CLEMENZIA. Queste son cose da pazzarelle; e non è altro ch'agiugner legna al fuoco, se non sei certa che, facendolo, piaccino al tuo amante. E di che 'l servi tu?

LELIA. Alla tavola, alla camera. E conosco essergli venuta, in questi quindici dí ch'io l'ho servito, in tanta grazia che, se in tanta gli fusse nel mio vero abito, beata a me!

CLEMENZIA. Dimmi un poco: e dove dormi tu?

LELIA. In una sua anticamara, sola.

CLEMENZIA. Se, una notte, tentato dalla maladetta tentazione, ti chiamasse ché tu dormisse con lui, come andarebbe?

LELIA. Io non voglio pensare al mal prima che venga. Quando cotesto fusse, ci pensarei e risolvereimi.

CLEMENZIA. Che dirá la gente, quando questa cosa si sappia, cattivella che tu sei?

LELIA. Chi lo dirá, se non lo dici tu? Or quello ch'io vorrei che tu facesse è questo (perch'io ho veduto che mio padre tornò iersera e dubito che non mandi per me): che tu facesse sí che, fra quattro o cinque giorni, non ci mandasse; o gli desse ad intendere ch'io sono andata con suor Amabile a Roverino e, fra questo tempo, tornarò.

CLEMENZIA. E questo perché?

LELIA. Ti dirò. Flamminio, com'io ti dissi poco fa, è innamorato d'Isabella Foiani e spesso spesso mi manda a lei con lettere e con imbasciate. Ella, credendo ch'io sia maschio, si è sí pazzamente innamorata di me che mi fa le maggior carezze del mondo; ed io fingo di non volerla amare, se non fa sí che Flamminio si levi dal suo amore; e ho giá condotta la cosa a fine. Spero, fra tre o quattro giorni, che sará fatto e che egli la lasciará.