CLEMENZIA. Oh che bel giglio d'orto da voler moglie sí tenera! Credi che fusse ben condotta, quella povera figliuola, nelle man di questo vecchio rantacoso? Alla croce di Dio, che io la strozzerei prima che voler ch'ella fusse data a questo vieto, muffato, baboso, rancido, moccioso. Io ne voglio un poco di pastura. Lassamigli accostare. Dio vi dia il buon dí e la buona mattina, Gherardo. Voi mi parete, questa mattina, un cherubino.

GHERARDO. E a te ne dia centomila e altri tanti ducati.

SPELA. Cotesti starebbon meglio a me.

GHERARDO. O Spela, quanto sarei stato contento s'io fusse costei!

SPELA. Perché avreste, forse, provati molti mariti, ove non avete provato se non una moglie? O pur il dite per altro?

CLEMENZIA. E quanti mariti ho io provati, Spela? che Dio te faci spelar da le mosche! Hai tu forse invidia di non esser stato un di quelli?

SPELA. Sí, per Dio! ché la gioia è bella, almanco.

GHERARDO. Tace, bestia, ché non lo dico per cotesto, io, no.

SPELA. Perché lo diceste adunque?

GHERARDO. Perché arei tante volte abbraciata, baciata e tenuta in collo la mia Lelia dolce, di zuccaro, d'oro, di latte, di rose, di non so che mi dire.