Gli Amalfitani, come abbiamo osservato, erano, in forza de' loro trattati, rimasti in possesso dell'interna amministrazione delle loro magistrature repubblicane e della guardia delle fortificazioni delle città e de' castelli del territorio. Allorchè Ruggiero fu coronato re, li richiese di rinunciare a tutti i privilegi che erano, secondo ch'egli diceva, contrarj alle prerogative di un monarca. Irritato dal rifiuto degli Amalfitani, riunendo le flotte siciliane e le truppe normanne attaccò con tutte le sue forze questa piccola repubblica, e dopo avere con regolari assedj sottomesse l'una dopo l'altra tutte le sue fortezze, le costrinse a conformarsi ai suoi voleri[317]. I gentiluomini che militarono per Ruggiero contro Amalfi, caddero anch'essi vittima della sua immoderata ambizione. Tanto è vero, che quando uomini liberi congiurano contro l'altrui libertà, non devono lusingarsi di conservare lungo tempo la propria.

In fatti Ruggiero intraprese di sottomettere i principali baroni del suo regno, i quali non avendo fino allora combattuto che in qualità di volontarj, godevano d'un'assoluta indipendenza. Roberto, principe di Capoa, era il primo de' gentiluomini normanni. Discendente da Drengot, fondatore della colonia normanna d'Aversa, non era unito di parentela alla famiglia di Hauteville; era capo d'uno stato conquistato dai suoi antenati, e rimasto quasi indipendente. Pure il principe di Capoa non si era rifiutato di rendere omaggio al nuovo re quando fu coronato a Palermo; e solo quando il re volle forzare i suoi baroni a far guerra al legittimo papa, il principe di Capoa non volle marciare, e s'alleò con Sergio, maestro dei soldati di Napoli, e con molti baroni normanni ugualmente disposti a difendere la loro libertà civile e religiosa.

La guerra de' baroni contro il re non ebbe felice fine, perchè essendo stati battuti l'un dopo l'altro, e presa la città di Capoa, la città di Napoli restò sola indipendente, circondata da ogni lato dagli stati di Ruggiero, che comprendevano tutta l'Italia meridionale. Colà riparossi il principe Roberto di Capoa, ma vedendo che sarebbe tosto inseguito dalle armate del re Ruggiero, convenne col maestro de' soldati della repubblica sul modo di difendere quest'ultimo asilo della libertà.

Fu Roberto dai Napoletani mandato a Pisa, repubblica già fatta potente, ch'era già succeduta nel commercio marittimo alle città di Napoli e d'Amalfi. Egli invocò per sè e per la repubblica di Napoli i soccorsi de' Pisani contro un re che tentava di distruggere nel mezzogiorno d'Italia la libertà delle antiche loro alleate, e che inoltre teneva la Chiesa nell'oppressione, mantenendo sulla cattedra pontificia l'antipapa invece del legittimo pontefice[318]. I Pisani ch'eransi già caldamente dichiarati a favore d'Innocenzo II, allestirono una flotta sulla quale imbarcarono circa otto mila uomini per soccorrer Napoli, chiedendo per le spese dell'armamento ai Napoletani tre mila libbre d'argento. Questi sacrificarono di buon grado gli argenti delle loro Chiese alla difesa della libertà[319].

Intanto il re Ruggiero che aveva già fatto abbruciare i sobborghi di Napoli, e fortificare Aversa, armava una flotta in Sicilia per attaccare la città dalla banda del mare, mentre la guarnigione d'Aversa, ed i varj posti che avea stabiliti nella Campania, toglievano ai Napoletani ogni comunicazione colla terra. Egli aveva per questo servigio richieste le migliori milizie degli Amalfitani costretti di favorire la causa di Ruggiero e degli scismatici. Le galere d'Amalfi dovettero pure unirsi alla flotta di Sicilia; ed Amalfi, avendo le sue milizie accantonate in Aversa ed in Salerno, rimase senza difesa[320]. N'ebbero avviso i consoli di Pisa Alzopardo e Cane, che avevano il comando della flotta forte di quarantasei vele, e con un colpo di mano presero Amalfi, che fu saccheggiata. In tale occasione i Pisani acquistarono il famoso esemplare delle Pandette di Giustiniano, di cui arricchirono la loro patria[321]. Ma il re ch'era entrato in Aversa, di cui faceva riparare le fortificazioni, non tardò ad esserne vendicato. Fece sfilare le sue truppe per sentieri creduti impraticabili a traverso le montagne, e piombò addosso ai Pisani che assediavano il castello di Fratta, uccidendo, o facendone prigionieri mille cinquecento, tra i quali uno de' loro consoli, sforzando gli altri a rimbarcarsi a precipizio[322].

Nel susseguente inverno il principe di Capoa tornò a Pisa accompagnato da Sergio medesimo, maestro de' soldati di Napoli. Ma questo rispettabile magistrato, che già da trentadue anni governava la sua patria, rappresentò invano ai Pisani riuniti a Parlamento su la pubblica piazza, che l'ultima delle repubbliche che ancora sostiene la causa della libertà nel mezzogiorno d'Italia era vicina a succumbere; che Ruggiero, il quale aveva preso il titolo di re, non tarderebbe di attentare alla libertà di tutta l'Italia[323]; che l'interesse dell'indipendenza e della comune salvezza trovavasi unito a quello della religione e della Chiesa: ma i Pisani, spossati da una lunga guerra coi Genovesi e dalla rotta avuta alla Fratta, ricusarono di sostenere essi soli il peso d'una guerra cui erano stranieri. Roberto volle fare altre pratiche; e recatosi in Germania implorò a nome d'Innocenzo II, della repubblica di Napoli e de' baroni normanni oppressi da Ruggiero, i soccorsi dell'imperatore; mentre Sergio tornò a Napoli ad annunciare a' suoi concittadini, che omai non dovevano sperare d'essere liberati che dal proprio valore.

Le pratiche di Roberto presso l'imperatore Lotario furono più felici che non credeva. Il celebre abbate di Chiaravalle s. Bernardo che aveva abbracciato il partito d'Innocenzo II, mal soffriva di vedere Anacleto pacificamente in Roma; e perchè Ruggiero era il solo sovrano che lo proteggeva, scrisse a Lotario caldissime lettere per animarlo a punire il siciliano protettore del pontefice scismatico[324]. L'imperatore cedette alle istanze del santo, e prima che terminasse l'inverno s'incamminò alla volta d'Italia; ma siccome doveva fermarsi in ogni provincia per riformarne l'amministrazione e ricuperare i diritti dell'impero, Roberto lo prevenne, e, recatosi a Pisa, equipaggiò col soccorso de' Pisani cinque navi ch'ebbe la fortuna di condurre cariche di viveri nel porto di Napoli, sfuggendo alla vigilanza delle galere reali, che lo tenevano strettamente bloccato. Le provvisioni della città erano terminate; ma quelle portate da Roberto, e l'avviso di un prossimo soccorso rianimarono il coraggio degli abbattuti cittadini.

Poi ch'ebbe vittovagliata la città, l'instancabile Roberto tornò presso l'imperatore onde affrettarne la marcia. Lo trovò accampato in vicinanza di Cremona, e scegliendo l'istante in cui questo monarca, circondato dai suoi generali, faceva la rassegna del suo esercito, si prostrò a' suoi piedi, e coprendosi di polvere, supplicava Lotario a rendergli la paterna eredità, ed a soccorrere gl'infelici suoi alleati, che, abbandonati da lui, perirebbero in breve di fame. Di fatti Napoli trovavasi ridotta agli estremi; le donne, i fanciulli, i vecchi cadevano sulle piazze vittima della fame; «ma Sergio (mi valgo delle espressioni d'un autore contemporaneo[325] che partecipò di tante sofferenze); ma Sergio il maestro de' soldati, ed i fedeli cittadini che avevan cura della libertà della patria, e che non avevano tralignato dagli antichi costumi de' loro padri, preferivano morir di fame alla perdita della libertà, ed al giogo di così detestato nemico.»

Fortunatamente l'imperatore s'avanzò alla fine per far cessare i lamenti, e prevenire lo scoraggiamento. I messaggieri di Napoli, che avevano accompagnato Roberto, rientrarono in città, dichiarando con giuramento innanzi al maestro de' soldati ed al popolo adunato in assemblea, che avevano veduto l'imperatore a Spoleti colla sua armata. Pochi giorni dopo entrarono pure in Napoli alcuni messaggieri di Lotario, dichiarando ch'era giunto in riva al fiume di Pescara; e finalmente l'arcivescovo di Napoli, ed alcuni principali cittadini, mandati a Lotario, riportarono ai Napoletani la sicura notizia del suo imminente arrivo; perchè, sostenuti da tale speranza, continuarono a soffrir la fame, rigettando le offerte del nemico, quantunque ridotti a soli trecento uomini in istato di portare le armi[326].

(1137) La loro costanza non rimase lungo tempo senza premio. L'imperatore, dopo avere staccati dall'esercito tre mila uomini che sotto il comando d'Enrico di Baviera, suo genero, dovevano accompagnare Innocenzo II e metterlo in possesso del ducato di Roma e della Campania[327], passò il fiume di Pescara nel giorno di Pasqua. La città di Termoli e tutti i signori degli Abruzzi si affrettarono di sottomettersi all'imperatore, che, entrato nella Puglia, s'impadronì di Siponto e del monte s. Angelo, e sparse tanto terrore tra i sudditi di Ruggiero, che tutte le città, non eccettuata Bari, prevennero le sue armi e gli s'arresero. Il papa intanto avanzavasi per la strada di s. Germano alla volta di Capoa, ove ristabilì il principe Roberto. I Normanni, battuti ovunque tentarono d'opporsi alle armate imperiali, non fecero più resistenza, di modo che in una sola campagna Ruggiero perdette tutte le province al di qua del Faro.