GIGLIO. Hora, que non fazite quello que era concertado entra nos?
PASQUELLA. La mia padrona è maritata; e questa sera faciam le nozze; e ho da far tanto ch'io non posso attendere. Aspetta a un'altra volta. Uh come son rincrescevoli!
GIGLIO. Alla magnana, ah? Domattina, digo. Non es á si?
PASQUELLA. Lascia fare a me; ché mi ricordarò di te, quando sará tempo; non dubitare. Uh! uh! uh! uhimene!
GIGLIO. Voto á Dios que te daré escuccilladas per la cara, se otra veze m'engannes.
SCENA V
CITTINA figliuola di Clemenzia balia, sola.
Io non so che stripiccio sia drento a questa camara terrena. Io sento la lettiera fare un rimenio, un tentennare che pare che qualche spirito la dimeni. Uhimene! Io ho paura, io. Oh! Io sento uno che par si lamenti; e dice piano:—Aimè! non cosí forte.—Oh! Io sento un che dice:—Vita mia, ben mio, speranza mia, moglie mia cara.—Oh! Non posso intendere il resto: mi vien voglia di bussare. Oh! Dice uno:—Aspettami.—Si debbono voler partire. Odi l'altro che dice:—Fa' presto tu ancora.—Che sí che rompon quel letto? Uh! uh! uh! Come si rimena a fretta a fretta! In buona fica, ch'io lo voglio ire a dire alla mamma.
SCENA VI
ISABELLA, FABRIZIO e CLEMENZIA balia.