Messer Galvano forte lagrimava, e disse:—Lasso! ch'io mi rendo morto.— E a quell'anello pur si richiamava: —Di quel ch'io dissi i' non mi fui accorto!— e fortemente lui lo scongiurava: —Or mi soccorri, ch'io son a mal porto!— All'anel non valea lo scongiurare, ché piú vertude e' non poteva fare.
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E 'l terzo giorno disse la regina: —Ciascuno del suo vanto sia fornito.— Messer Galvan di pianger non rifina, e nello viso tutto era smarrito. E sí chiamava:—O giovane fantina, Pulzella Gaia dal viso chiarito: se a te pur piace ch'io non sia morto, ora mi scampa, ch'io son a mal porto!—
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Del terzo giorno fu il termin passato, all'anel non valea lo scongiurare; e per Galvano allora fu mandato, che tosto ei si dovesse apparecchiare venire a corte, dove è giudicato che a lui bisogna la testa tagliare. Drappi di seta nera ei s'è vestito: messer Galvano alla corte fu ito.
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Disse lo re Artú:—Vegnami avanti lo ciocco, e la mannaia, e la mazza, con i baroni e cavalieri erranti, e tosto tutti vadan ver' la piazza.— Piangendo se ne andavan tutti quanti; messer Galvano ciascuno sí abbraccia. Donne e donzelle, tutte allor piangea d'un sí pro' cavalier ch'elli perdea.
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Messer Galvan, lo nobile barone, lo ciocco e la mannaia lui portava; e questo fea perch'elli era ragione; ed aveal tolto a colui che 'l guidava, dicendo:—Poi ch'i'ho fatto tradigione alla Pulzella, che tanto mi amava, dappoi ch'i'ho fallato allo mio amore, ben è ragion ch'io muora con dolore.—
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