[255]. Vedi nelle cit. Note alla cit. edizione.
[256]. Cronica di messer Donato Velluti; pag. 44-45 dell'ediz. Manni.
[257]. Vedi nelle cit. Note.
[258]. Così scrivevo nel 90. Ma un terzo messer Simone, cugino del messer Simone di Geri di Ricco, venne a farsi conoscere da ulteriori ricerche sui Libri mercantili dei Bardi, per opera di D. Luigi Randi (Il marito e i figliuoli di Beatrice Portinari, Lettera al prof. Isidoro Del Lungo; nella Rivista delle Biblioteche, an. IV, 1892, num. 37-38): un messer Simone di Giuliano di Ricco, che il Randi trova marito e padre, e lo vuole marito della Portinari. Dopo l'accertamento di quest'altro messere, la mia ragionevole esclusione del Simone non messere non era più sufficiente a far marito della Bice Portinari messer Simone di Geri; bensì rimaneva sempre, a mio avviso, che il «messer Simone di Geri» era, fra il Due e il Trecento, quello a cui, chi dicesse allora «messer Simone de' Bardi», doveva pensare: e di ciò si veda, nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio, pag. 97-99. Se non che e all'egregio Randi e a me (ristampando nel 91 dall'Hoepli ciò che avevo dato alla Nuova Antologia nell'anno centenario 1890) sfuggì una preziosa testimonianza sul marito di Beatrice, che e il Bandi ed io potevamo aver raccolta a pag. 57 del libro da Luigi Rocca pubblicato (cfr. qui nota [246]) nel 1891 sugli Antichi Commenti al Poema; in uno dei quali si legge: «mona Biatrice figliuola che fu [di] Folco de' Portinari di Firenze, e moglie che fue di [messere Simone] di Geri de' Bardi di Firenze». E questa è testimonianza positiva, la quale come rende superflue le mie argomentazioni, così invalida quelle del mio cortese contradittore. Il Rocca stesso ha richiamato l'attenzione degli studiosi su quella testimonianza, in una sua lettera a me (Beatrice Portinari nei Bardi), pubblicata nel Giornale dantesco, fasc. di luglio-ottobre 1903. Al Randi mi professo poi grato per qualche rettificazione, della quale non ho mancato di avvantaggiare la presente ristampa.
[259]. § XXIX: «Io dico che, secondo l'usanza d'Arabia, l'anima sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese: e secondo l'usanza di Siria, ella si partì nel nono mese dell'anno perchè il primo mese è ivi Tisrin, il quale è a noi ottobre: e secondo l'usanza nostra, ella si partì in quello anno della nostra indizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero nove volte era compiuto in quel centinaio nel quale in questo mondo ella fu posta; ed ella fu dei cristiani del terzodecimo centinaio.» Sull'autentica lezione «Arabia», non «Italia», di quel passo, e sulla interpetrazione (aiutatami dal collega Fausto Lasinio) della dicitura concernente il giorno del mese secondo il calendario arabico, vedi nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio.
[260]. Di questa elaborata interpetrazione del passo dantesco mi fece dubitare il ch. dott. E. Moore (Bullettino della Società dantesca italiana, Nuova Serie, Vol. II, 1895, pag. 57-58): cioè, se dal computo arabico intendesse Dante prendere addirittura il giorno nove di quel loro mese, com'io ho affermato; o semplicemente (come il Moore crede, confrontando il testo dantesco a un capitolo dell'Astronomia d'Alfragano) che Beatrice, morta la sera dell'8 giugno nostro a un'ora di notte dovesse, secondo quel computo, considerarsi come morta il 9, perchè gli Arabi incominciano il loro giorno dal tramonto del nostro precedente. Vedi anche Paget Toynbee, Ricerche e Note dantesche; Bologna, Zanichelli, 1899: pag. 54-57. Nella interpetrazione integrale del giorno e mese consentiva meco il Casini in ambedue le pregiate sue edizioni (Sansoni, 1885 e 1891) della Vita Nuova.
[261]. Vedi sopra, a pag. 112; e più addietro, a pag. 16: e una pagina (1105) del mio libro Dino Compagni ec.: e nelle note all'edizione Hoepli (pag. 101) di questo Studio, lo stanziamento di lire duemila, fatto dal Comune per procurare matrimonî di pubblico interesse fra Tosinghi e Lamberti.
[262]. Così scrissi parecchi anni fa (cfr. anche a pag. 75), e così ora conferma Un nuovo documento concernente Gemma Donati (pubblicato da U. Dorini nel Bullettino della Società dantesca italiana, N. S., IX, 1902, pag. 181-84), dal quale, nell'assegnarsi certo credito «domine Gemme vidue, uxori olim Dantis Allagherii et filie quondam domini Manetti domini Donati», risulta che la dote maritale, a cui era inerente il detto credito, le era stata costituita il 9 di febbraio (un altro 9 dantesco, ma questo tutt'altro che mistico) del 1277 [1276 s. f.], anno undecimo di Dante, e secondo la consuetudine, massime allora, dei matrimonî, men che undicesimo certamente di lei. S'intende bene che le nozze, in siffatti casi, si protraevano fino alla maturità dei coniugi. Ma ciò non toglie che nei due personaggi del romanzo psicologico di Vita Nuova la realtà storica ci offra, secondo ogni apparenza, in Beatrice una giovine sposa il cui matrimonio ha suggellato interessi guelfi tra Bardi e Portinari; e in Dante un giovine guelfo, al quale sin da' primi anni era destinata sposa, da famiglia di «vicini» guelfi, una di quelle che, sotto tali auspicî di parte, i genitori (cfr. qui a pag. [16]) «maritavano nella culla.»
[263]. Nei sonetti «Guido, vorrei...» e «Io mi sentii...». Ma ora credo non si possa tener conto che del secondo, se nel primo, invece di «monna Bice» sia da leggere «monna Lagia»: vedi lo scritto di M. Barbi, qui cit. a pag. 95, nota [123].
[264]. Tanto che, per esempio, dicevano, come più largamente rilevai nelle note all'edizione Hoepli, «la Bice, poi monna Bice, figliuola di Bindo, fu maritata a Nolfo....»