[448]. Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona: «yhs. Carissimo e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre, chè lasciai sopperire a Pierantonio, che allora so vi rispose lui; e dipoi non v'ò iscritto per non vi infastidire, chè, tra el male avete auto e l'altre faccende penso che v'abiate, avevi brighe troppe. Quanto sia istato el dispiacere abbi auto del male vostro, credo che apresso ve lo possiate pensare, e massimo essendovi tanto discosto, che con altro che co l'orazione vi potevo aiutare; e pensate che a questo non mancai di farne nè di farne fare: chè subito che intesi el male vostro, mandai a parecchi monasteri a far fare orazione per voi, e fra l'altre alle monache degli Angioli, che so ne fanno continuamente e con più amore che l'altre, perchè v'ànno più obrigo; che n'ebbono ancora loro dispiacere e grande. Pure ora per la grazia d'Iddio intendo voi stare benissimo, che a Dio piaccia mantenervi sano lungo tempo, acciò ci possiamo rivedere e godere, el tenpo che ci abbiàno a stare, in pace e con allegreza, che a me pare mil'anni che voi torniate; e così madonna Isabella, che è ancora in villa e non so quando si voglia tornare, che quest'anno v'à 'uta una cattiva stanza, rispetto al tanto piovere che à fatto: pure ora da 4 dì in qua s'è un poco diritto el tenpo, e non doverebbe ora indugiar troppo a tornare, perchè, di questo tenpo, non dura. Non dirò per questa altro, salvo che a voi del continuo mi raccomando, e così Pierantonio, che stiamo tutti bene: a Dio piaccia mantenerci, e così voi; e 'ngegnatevi di riguardarvi da tutte le cose sapete vi nuocono, acciò vi mantegniate sano. Nè altro. A voi di nuovo mi raccomando. Cristo di mal vi guardi. Di Firenze, il giorno 3 di dicenbre 1542. Vostra figliuola Simona.»
Messer Niccolò poi gliene aveva filosofato in questa forma, che lo ritrae mirabilmente con tutta quella dottorevolezza che i contemporanei gli attribuiscono: «.... Quanto al male, dice maestro Marcantonio (chè maestro Giovanni Batista non è ancora tornato) che del polso non tegnate molto conto, perchè Galeno ne' vecchi non ne tiene conto alcuno; e dell'altre cose vi andiate regolando più con la buona vita che con le medicine. Et a me pare savio consiglio, rispetto all'età vostra et a quella del medico che vi consiglia; che non vorrei facessi sperienzia su' casi vostri del cervello suo: e fidomi più su la prudenzia vostra che su la dottrina sua, chè uno medico ha bisogno di experienzia e prudenzia oltra la scienzia. Ma di questo non dirò altro, se non che il tedio dell'animo e del corpo el pigliare le faccende per piacere ve lo caverà assai, e sopra tutto el leggere qualche cosa sacra, che a me a cotesto difetto ha sempre molto giovato, e maxime la Bibbia. E Cornelio Tacito dice di Tiberio, quod summebat solatium a negociis. Pur che non abbiate troppa voglia di ringiovanire con e' rimedi, che da el lapide in fuora tutti vi invecchieranno. E se avete Marco Tullio de senectute, leggetelo; chè mi dilettò assai, leggendolo fanciullo, et a voi credo piacerà e diletterà assai, ma ingegnatevi intenderlo bene. Quanto alle cose di villa....» E qui viene alla materia della quale si dilettava tanto madonna Isabella, e poi alle cose pubbliche, intorno alle quali padre e figliuolo hanno un carteggio da dirsi veramente prezioso per la storia di quelli anni. Non però, che prima di finire la lettera (la quale è de' 20 novembre 42 da Firenze), non afferri altre occasioni di sentenziare e citare: «.... chè nemo dat quod non habet, e come dice la Canzona di Daniel, Ogni animal fa simil creatura....»; la quale ultima sentenza, a chiunque ella appartenga, doveva far paternamente compiacere di sì profusa dottrina il magnifico Commissario.
[449]. Vedi a pag. 260.
[450]. Cognato dell'Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini, che tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue lettere, che molte sono anch'esse villerecce e assai belle [ed io ne ho poi pubblicate col titolo di Lettere d'un campagnuolo fiorentino], se ne hanno di que' medesimi giorni da Poppiano, a Luigi e a Niccolò.
[451]. «.... e eravamo nel più basso tempo dell'anno» Dino Compagni, II, X. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.
[452]. Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (Franco Sacchetti, nov. CCXIV): «E non si può errare, che l'uomo in questa vita faccia col suo e lasci stare l'altrui». Noi oggi, con simile intendimento, diciamo, non si sbaglia; in costrutto con l'infinito, mediante la prep. a, come l'Isabella (che ve la sottintende), e altrove (nov. CLXXXVII) lo stesso Franco: «E però non si può mai errare a porsi nel luogo del compagno, e fare la ragion sua come la sua propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo altro che bene».
[453]. Sorta di pera autunnale.
[454]. l'uffizio e la dimora, in Castrocaro di Romagna dov'era Commissario.
[455]. Il torrente, del quale vedi a pag. 260 in nota.
[456]. Questo suo male, che in altre lettere chiama «l'accidente grande», o «quel mal grande», e che ogni tanto l'assaliva con maggior violenza che «que' piccoli», le aveva disturbato gli ultimi giorni di villa. Sentiamolo da alcune delle lettere che ne scriveva, fra il 19 e il 25 dicembre, al figliuolo Niccolò in Firenze: «yhs. Carissimo figliuolo, Ieri vi scrissi di mio essere: dipoi mi so' istata all'usato, e istòmi volentieri nel letto calda; se io mi lievo, mi sento le ganbe debole; e' polsi s'alterano, e non potrei istar troppo levata; mangio bene e non dormo male. Da domenica in qua non ho auto accidente d'inportanza, salvo che in questo levarmi; chè se io istessi alla dura, dubito non venissi: e qualche volta mi sento, come altre volte ho fatto, certo freddo nel capo tra l'osso e 'l cervello. Io pensavo esser oggi guarita, e potere fare le mie faccende: e in fatti e' non mi riesce. Non so come farò; non posso indovinare quello s'abbi a essere: o indrieto o inanzi. Ma quando io penso esser ne' 62 anni, mi fa pensare a più cose. Qui è istato oggi un tenpo terribile, e 'l maggior vento mi paia mai averci sentito, e rotti tegoli enbrici e rovinato e iscomesso ciò che in 15 giorni s'era assettato; e bisognerà da capo rifarsi. El fattoiano mi dice che parendovi da dare l'olio per uno ducato, crede arebbe uno che lo torre' tutto; benchè a San Casciano non valse tanto: domani s'intenderà quello che farà. Non dirò altro. A voi mi raccomando, e pregate Idio per me. El Signore sano voi conservi. Addì 22 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano. (Fuori: Egregio dottore messer Niccolò Guicciardini figliuolo carissimo, in Firenze).» E due giorni dipoi: «yhs. Carissimo figliuolo, Ebbi la vostra, e per quella mi dite che bisognando verrete voi, la Caterina, la Simona: e lo credo, e sonne certa, e tutti vi ringrazio, e bisognando vi si farà intendere. Dammi noia alcuna volta questo battito al cuore, e qualche triemito; e se non fussi questo freddo, mi starei alcuna volta levata. Se accadrà cosa che inporti, vi si farà intendere, se non fussi qualche cosa istrana che l'uomo non pensassi; io non so indovinare. Penso, se 'l tenpo mi serve, venirne presto, e farassi un poco di senprice cataletto, chè la lettina non sono usa; e forse potrei migliorare di sorte torrei la mula....» E in poscritta, non dimenticando mai la masserizia: «Voi non avete risposto dello olio.» Se non che la famiglia, inquieta, insisteva perch'ella si rimettesse in città. E la buona massaia, che pure aveva scritto «.... istommi così tristerella, e pensate che del tornare io me ne istruggo, e ch'io vorrei esser costì», a quelle insistenze, mezza scorruccita, replicava: «yhs. Carissimo figliuolo etc. È vero che ieri e oggi mi sono istata comodamente, come vi scrissi, e non bisognava pigliassi briga venire; perchè bisognando che io me ne venissi, ci è Bongianni e Cavalcante che tutto potrebbono ordinare; e benchè voi vegnate domani, mi sarà tranbusto e non piccolo, esser a ordine giovedì. E pensate che questo avere ogni dì a pensare a nuova fantasia e iscrivere, non mi giova niente. Io farò quello potrò, e Idio m'aiuti: di venire o non venire, la rimetto in voi. Sono tenpi freddi, e voi non siate molto gagliardo; non vorrei avessi disagio e malassi: chè infatti inporta più e' casi vostri che el mio. Io non posso sapere se 'l miglioramento s'andrà inanzi o indrieto, perchè di sana vedete come mi fa: e pensate che io arei più caro esser malata costì che qui: ma poi che la mia sorte vuole così, bisogna pigliare que' partiti che altri pensa sieno meglio, sanza tanto tribolarsi. Io non vo' più tanto iscrivere e leggere, e fate di me quel che vi pare; chè un sano, faccendo a questo modo, amalerebbe. Non altro. Cristo vi guardi. Addì 25 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano.» Ma il corruccio della massaia si sente, dalla lettera al marito, aver presto ceduto il luogo all'affetto materno, riconoscente verso le premure e le apprensioni del suo caro Messere e delle giovani spose, che l'avean rivoluta in Firenze.