Isabella in Firenze.
Ritenuta[458] per insino a stasera, che ho auta la vostra degli otto, che m'è istata gratissima: duolmi solo lo intendere abbiate auto iscesa[459] già 2 notte. Avisate ispesso come istate. Da Cavalcante intenderete di mio essere. E la Simona e la Caterina[460] ci sono istate da poi tornai. Io non insalerò qui carne, come da Cavalcante intenderete; e così del tagliare le legne a Poppiano: e darete aviso di quello vi paia da fare e quando. Non dirò altro. Attendete a riguardarvi, e così farò io. Idio ci dia grazia ci rivegiàno sani.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario di Castracaro
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Castracaro.
XXI NOVEMBRE MDCCCLXXXIII.
PER LE NOZZE
DI
Annetta de' conti Guicciardini
COL NOBIL GIOVANE
Carlo Martelli.
A chi ha letto queste pagine di carteggio familiare così schiettamente donnesche, sì urbanamente fiorentine, con tal semplicità assennate, con tanta dignità affettuose, se non dove un po' di malinconia talvolta le annebbia, chiedo di poter comunicare alcuno de' pensieri che a me, cavandole dagli originali,[461] si aggiravano per la mente. E prima lo chiedo a Lei, gentile Annetta, che non isdegnerà riporre questo libretto fra i preziosi ricordi della casa donde esce, figliuola e sorella dilettissima, per adornare del suo ingenuo sorriso, allegrare del suo tenero affetto, confortare della sua mite e serena bontà, la nuova famiglia, che alla sposa desiderata apre festeggiante le braccia. Le memorie della casa sono sacre ad ogni animo bennato: e il lustro del nome, la nobiltà dei natali, ne impongono più gelosa la custodia, quando esse non sono patrimonio solamente domestico ma cittadino. Pio culto, pel quale da secolo a secolo le tradizioni si rannodano, gli esempi rinverdiscono, e si avvicinano in certo modo e congiungono gli spiriti. Nè con altri intendimenti io ho quasi chiamata partecipe alla gioia delle sue nozze questa onoranda matrona dei Guicciardini, moglie di Luigi, cognata di quel Francesco il quale fra le glorie italiane è delle maggiori e che per volger d'età non tramontano.
E pensavo, trascrivendo per Lei queste lettere, quanto la Isabella ritragga in atto di quell'ideale di donna, che ne' loro libri di governo familiare delinearono i nostri buoni antichi. I quali, «avendo sopra tutte le cose per la più gioconda il far bene i fatti propri» (diciamolo con le parole dell'aurea fra quelle scritture), ma non per essi dimenticando il dovere di «attendere e servire alle cose pubbliche», volevano ripartiti acconciamente i carichi e le incombenze, e lodavano «chi alla donna sua lascia il governo della casa e delle cose minori, e per sè ritiene ogni faccenda virile e debita agli uomini»; di guisa che «l'uomo rechi a casa, la donna serbi e difenda le cose e sè stessa con timore e sospezione; l'uomo difenda la casa la donna e i suoi e la patria, non sedendo, ma esercitando l'anima e il corpo, con virtù con sudore e con sangue.» Così madonna Isabella, pel marito Commissario in Arezzo, in Romagna, in Pisa, in Pistoia, curava le faccende domestiche; e gliene scriveva di villa queste lettere, che tanto è a dolere non ci siano rimaste in maggior numero, quant'è certo che il marito, uomo di poco facil contentatura, le aveva carissime. «Quando sarai stata qualche dì a Poppiano, scrivimi come vi stanno le cose,» leggiamo in una sua «.... e se la frasconaia posta questo anno mette bene, et e' capperi et e' nocciuoli posti questo anno,.... e come mostrono li ulivi e le vite....». Ed ella medesima a lui: «Abbiatemi per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse vorresti e io ancor vorrei....».
Intendo le difformità che i mutati tempi pongono tra il vivere, anche domestico, di ora e di allora: leggi, costumanze, istituzioni, dissimili; differenza di sentimenti, impressioni, affetti; relazioni sociali altramente determinate; civiltà che dell'invecchiamento ha le migliorie e le magagne; agi alla vita procacciati dalle gloriose vittorie dell'umano ingegno sulla natura; animi e corpi diversamente temperati: nè Ella certamente ritornerebbe oggi di villa in città, nel modo che all'ava sua, ancorachè di salute mal ferma e di età inoltrata, pareva non disadatto, cioè «sulla mula», lasciando stare la lettiga come morbidezza troppo squisita. Nonostante tuttociò, sia lecito a noi poveri studiatori di carte antiche, vagheggianti a lume di lucerna gli splendori di quelle età, credere che anche nel pratico della vita, fatta pur ragione di quante diversità ed eccezioni si vogliano, le memorie de' nostri vecchi possano utilmente risuscitarsi; che possa qualche volta una gentildonna del secolo decimonono rammentarsi opportunamente di ciò che facevano e come facevano quelle che hanno portato il suo nome tre o quattrocent'anni fa. Al qual proposito mi sembra che in queste pubblicazioni nuziali dall'antico, delle quali è ormai invalsa la lodevole usanza, sarebbe gentil cosa si preferissero scritture, non dirò sempre di donne, ma che abbiano comecchessia del domestico: lettura più da sposi; e contributo alla storia, sì de' fatti e sì delle parole, non meno importante di qualsivoglia altro.
| PIERO di Iacopo di Piero di Luigi 1454-1513 m. Simona di Bongianni Gianfigliazzi. | |||||||||||||||||
| FRANCESCO 1482-1540 m. Maria d'Alamanno Salviati. | DIANORA m. Giov. Arrigucci. | GIROLAMO 1497-1555. Senatore nel 1551. m. Costanza de' Bardi. | BONGIANNI 1492-1549 | BONGIANNI † 1490 fanciullo. | |||||||||||||
| IACOPO 1480-1552 oratore per la Repubblica e a quella rimasto devoto, m. Cammilla de' Bardi. | MADDALENA m. a) Bartolommeo Nasi. b) Iacopo Vettori. | COSTANZA m. Lodovico Alamanni. | LUIGI 1478-1551. m. ISABELLA di Niccolò Sacchetti 1480-1559. | ||||||||||||||
| GUGLIELMETTA † 1509 fanciulla. | MARGHERITA m. a) Francesco Tornabuoni. b) Piero Bini. | PIERO 1511-1527 | LORENZO 1505-1509 | NICCOLÒ 1500-1557 m. Caterina di Lorenzo Iacopi. | SIMONA m. Pierantonio de' Nobili. | ||||||||||||
| SIMONA 1509-1512 | SIMONA m. Piero Capponi. | LUCREZIA | LAUDOMIA m. Pandolfo Pucci. | LISABETTA m. Alessandro Capponi. | Cinque figliuoli, tra' quali una Isabella e un Francesco. | ||||||||||||
Nei fatti chi prendesse occasione d'entrare dal carteggio di Luigi Guicciardini, troppe cose avrebbe a mano; e lungo anche sol l'accennarle. Quella famiglia, de' cinque figliuoli di messer Piero,[462] aspetta uno studio, e darebbe materia importante a un volume: e della vita di Francesco e degli atti suoi temo non si darà con sicurezza un giudizio compiuto, se prima non si faccia, poichè lo possiamo, un tal libro. Il quale mostrerebbe in che modo e per quali vie, entro agli animi di alcuni cittadini, e de' più valenti, l'amore della libertà e della patria e della roba si contemperassero nella devozione alla fortuna, di lunga mano preparata e quasi casa per casa, de' discendenti di Cosimo e Lorenzo de' Medici; e darebbe delle ambizioni, che ci paiono oggi pressochè parricide, non di messer Francesco Guicciardini solamente ma anche di altri altrettanto famosi, le ragioni di fatto, se non la morale giustificazione. Di quel libro personaggio principale sarebbe Luigi; e documenti importantissimi, le lettere fra lui e il figliuolo messer Niccolò, nel quale la famiglia presumeva rinnovare (secondochè parve ai contemporanei) con la dignità di dottore la grandezza dello zio Francesco: ma da questa era Luigi, almanco per certe qualità, un po' meno lontano. Fiero uomo Luigi Guicciardini; ed ebbe occasione di dimostrarlo: con lode di valore e di fermezza, quando si trovò Gonfaloniere di Giustizia nell'aprile del 27 a reggere la città che si rivoltava contro i Medici; con biasimo di crudeltà, quando Commissario mediceo a Pisa nel 30, ricevuta la città dal suo predecessore per la Repubblica, fece lui morire fra' tormenti. Nè quelle sue lettere, che sono a stampa, scritte al fratello dopo caduta la libertà, discordano da tali atti; come la descrizione, ch'ei volle dedicata a Cosimo duca, del Sacco di Roma lo chiarisce avverso a quella prepotenza straniera o, come dicevano, di barbari, della quale i Medici avrebber voluto, e fu impossibile, non aver a valersi nell'assoggettamento della patria. Ma sarebbero da cercare i suoi dialoghi e trattati; che ne scrisse e di politici (in alcuno de' quali pare intendesse vendicarsi del Machiavello, che l'avea figurato, tra gli altri medicei, nell'Asino d'oro), e di altro argomento intitolandoli dagli Scacchi. «Luigi se ne stava in villa,» scrive al Varchi il Busini, dandogli notizie della cittadinanza nel 27 ai tempi della libertà, «dove compose gli Scacchi, agguagliando quel giuoco a un buon padre di famiglia»: ma in effetto cotesto trattato (che si conserva fra i manoscritti Magliabechiani), dedicato a sua Eccellenza esso pure, è una «comparazione degli Scacchi all'Arte militare»; e mi par da rincrescerne, e da desiderare che il Busini non avesse sbagliato nell'attribuire a Luigi ciò ch'e' credette, al vedere, cosa da lui: perchè, invero, lassù in villa, cioè a Poppiano, nel vecchio riparo de' suoi maggiori, con la valente sua donna, erano luogo e compagnia adattissimi a scriver bene di quella materia familiare, come dimostrano le Lettere che io oggi do in luce.