CLEMENZIA. Dico che tuo padre m'ha detto ch'io venga per te; e ch'io voglio che tu te ne venga a casa mia, ché mandarò pe' tuo' panni; e non voglio che sia veduta cosí, se non che dirò ogni cosa a tuo padre.
LELIA. Tu farai ch'io andarò in luogo che mai piú mi vedrete né tu né egli. Fa' a mio modo, se tu vuoi. Ma non ti posso finir di dire ogni cosa. Sento che Flamminio mi chiama. Signore! Aspettami fra un'ora in casa, ché ti verrò a trovare. E sai? abbi avertenzia che, domandandomi, mi chiami Fabio degli Alberini, ché cosí mi fo chiamare; sí che non errare. Vengo, signore! Addio.
CLEMENZIA. In buona fé, che costei ha veduto Gherardo che viene in qua; e però s'è fuggita. Or che farò io? Di costei non è cosa da dire al padre e non è da lasciarla star qui. Tacerò fin che di nuovo gli parli.
SCENA IV
GHERARDO vecchio, SPELA suo servo e CLEMENZIA balia.
GHERARDO. Se Virginio fa quanto m'ha promesso, io mi vo' dare il piú bel tempo ch'uom di Modena. Che ne dici, Spela? Non farò bene?
SPELA. Credo che molto meglio fareste a far qualche bene ai vostri nepoti, che stentano, e a me, che v'ho servito tanto tempo e non mi so' pure avanzato un par di scarpe; ch'io ho paura che questa moglie non vi mandi qui o che la vi faccia… So ben io.
GHERARDO. Vorrò che tu vegga s'ella si terrá ben pagata da me.
SPELA. Credolo: ché, dove un altro la pagarebbe di grossi e di cinquine, e voi la pagarete di doppioni e di piccioli.
GHERARDO. Ecco la sua balia. Taci, ch'io voglio astutamente domandare che è di Lelia.