Il cantare comincia a c. 112, con questo titolo: Chomincia la storia della Donna del Vergú et di messer Guglielmo, piacevolissima choxa, e finisce dopo dieci carte (c. 122) coll'" explicit ": "Finita è la storia della donna del vergú". Il Bongi ha chiamato "bestiale" la copia di Fruosino da Verazzano, e non a torto. È una ridda di sfarfalloni comicissimi: "dir loro" per "dirlo" (IV, 7), "latrova" per "latrava" (IX, 7), "tita" per "cita" (V. 1), "mostrerotoli" per "mostrerolti" (XLIII, 8), "nemica" per "una mica" (LIII, 6), "Didio" per "Dido" (LX, 6), "si vera" per "chi vi era" (LXIV), "chuore" per "errore" (LXVII, 6;, ecc. Moltissime volte i versi sono disposti in ordine inverso e tutti frammescolati per entro le ottave, come scossi da un terremoto. Né si contano i versi manchevoli di una, due o tre sillabe, o gli endecasillabi di 12, 13, 14, 15, persino 16 sillabe! Un esempio per tutti (XI, 6-7):
diciendo se altro non a interviene preghiamo iddio che questo dilettoso tempo basti.
E.—Codice Bigazzi 213 della Biblioteca Moreniana (proprietá della prov. di Firenze)—È un ms. cartaceo della fine del sec. XV o dei primi anni del sec. XVI, legato tra due assicelle di legno, di cc. 150 nuovamente numerate, piú VII in fine. Non v'è dubbio che fu scritto nel territorio pisano-lucchese, come dimostra lo scambio costante dello "z" e dell'"s", in "sita" (zita), "sambra" (zambra), "caressa" (carezza), "letisia" (letizia), ecc, e per contro "mizura" (misura), "tezoro" (tesoro), "chazo" (caso), "uziate" (usiate), "Luzingnacha" (Lusignacca). A Pisa ci richiama anche il poemetto del Giuoco del Mazza scudo (cc. 82-89), e la nota che vi si riferisce alla fine della c. 82 B: "Inchomincia il giocho del massa schudo lo quale si solea fare im-Pisa, restossi di giochare in del m. cccc°. vij". Il cantare della Donna del Vergiú comincia a c. 20 e segue fino a c. 31, a tre ottave per pagina, ed è cosí intitolato: "qui inchomincia la donna del verzú". Il cantare conta 68 ottave: mancano le ott. 67 e 68 della mia edizione e vi è in piú un'ottava [64 bis], di cui parlerò piú innanzi. Il testo è molto piú corretto di quello riccardiano, ma è pur sempre ben lontano dall'originale. Non vi si contano i versi ipermetri, non giá per errore del poeta, ma per sciatteria del copista. Nell'ottava 19 i vv. 4 e 6 sono fuori di posto; nell'ott. 35 un verso è interamente rifatto, e ne vien meno la rima ("usa": "mizura"); nell'ott. 38 in luogo del "fiume" di luce del paradiso, abbiamo un "lume" di luce rilucente, e poi "chostui" (XXXVIII, 6) per "chostume" in rima; "duchera" (XLI, 6) per il "duca ch'era a tavola", ecc.
È curioso il fatto che di un cantare, che ebbe una cosí larga celebritá nel Trecento, non possediamo se non due soli manoscritti; e questi sono tutti due pisani. Fruosino da Verazzano è veramente fiorentino; ma la Donna del Vergiú la trascriveva a Pisa nel luglio del 1481, essendo castellano del Palazzotto, come abbiamo udito da lui medesimo. Perché poi la mia pellegrina rondinella leggendaria si sia annidata a Pisa, non saprei dire davvero.
F.—Questo è un codice che io non ho visto e non so dove sia. Ne parla il Passano: "Il r. p. Sante Mattei carmelitano conserva un frammento di manoscritto contenente questa novella, col quale in piú luoghi si potrebbe emendare la stampa. V'ha pure un'ottava di piú [che non ho riprodotta nella mia ediz., perché la giudico un'inutile aggiunta, sebbene sia riferita anche da E ] ed è la seguente:
[64]
dicendo tutti sien per simil crimine colla francesca di paol darimine.
[64 bis]
El duca avea di quella morte colpa del barone et della Dama felice ondegli per tristitia si discolpa come q_ue_sta leggienda conta et dice. Ella duchessa fortemente _in_colpa chiamandola malvagia moritrice. Et pentesi che gliele avea contato et lui che gliele avea rimproverato.
Della mia ricostruzione critica ecco le varianti principali dei mss. D (riccard.) ed E (moreniano):