ho disiato pur vedere. Pulzella Gaia m'appella la gente: or di me prendi gioia allegramente.—
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Messer Galvan non fece piú dimore, abbracciò la donzella, a quel ch'io sento, e della rama ben ricolse il fiore della donzella piena d'olimento. E disse:—Ogni bellezza, o dio d'amore, m'avete data qui a compimento!— E cosí stetton fin nona passata Galvano con la rosa imbalconata.
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Messer Galvano allor s'arricordava della testa ch'avea messa al paraggio; forte cominciò a pianger, lagrimava, perduto ebbe 'l colore del visaggio. La damigella allora li parlava, dicendo:—Cavaliero pro' e saggio, la veritá mi di' senza tardanza: forse non t'è 'n piacer ch'io sia tu' amanza?—
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Messer Galvano disse:—Anima mia, di te mi tegno ricco e piú pagato che se lo mondo avessi in mia balía e 'l paradiso poi mi fosse dato. Ma da te mi part'or con gran dolía, mai non credo vederti in nessun lato. A corte e' mi conviene andar morire, c'ho fatto un vanto, e nol posso fornire.—
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E la Pulzella disse:—O amor mio, to' questo anello e teco il porterai. Quante cose che son di sotto a Dio, se tu gliele addimandi, tu le avrai. E, quando mi vorrai al tuo desio, a questo anello m'addomanderai. Ma non manifestar la gioia avuta, ché l'anel la vertú avria perduta.—
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