Non s'ispira solamente i poeti: nè gli occhi di Beatrice si volgono solamente per muover Virgilio, nè solamente risplendono per sollevar Dante di sfera in sfera nelle immensità del Paradiso. Tutto quanto è cura affettuosa intorno a noi, ci è ispirazione al bene, conforto all'operare, sprone verso l'alto: e delle cure affettuose siete voi, madri, sorelle, spose, figliuole nostre, che avete il segreto. A quell'aureola che nella poesia del medioevo italiano circonda la donna, non tutti i raggi somministra l'«amor ch'a cor gentil ratto s'apprende» e che «a nullo amato amar perdona»: molta di quella luce è senz'altro dalla idealità femminile, da ciò che un altro grande Poeta ha chiamato l'eterno Femmineo, e di cui gli aspetti sono ben più che uno solo. Disputano oggi della personale realtà di quella nostra gentile che vi ho nominata: dubitandosi, se veramente fu la figliuola del buon Folco Portinari, a cui Dante pensasse narrando i melanconici amori della sua giovinezza, ed effigiandola divina nell'azione del sacro Poema; ovvero se alla Beatrice simbolica, quale nel Poema è di certo, manchi la persona di donna viva e vera, che le porge quel soavissimo fra tutti i libri, la Vita Nuova. Ma chi dimandasse piuttosto, se nella loro Beatrice, qualunque ella fosse, giovinetta o donna, vicina o lontana, per amichevole consuetudine di famiglie avvicinata o sospiratone pur il suon della voce, invocata a compagna o in altro stato senza colpevole desiderio ammirata; ma per ciò stesso, viva, innanzi tutto, e reale; non raccogliessero forse que' nostri grandi e buoni maggiori il fiore de' loro affetti verso la donna; degli affetti incerti e vaghi dell'età prima, de' disinganni, delle memorie, de' pentimenti; degli affetti raffermati e sanzionati nella famiglia, e dalle gioie del focolare e della culla e dai lutti della bara consacrati per sempre; chi, pur dubitando, dimandasse di ciò, parrebbe fantastico solamente a coloro, che di quella vita, nella quale la pratica sapeva alla fantasia e al cuore lasciare tanto e sì utile luogo; di quella età, i cui ultimi simboli furono le statue di Michelangiolo pensose; giudicano coi criteri della nostra, che ideale, oggimai non più soltanto della critica, ma anche a un po' per volta dell'arte, andiamo costituendo, in terreno arido e infecondo, il perchè e il percome.
La ispirazione ha segrete le vie, perchè sue sono quelle del cuore. E quando, fanno ora poche settimane, in un giorno, come oggi questo a Voi, di allegrezza ad altro egregio Istituto fiorentino, io sentivo rileggere, con voce tremante d'affetto, ad una cara giovinetta lombarda la ballata ultima di Guido Cavalcanti:
Perch'io non spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana;
quel lamentevole addio alla patria, all'amore, alla vita; e pensavo che moglie di quell'uomo era stata una figliuola di Farinata degli Uberti, il ghibellino salvatore della guelfa Firenze; — sposa datagli (e si chiamava Bice), fanciulli ancora ambedue, in un istante di tregua alle cittadine fazioni, fra altri consimili parentadi sperati pegno di futura concordia; madre poi a lui di figliuoli, fra le cui braccia e della moglie potè, quasi appena tornato nella sua Firenze, morire in pace; — pensando io tutto questo di Guido, mi pareva non indegno, me lo perdonino i critici, che nell'antico amante di monna Vanna, quale fu il nome della sua donna poetica allorchè e' piangeva in quei versi, e li mandava alla «bella sua donna», la vena segreta e vera di tanta tenerezza, di tanto accoramento, di tanta pietà, fosse piuttosto il desiderio affannoso della patria insieme e della vedovata famiglia.
In queste ispirazioni il poeta sparisce, e rimane l'uomo; e all'uomo, non al poeta, si rivolge la donna; ed ogni donna gentile è, e sola la donna può essere, ispiratrice. Quando il Buonarroti, mortagli Vittoria Colonna, scrive quelle parole che, così semplici, uscite da tale anima, sono sublimi, «Mi voleva grandissimo bene, e io non meno a lei: Morte mi tolse uno grande amico»,[294] il divino artista e la gentildonna e poetessa, cantata unica dall'Ariosto,[295] ci paiono discendere dalle loro altezze, e farsi eguali ai tanti altri che nel mondo amano e soffrono, operano e muoiono. Ma per quelle parole, quanti versi amorosi, massime di quel secolo, si potrebbero lietamente gittare! saggio questi, più o men pregevole o curioso, d'arte, o troppo spesso d'artifizio; documento umano quelle, a cui la qualità delle persone accresce, ma non dà essa, il valore: nè tutte le figure retoriche di que' petrarchisti valgono quell'una grammaticale di Michelangiolo, «uno grande amico»; nè l'ardimento severo di questa figura saprebbero mai intendere gl'insidiosi pedanti che vanno oggi teorizzando su ciò ch'e' chiamano l'emancipazione della donna. Così le convulsioncelle de' cosiddetti moderni bozzetti, e i fremiti e i sussulti e le arroganti trivialità di certa che vorrebb' essere poesia d'amore, non una sola valgono di quelle pagine di prosa toscana, dove l'altro grande scultore, sulla cui tomba recente piange l'Italia, narra una di quelle istorie non destinate agli annali del mondo, nelle quali umile protagonista signoreggia la donna. La donna ispiratrice di Giovanni Duprè[296] fu una povera popolana del nostro San Piero, propriamente dell'antico sestiere dove aveano le case i Portinari, gli Alighieri, i Donati.
Di tale opera della donna nella vita intima delle famiglie, delle cittadinanze e delle nazioni; opera segreta, continua, universale, e a cui questi stessi caratteri tolgono ch'ella abbia altra istoria fuor della memore riconoscenza de' cuori bennati; conserva Firenze nostra testimonianze in un libro e fors'anche in un palagio de' suoi più belli e famosi. In fronte a quel libro, ben a ragione il valentuomo che lo compose, rivendicando agli archivî l'ufficio di servire alla storia anche del costume e dell'affetto, scrisse: «Alle donne italiane. Le quali prego leggano questo volume col cuore». Ma nella più nobil parte di quel palagio ben si addirebbe un ricordo di questa donna, che nel cuore de' figliuoli esuli, e distratti dai venturosi commerci in città e paesi diversi, tenne vivo con le sue lettere il desiderio della città nativa; con fanciulle fiorentine procurò il loro accasamento; con diligenza di padre, rimasta vedova ancor giovanissima, con senno virile, ne curò gl'interessi, e le piccole e travagliate sostanze custodì ad essere principio e base d'immensa fortuna; ne sollecitò coi voti e con le pratiche la revocazione dall'esilio, la quale ella chiedeva a Dio pel supremo conforto della sua vita; e ottenutala, morì madre consolata, suocera e nonna felice. Diciotto anni appresso, nel 1489, il maggiore de' figliuoli, divenuto oramai uno de' più grandi mercatanti di quel tempo, e cittadino in patria dei primi, gettava le fondamenta del palagio che vi ho detto. Chi sa forse se ciò sarebbe stato, senza quella buona pia vecchia che dormiva e dorme in pace sotto le volte di Santa Maria Novella! Libro prezioso coteste sue Lettere a' figliuoli,[297] scritte nella bella lingua che dal Trecento i quattrocentisti non letterati seppero raccogliere tuttavia pura e potente; prezioso per la sua schiettezza e originalità. Perchè, se del Giornale di una madre, scritto proprio giorno per giorno da una madre vera sui piccoli avvenimenti del suo figliolino, si rallegrava il Tommaseo[298] come di cosa opportunissima alle sue fine osservazioni di psicologia pedagogica, quanto più l'onorando uomo si compiacerebbe, per altri rispetti, di questa raccolta, unica che si conosca, di vere lettere materne! egli che fra i suoi ispiratori, accanto a Dante e a Virgilio, poneva la madre![299] Lettere materne: e non di una madre dotta o saccente, od anche soltanto osservatrice, ma di una buona mamma, d'una brava massaia, e null'altro; non solamente non scritte per essere pubblicate, ma da non poterlo nè essa nè i vissuti con essa, in pieno secolo decimoquinto, creder possibile mai; non documento di stile, ma di pensieri e di sentimenti, nudi d'ogni ancorachè tenue involucro letterario, anzi abbelliti (che nessun letterato ci senta!) da sgrammaticature efficaci; non componimento epistolare, ma puramente e semplicemente lettere: nelle quali, per bocca della gentildonna di Firenze ancora repubblicana, parla, come se noi proprio lo udissimo sulle piazze e per le vie d'oggi, il popolo fiorentino di quattrocent'anni fa. O giovinette, quelle tra Voi che rimarranno in Firenze, quando passano dinanzi a quel maestoso palagio, non ammirino solamente il Superbo cornicione, il cortile elegantissimo, architettati dal Cronaca, non sole le semplici e grandiose linee disegnate dal Maianese, e agli angoli le lumiere dell'ingegnoso Caparra; ma sia bello a Voi, giovinette, pronunziare in quell'ammirazione il nome di una madre, il nome di Alessandra Strozzi. E Voi che in altre regioni d'Italia nostra diletta custodirete entro il pietoso e gentile animo le ricordanze di questa, quando fra gli altri splendori della città di Dante, vi risovvenga di quel monumento, anche Voi benedite a quel nome; altere di esser donne, poichè alla donna Dio concesse di poter tanto, se vuole.