Alle quali ogni discreto concederà volentieri il pregio delle parole: e parole vuol dire cose parecchie e importanti. Perocchè la parola, o la congegni il magistero d'uno scrittore o nel vivo de' fatti si atteggi spontanea, ha, come testimonianza storica, tanto grande valore morale, quanto forse nessun altro de' segni con che all'uomo è dato figurare il pensiero e l'affetto: massime se di secoli, come a noi i tre primi della nostra cultura, durante i quali lo scrivere, sì meditato e sì usuale, esemplava dalla consuetudine de' parlanti tuttavia incorrotta le schiette e native proprietà dell'idioma. Non so se cento, od anche meno, anni più tardi ci occorrerebbe in lettere di donna fiorentina una così graziosa pittura villereccia, come in queste di madonna Isabella, nè con tanto senso del vero. Leggendole, noi la vediam proprio, quell'accigliata massaia, tra le fantesche e i lavoratori, e i mugnai, e i maestri muratori, e i fattori, e gli opranti, assegnare, distribuire, pagare, registrar partite, riveder conti, conferire col cognato Bongianni, che di que' fratelli era come chi dicesse il castaldo; poi scrivere un po' per giorno, tra l'una faccenda e l'altra, le sue lunghe e particolareggiate lettere al marito, e riferirgli, e dimandare, e rammentare, e suggerire, e proporre: e il grano, e il vivaio, e la gora, e la vendemmia, e il vino e l'olio, e il forno e le legna, e il mercato a San Casciano, e le bestie da soma col garzon che le mena, e le provviste invernali compresovi un porcellino per insalare, e i lavori alla casa e alle fosse e al mulino; e poi le ragioni di chi dee dare e chi avere, e' contadini che lasciano i poderi e i nuovi che vi tornano, e chi son eglino, e i discorsi con loro che par di esserci presenti; e poi confortare il povero prete di Poppiano, afflitto da malattia disperata; e tribolarsi con le fanti, pur raccomandando al marito d'aver egli pazienza co' servitori; e dietro a tutto questo, «le sue faccenduzze», che teme per tanto lavorìo e tanto scrivere debbano «andarle in disordine». Ma ell'era donna da riparare a tutto, e da avanzarle tempo e lena per pensare e alla figliuola sua Simona, prima da maritare e maritar bene, in modo da «esserne consolati», poi allogata e da doverle mandar le nuove e riceverne; e al suo messer Niccolò, i cui fatti le importano, alla madre, più di ogni altra cosa del mondo; e al marito, cui consiglia della salute, o ammonisce di cose più alte, o lo rimbrotta che in quelle sue commesserie non gli piaccia portarla seco e far una casa sola, come e' farebbe (dice amaramente) se gli fosse toccata moglie più degna; ma in quella stessa lettera non crede poter lasciar la villa e le «molte cose» nemmeno per una visita promessagli di quindici giorni, salvo che proprio egli voglia così, chè allora verrà, anche se «dovessi lasciare ogni cosa andare in perdizione».
La vena del malumore trapela spesso da queste lettere, «essendo lei di natura» scriveva Luigi al figliuolo «che si accuora assai le cose che non li vanno per el verso»; ed ella stessa al marito, «Pensate che io non posso istare coll'animo in pace, chè sapete che io penso sempre al peggio»; e in quasi tutte essa fa un lungo discorrere de' suoi malori: ma come quelli non le impedirono di arrivar presso agli ottanta (nata de' Sacchetti nel 1480, morì, dopo una vedovanza di otto anni, e due dopo al figliuolo, nel 1559), così quella sua natura alquanto rubesta e inquieta e crucciosa non la faceva sdare nè rimetter punto della operosità di madrefamiglia e massaia. Del resto le lettere di Luigi mostrano che l'austerità de' loro caratteri non impediva l'amore. «Benchè sia vero» le scriveva una volta dalla Romagna «che io sia qui chiamato da ogniuno Signore, e che ciascuno mi stia inanzi senza nulla in capo, e che abbi quelli servidori voglio, e che secondo el paese non mi manchi le cose ragionevole, nondimeno hai a tenere per certo, che infiniti dispiaceri ci ho avuti d'animo per le cose di costì e qui, e che non ci ho una ora di riposo o consolazione alcuna, chè non che altro chi ordinariamente conversa meco non mi satisfa; e che arei più senza comparazione piacere potere vedere le cose mie, te e la brigata, e parlare alli amici mia, e vedere le cose di villa, che queste signorie e sberrettate, et altre cose ci sono qua e che ci posso avere. Però mi pare mille anni ogni ora, potere venire costì per 8 giorni almeno.» E altra volta, che ella da buona moglie e madre si sgomentava di certe grosse spese domestiche, così egli, anche allora Commissario, piacevolmente e con affettuosa confidenza la rassicurava: «Circa alle spese grande abbiamo avuto questo anno, e per l'advenire aréno ancora, per finire le muraglie e fornire le case, è verissimo; e se non fussi questa sorte abbiamo avuto, non aremmo potuto reggere a cosa alcuna, non che fare tutto; che penso si finirà ogni cosa e fornirà le case bene, e si porrà da canto qualche danaio, e più somma non pensi, per le cose che potessino accadere: e se non ho trovato qui una cavetta d'oro, come scrivi, ci ho trovato una certa vena che getta in modo dolcemente che col tempo comparisce; e sta' di buona voglia, chè a tutto si riparerà facilmente.... Stammi un tratto allegra, e pensa che questa volta siamo usciti del fango, e resteremo in modo che non ci potremo dolere della sorte; perchè le cose ragionevole non ci mancheranno, e presumi che questa vena che getta sopperirà a tutto. A Iddio piaccia possiamo goderci insieme lo stato nostro, e che noi siamo sani.» E tutto il carteggio di Luigi con la sua «carissima Isabella», o dove parla di lei, è improntato di affetto e stima e fiducia e reverenza grandi, con bizzarra mescolanza di altro, come per esempio le superstizioni astrologiche; secondo le quali e' le designa e prescrive i giorni e le ore a punti di luna e di stelle, per andare o stare, partire o tornare, e perfino sgomberare stanze, votar la cantina, far manipolare medicamenti dallo speziale.
Alcuni tratti di queste lettere di madonna Isabella ricordano la più viva e fiorita lingua de' comici e novellieri di quel secolo; in altri potrebbe il lessicografo abbellirsi di voci e locuzioni specialmente attinenti a cose di villa; ve n'ha infine che ci offrono pensieri e sentimenti espressi con singolare potenza. La discendente dai collaterali di Franco Sacchetti, la cognata di Francesco Guicciardini, non fa torto al suo sangue nè al suo parentado.
Quel mugnaio dappoco, che non ispira punta fiducia alla giudiziosa signora, ci par di vederlo: «molto debolino d'animo, d'ingegno, e di cervello, e di persona»: dove ciò che un valga, e per le facoltà morali e per le intellettive e per le animali e per le fisiche, è annoverato e distinto a capello, con proprietà inappuntabile. Piena di gentilezza, ed espressa come meglio non si potrebbe, è questa sentenza (da altra lettera, di quelle che lascio inedite) sul correr troppo a credere, massime se vi si mescola l'apprensione per coloro che ci son cari: «Sempre si dice e pensa più che non è; e chi sente e teme non può fare non gli dispiaccia». E in un'altra, più da giovane, del 1517: «Sapete che la mia condizione è, sempre pensare a quello che io non vorrei». E prima aveva detto che contro tali apprensioni ricorreva alla «orazione»: ma «el timore era maggiore, perchè mi pareva meritare ogni male»; con finir poi a riconoscere, lietamente e grata, «esser Iddio più misericordioso che giusto.» È parlante il ritratto di quel servitore che dà tanta briga al magnifico Commissario in Arezzo: «faceva così in casa: ha una mala lingua, e commettitore di scandali, e bestiale, e senza pensare a nulla»: e qui l'Isabella, senza di certo volerlo, danteggia garbatamente (vedi Inf. XXVIII, 35); cioè attinge anche questa volta (confronta a pag. 253) dalle medesime sorgenti popolari donde il Divino Poeta; come altrove gli rivendica una desinenza dalla tirannia della rima (vedi Inf., XXXIII, 120), quando ripetutamente scrive «fighi» e non «fichi». Rivendicazione più compiuta che non quella filologica del Nannucci (Nomi, pag. 64), il quale di altre desinenze in igo per ico adduce esempi, ma non proprio di figo. (E nelle lettere del cognato Bongianni, grego; e qui a pag.269, 275, bianghi: bianchi, invece, a pag. 263). E que' suoi contadini? l'uno «un bel promettitore, e fassi di buono animo a far bene ogni cosa: se riuscirà a fatti, andrà bene» (e soggiunge modestamente, «a questo voi ci sarete, a Dio piacendo»); l'altro «parla poco, par sensata persona». E d'ambedue poi si rimette alla più antica sapienza del mondo: «Bisogna giudicare alla giornata; come dice il proverbio, Non ti conosco se io non ti maneggio; e puossi male vedere se non si pruova.» Così dov'ella descrive il vivaio de' pesci, toccatole non sa da chi: e alle sue grida e «molto rimore», i lavoratori «pareva che tutti si maravigliassino», e le dicono ragioni, ma non la persuadono. E dov'ella è tutta dolente per la «botte del vecchio» che s'è sfasciata: così «l'avess'ella venduto tutto! chè pensava, e le riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi, e era buono, e aranne a ricomperare....». E dove al marito ritrae sè medesima malaticcia, «così trista per camera, come molte volte m'avete vista»; e in altra lettera, delle inedite, «e così per casa mi sto tristerella»: quando poi a scrivere dei malanni proprî o degli altrui la si mette a distesa, ne fa relazioni da disgradarne il Redi.
Ma l'animo suo e la parola sanno, quand'ella vuole, levarsi in alto: anzi è osservabile, non meno del continuo inframezzare alle cure materiali i pensieri e gli affetti della famiglia, il temperare che ella fa talvolta alcuna di quelle sue uscite un po' acrimoniose con un quasi correttivo morale. Così a quel sinistro ritratto del servitore Ottaviano soggiunge subito: «Siamo tutti pieni di difetti; bisogna sopportarsi l'un l'altro, tanto che ci morremo». Di quel ch'ell'è malcontenta, se ne conforta sperando meglio da Dio; «a Dio piaccia se ne pigli il migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza»; da Dio, nel cui nome tutte le sue lettere incominciano e finiscono. E il sentimento di Dio e del dovere e della morte e dell'eterno empie di sè e annobilisce questi altri tratti: «Or sia come si voglia: tutto à fatto Iddio, e a lui piaccia sia con salute dell'anima vostra e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo penso: che ormai mi veggo presso al tempo di rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.... — Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io: pigliarsi queste faccende per piacere, e non si straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è iscontenti; e massimo nell'età nostra, che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiamo nella futura vita.... — Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Iddio l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco vaglia.... — Vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere.... Bisogna in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle cose che dispiacciono, altrimenti si starebbe sempre in tormento; e pensare che 'l tempo vola....». E in una delle inedite, al marito Commissario in Pistoia nel 37 per le stragi intestine di Cancellieri e Panciatichi: «A Dio piaccia por fine a tante discordie e tribulazioni, che sono causa de' pericoli successi. Confortovi istiate isvegliato con cotesti cervegli, e pensare a tutto quello possi nascere; e considerate donde sono nate tante loro angustie; e sopra tutto raccomandarsi a Dio, che ci mostri el lume e la via, chè mi pare siamo in tempi da avere bisogno dell'aiuto suo.» Ma l'aiuto di Dio quei valenti uomini e donne, nell'atto che l'invocavano, se ne facevano degni menando attorno gagliardamente le mani: «col suo aiuto aiutarci,» sono pur parole della Isabella «e isperare in lui».
Tale la gentildonna dei Guicciardini, il cui nome, le cui ricordanze, mi parvero buon auspicio alle nozze di Lei, Annetta gentile. Nomi e ricordanze di generazione in generazione si mutano e si rinnovano: ma ch'e' non passino com'ombra e fumo, e se ne conservi la tradizione e l'esempio, questa è la religione della famiglia. Degli Dei falsi e bugiardi, i Lari e Penati sono i soli che sopravvivono: pietà di figliuoli e di nepoti alimenta di soavi aromi, conforta di aure avvivatrici, la sacra fiamma di questo mito immortale.
San Donato in Collina, nell'ottobre del 1883.
NOTE:
[406]. Loro figliuola, indisposta di salute. Era l'ultima di sei. Gli altri: Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini; Piero, morto giovinetto nel 27; Guglielmetta e Lorenzo, morti fanciulli nel 1509; e messer Niccolò, legista assai riputato e lettore poi nello Studio Pisano, senatore nel 1554, oratore a papa Paolo IV, commissario ducale a Pisa, dove morì nel 57.
[407]. «Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto luogo di Poppiano la patrizia famiglia fiorentina de' Guicciardini, alla quale tuttora appartiene la ròcca ridotta ad uso di villa, con varî poderi intorno, oltre il giuspatronato della chiesa parrocchiale di Poppiano.» Così il Repetti (Dizionario geogr. fis. stor. della Toscana), il quale accenna inoltre alla tradizione, raccolta dal Verino nel suo poema genealogico, che i Guicciardini siano «originarî di cotesto Poppiano»; e ricorda che lassù pure, in una fattoria dello Spedale degl'Innocenti, villeggiò don Vincenzio Borghini.