8. Li tre | compagni | li quali si diedero la fede di andare per il | mondo cercando la lor ventura, e come | la trovorno.—Cosa | bella | e | da | ridere. In Lucca, 1823, presso Francesco Bertini, con approvazione.—Di pp. 32 e 111 ott. Inc.: "O musa se io d'Ascrea adesso al fonte" fin.: "Sol le rimaser due palmi di coda".
Ho tenuto sottocchio, durante l'edizione dell' Istoria, le tre stampe fiorentine 4-5-6, le quali non presentano notevoli varietá se non nella prima ottava, che in 4 e 5 è cosí:
Giove, sia quel che sia, in me medemo e' mi conceda grazia in ogni lato ch'i' possa raccontar quanto vedemo e d'udito c'è stato ragguagliato, ecc.
Il testo di queste stampe è assai guasto ed ha richiesto molti e pazienti restauri. Citerò un solo caso. Dopo la guarigione delle damigelle, la principessa, dicono le stampe, fece dare a Biagio "anche cento ducati". Con questi cento Biagio ne rende quattrocento dei cinquecento promessi al medico, che gli aveva data la zimarra (cant. II, ott. XXXII, i) e poi 50 per i servi (XXXIII, 6)! Dunque è evidente che non "anche cento" si debba leggere, ma "seicento": basterebbero per il computo nostro anche cinquecento, ma questa cifra ha una sillaba di piú, per la misura del verso.
Il libercoletto n. 6 è molto piú scorretto del n. 5 e deriva da esso, come dimostra il fatto che la xilografia, che è al principio, riproduce quella del n. 5 rovesciata.
È inutile ch'io riferisca le numerosissime varianti della mia edizione rispetto a quelle popolari. Quasi in ogni verso ho dovuto restituire le sillabe mancanti o potare senza misericordia zeppe ed esuberanze infinite. Ho creduto opportuno di dividere il poema in due cantári, perché non è possibile che la recitazione potesse durare cosí a lungo e l'attenzione del pubblico sostenersi per piú di cento ottave. Nel dividere i cantári, ho seguito la partizione stessa della materia, sicché la spezzatura non è arbitraria, ma logica e quasi organica nello svolgimento dell'azione. Il primo cantare comprende la perdita della borsa, del corno e del tappeto; il secondo il riacquisto dei tre oggetti miracolosi mediante i fichi buoni e i fichi malvagi recati alla corte della principessa scaltra.
V
La donna del Vergiú fu pubblicata da Salvatore Bongi nell'opuscolo: La Storia | della | donna del Verziere | e di messer Guglielmo | Tratta da un codice riccardiano del secolo XV | Lucca, Per B. Canovetti, 1861 (in-8°, pp. 32). Ediz. di cento esemplari. Il codice riccardiano, annunciato nel titolo, è il 2733 "scritto, da un cosí bestiale copista, che, non contento di vituperarla [la Storia] con ogni sorta di errori ortografici, l'avea a tal ridotta, che spesso mancava il numero del verso, il senso e la rima. Onde in varie ottave ha bisognato usare qualche arbitrio e correggere assai, perché il discorso e il metro corressero". Il Bongi era uomo di gusto assai fine, e perciò le sue correzioni hanno sempre qualcosa di seducente e di aggraziato; ma sono cosí numerose e cosí profonde, che si può dire che il testo del cantare pubblicato non ha piú nulla a che fare con quello originario. Sopra settanta ottave, quindici sono interamente rifatte a capriccio dell'editore: la povera Donna del Vergiú, tra le "bestialitá" dell'antico copista e gli accorgimenti del moderno editore, ne uscí tutta impiastricciata e camuffata come di carnevale. Per conseguenza tutte le citazioni, che sono state fatte da questo testo, sono sbagliate e tutte le illazioni storiche e filologiche, che se ne sono tratte, non hanno nessun valore e poggiano sul vuoto.
I manoscritti del cantare della Donna del Vergiú sono tre: quello conosciuto dal Bongi e altri due.
D.—Codice Riccard. 2733. È un grosso volume cartaceo (di 176 carte), scritto sul principio a due colonne, poi a pagina intera, con iniziali rosse e azzurre, sempre dalla stessa mane Lo scrittore cosí si rivela al principio del libro: "Xpo (Cristo) M. cccc.° lxxxj.°. Questo libro si è di Fruosino di Lodovicho di Cecie da Verazzano, el quale è ttitolato La Storia d'Arcita e Palamone chomposta in versy pello famosissimo poeta messere Giovanni Boccacci fiorentino; e di poi ci è scritto altre dilettevole storie e chantary in versi, chomposti da ppiú persone valentissimi; el quale libro si scrisse per me Fruosino detto, l'anno 1481, del mese di luglio e d'aghosto, sendo chastellano del Palazotto di Pisa, per piacere. Addio sia gratia".—Alla fine (c. 176 B) abbiamo un'altra nota di Fruosino: "Chompiessi di scrivere questo testo di questo libro per me Fruosino di Lodovicho di Cece da Verazano, questo di XXVIIII° di agosto 1481, nel Palazotto di Pisa, sendo castellano".