XLIV, 6 A omai per niente
XLV, 5 A ismon[tando].
II
I due cantári di Pulzella gaia si leggono in un cod. del sec. XV, appartenuto giá alla biblioteca Saibante di Verona, e poi posseduto dal marchese Girolamo d'Adda di Milano [ C ]. I cantári sono dati dal ms. in una forma assai diversa da quella che qui si riproduce, e cioè "vestiti per metá alla veneta". Il Rajna, che li scoprí, sostiene che la forma originaria fosse toscana, e a questa li ricondusse nell'edizione che ne diede nel 1893: Pulzella gaia, cantare cavalleresco, Per nozze Cassin-D'Ancona, 21- 22 gennaio 1893, in-8, pp. 44 (Firenze, tip. Bencini).
Per dare un saggio della lezione del codice, riproduco di sulla copia, che mi ha comunicato il Rajna, le prime quattro ottave del primo cantare:
1
Ora me intendeti, bona zente, tuti quanti in chortexia et in bona ventura: dire ve volio de li chavalieri aranti, ch'al tenpo antigo andava a la ventura. In chorte de lo re Artus li sedeva davanti, segondo come parla la scritura, in schomenziamento de miser Troiano, che feze avanto con miser Galvano.
2
Miser Troiano sí disse:—Ho chompagnone con tieco e' volio inpignar la testa, chi dirano piú bela chazaxone de nulo chavalier di nostra jesta.— Quando eli fezeno la inpromisione, alo re e ala rajna feze richiesta; e zaschaduno la testa si inpignava chi piú bela chazaxone si aprexentava.
3