L'atto originale della lega toscana conservato nell'archivio di Fiorenza venne pubblicato da due storici moderni[308]; ma è cosa sorprendente che niuno degli storici contemporanei, ad eccezione del biografo d'Innocenzo III, ricordasse questa lega, per cui ne conosciamo imperfettamente le condizioni e gli effetti. Pare che le città toscane si fossero accostumate a considerarsi come un solo corpo dopo che gl'imperatori stabilirono a san Miniato un commissario[309] destinato a raccogliere le imposte di tutta la provincia; ebbero dopo tale epoca frequenti adunanze provinciali, cui ogni città spediva un rettore o deputato. Se crediamo allo storico di Siena Malavolti[310], questo rettore non aveva alcuna autorità nella sua patria, ma veniva obbligato da un giuramento a cooperare nell'adunanza al ristabilimento della pace in Toscana ed al ben comune di tutta la provincia. Quando i rettori toscani sapevano esser nata qualche querela tra due città, riunivansi all'istante, e, quantunque le rispettive comuni fossero impegnate in opposti partiti, non iscioglievasi l'assemblea, finchè non avesse fatta ogni pratica per ristabilire la pace; e non riuscendovi, non lasciavano, anche durante la guerra, di riunirsi i deputati a certi determinati tempi, onde valersi di ogni nuovo accidente per metter fine alla guerra. La dieta medesima eleggeva i rettori che dovevano rimpiazzare quelli che cessavano, ponendo sempre gli occhi sopra persone conosciute le più capaci di contribuire al mantenimento della pace[311]. Questa continuazione aristocratica non era pericolosa alla libertà delle repubbliche, da che i rettori non godevano di alcuna autorità nella loro patria; ed aveva invece l'avvantaggio grandissimo di conservare, anche in mezzo alle passioni popolari ed alle rivoluzioni dalle medesime eccitate, l'amore della pace nell'assemblea, siccome principio vitale della sua esistenza. Ma l'ambizione delle più potenti città, che risguardava questa istituzione come un ostacolo alle sue viste d'ingrandimento, non permise che sussistesse lungo tempo; ed appena una incerta e confusa memoria ce ne fa conservata da alcuni storici.
La sola città di Pisa rifiutossi di prender parte alla lega proposta dai deputati pontificj, forse perchè non poteva sperare verun nuovo privilegio prendendo le armi contro gl'imperatori, da' quali aveva già ricevute le più ampie prerogative: ed in varie circostanze assai disastrose mostrò apertamente che la riconoscenza d'un popolo libero è più potente e durevole di quella dei popoli subordinati al governo di un solo. Nel 1192 Enrico VI aveva con un memorabile diploma accordato ai Pisani tutti i diritti regali non solo entro la loro città, ma sopra un vasto territorio popolato da sessantaquattro tra borgate e castelli[312]. Aveva inoltre loro cedute in feudo la Corsica colle isole dell'Elba, di Capraja e di Pianozza; riconfermato il privilegio, di cui godevano da lungo tempo, di eleggere i proprj consoli e magistrati, ed espressamente dichiarato essere sua intenzione che i Pisani fossero e rimanessero liberi, e perciò gli esentava da ogni contributo e dall'alloggio militare. I Cardinali passarono a Pisa per ridurre que' magistrati ad entrare nella lega fatta per difendere la Chiesa, chiedendo loro per primo pegno di sommissione alla santa sede di rappacificarsi coi Genovesi; ma i Pisani vi si rifiutarono costantemente[313], e da quest'epoca fino alla caduta della loro repubblica furono sempre capi della parte ghibellina in Toscana.
Mentre Innocenzo III dilatava la sua influenza sulle città libere, non trascurava i maggiori vantaggi che poteva ottenere nelle due Sicilie, quasi affatto abbandonate a se medesime. Costanza aveva, morendo, lasciata al papa la tutela di suo figlio, e poc'anni dopo, avendo le truppe ai servigi d'Innocenzo battuto un generale tedesco[314], l'accorto pontefice diede pubblicità ad un testamento d'Enrico VI, che riconosceva tutti i diritti della santa sede sul regno di Napoli e poneva il giovinetto Federico sotto la sua protezione. Innocenzo conosceva tutto il profitto che gli dava la tutela di quel principe che voleva spogliare. Quando Costanza era ancora viva, egli non aveva accordata a lei ed al figlio l'investitura della corona di Sicilia, che dopo averli privati di molte prerogative annesse alla medesima. In forza del trattato di pace stipulato tra Guglielmo I ed Adriano IV, i beneficj ecclesiastici del regno non potevano conferirsi dalla corte di Roma senza l'approvazione del sovrano. Innocenzo rese illusoria tale riserva, togliendo al nuovo re il diritto di rifiutare l'approvazione che gli sarebbe chiesta[315]. Dopo ciò diede principio alla tutela del pupillo unitamente agli arcivescovi di Capoa, di Palermo, di Monreale, ed al vescovo di Troja, amministratori del regno, dirigendo tutte le loro operazioni colle lettere che scriveva ogni giorno. Il generale delle truppe tedesche Marcovaldo, grande siniscalco d'Enrico VI, era rientrato nel regno quando ebbe avviso della morte di Costanza, sostenendo egli solo apertamente il partito ghibellino contro il papa[316]. Coll'ajuto de' Saraceni di Sicilia e de' baroni malcontenti della corte di Roma, aveva messo insieme un potente partito, che poteva tenere inquieto il pontefice; il quale, malgrado l'orgoglio con cui comandava ai Siciliani, aveva poche forze ai suoi ordini. Spedì una volta seicento soldati all'abbate di Montecassino, perchè potesse difendersi, e duecento ne mandò un'altra volta in Sicilia, credendola esposta ad essere occupata da Marcovaldo: a ciò si ridussero i diretti sforzi del pontefice per la difesa del suo pupillo.
Dopo aver osservato questa debolezza, i suoi maneggi da capo di partito nelle città d'Italia, e le armate pontificie che riducevansi a poche compagnie, fa maraviglia il vedere lo stesso Innocenzo ingrandirsi a misura che s'allontana dalla sua sede, e parlar da sovrano al rimanente dell'Europa; ordinare ad Andrea, duca d'Ungheria, di andare in Terra santa perchè la sua presenza non turbasse il riposo del re suo fratello[317]; forzare questi a dichiarare la guerra a Culino, signore della Bosnia per castigarlo d'avere protetti gli eretici[318]; eccitare i re di Danimarca e di Svezia ad attaccar Suero, re di Norvegia, ed a spogliarlo della corona[319]; intimare a Filippo Augusto di ritirare dal monastero, e di ristabilire nei diritti di sposa Ingeburga di Danimarca, ch'egli aveva ripudiato, sottoponendo all'interdetto tutto il regno perchè Filippo non l'ubbidiva. Fu questo medesimo pontefice che obbligò a dichiararsi tributarj della santa sede prima il re di Portogallo[320], poi il re d'Arragona[321], più tardi il re ed il regno di Polonia[322], e finalmente quel Giovanni, re d'Inghilterra, che gli giurò fedeltà[323]. Le scomuniche e gl'interdetti non si resero mai tanto comuni quanto sotto Innocenzo III; nè altro papa si arrogò mai tanta parte nel governo temporale dell'Europa. Ma per grandi che fossero i talenti di questo pontefice, e l'arte sua nel risvegliare e tirar partito dalla superstizione del secolo, non era certamente in Italia dove la superstizione potesse renderlo potente; e per questo paese gli abbisognavano altre armi: non tardò ad avvedersene, e prese ben tosto miglior partito per fermare i progressi della fazione ghibellina, cercando in Francia un rivale che potesse un giorno opporre allo stesso Federico, quando il bisogno lo richiedesse.
Gualtieri, conte di Brienne, gentiluomo francese, aveva sposata la prima figlia di Tancredi, ultimo re della razza normanna. Sibilla, vedova di questo sfortunato monarca, dopo una lunga prigionia in Germania, durante la quale era morto suo figliuolo Guglielmo, era stata messa in libertà colle due figlie in conseguenza dei buoni uffici della santa sede. Questi sgraziati fanciulli erano stati arrestati contro la fede di un trattato quando Enrico VI conquistò la Sicilia: essi avevano rinunciato bensì al diritto ereditario della corona, ma a condizione che Enrico VI loro assicurasse i possessi che aveva il loro padre prima d'essere re, cioè la contea di Lecce ed il principato di Taranto. In vista di tale promessa avendo aperte al nemico le porte del palazzo e della rocca di Palermo, furono posti in prigione[324]. Gualtieri sposo della maggior figliuola di Tancredi, e suo immediato rappresentante, poteva vantare lo stesso diritto d'Enrico alla corona di Sicilia; e quando pure per l'illegittimità di Tancredi si volesse escludere da tale diritto, Gualtieri domandava almeno d'avere la contea di Lecce ed il principato di Taranto da Enrico promessi ai figliuoli di Tancredi, come prezzo della loro rinuncia alla corona. Innocenzo III accolse questa domanda, e la riconobbe legittima. Persuase Gualtieri a ripassare in Francia per assoldare una piccola armata; e quando fu di ritorno l'oppose a Marcovaldo; e così introdusse la prima volta i Francesi nel regno di Napoli. Non pertanto, quai che si fossero i progetti del pontefice, non sortirono il desiderato effetto. Gualtieri, dopo aver avuto alcuni vantaggi, perì in una scaramuccia l'anno 1205[325].
Non trascurava Innocenzo di rialzare anche in Germania il partito guelfo. Ottone, uno de' pretendenti al trono, apparteneva ad una famiglia d'ogni tempo ligia dei papi, mentre Filippo di Svevia era d'una famiglia loro contraria; e però Innocenzo dichiarossi a favore del primo, e fece osservare che Filippo precedentemente scomunicato per alcune violenze commesse contro la Chiesa, non aveva potuto senza scandolo essere considerato eleggibile[326]. Non pertanto dopo alcuni anni la fortuna della guerra dichiarossi contraria al protetto del papa, il quale, cacciato di Colonia dal suo rivale, fu forzato d'andare in Inghilterra a mendicar soccorsi, onde il papa, anteponendo il proprio al vantaggio d'Ottone, non si vergognò d'entrare in trattative con quel Filippo medesimo che aveva lungo tempo perseguitato. Per confessione dello storico ecclesiastico, egli incominciò a riconciliarlo colla Chiesa[327]. Aggiunge Arnaldo di Lubecca, che Filippo offrì sua figlia in isposa a Riccardo fratello del papa, dandole in dote la Toscana, Spoleti e la Marca d'Ancona; finalmente promise di acconsentire che Ottone venisse designato suo successore, ed eletto re de' Romani[328]. Le trattative quasi a termine ridotte, furono rese inutili dalla morte di Filippo, ucciso del 1208 nel proprio palazzo da un suo particolar nemico. Benchè Ottone non avesse alcuna parte in tale attentato, seppe accortamente approfittarne. Due cose fece egli che gli guadagnarono l'affetto de' principi di Germania d'ambedue i partiti, e lo fecero di nuovo proclamare re de' Romani e di Germania dai voti unanimi della dieta d'Alberstat; sposò la figlia di Filippo, che gli portò un titolo ai diritti ereditarj della casa di Svevia, e rinunciò formalmente a tutte le pretensioni sui ducati di Baviera e di Sassonia, de' quali era stato spogliato suo padre[329].
Quando Innocenzo vide Ottone favorito dalla fortuna, non tardò a cercarne l'amicizia, e con un trattato d'alleanza conchiuso a Spira prometteva di dare all'imperatore eletto la corona imperiale; ed Ottone accondiscendeva a tutte le domande che il papa gli faceva a vantaggio della Chiesa. In tal modo ebbe fine la guerra di Germania dopo un interregno di dieci anni, di cui il partito guelfo in Italia seppe valersi utilmente per liberarsi quasi affatto dal dominio dei monarchi alemanni.
L'incoronazione d'Ottone IV, e la sua discesa in Italia sembravano promettere nuovi trionfi alla parte guelfa; e certo non aveva mai regnato altro imperatore più favorevole alla Chiesa romana: ma gl'interessi della corona erano troppo contrarj a quelli della santa sede perchè potessero andare lungo tempo d'accordo. In fatti, appena entrato in Italia, vide Ottone la convenienza di affezionarsi gli antichi partigiani dell'autorità imperiale; e ben tosto il capo della casa guelfa, diventato imperatore, si circondò di capitani ghibellini, mentre il papa opponevagli il giovane Federico, ultimo rampollo del sangue dei Ghibellini, assistito dai soldati dei Guelfi.
Ottone entrò in Italia del 1209 per la vallata di Trento, ed arrivò in riva all'Adige ad Orsanigo, territorio veronese, ove aveva ordinato di raggiungerlo ai principali signori della Venezia, ed in particolare ad Ezzelino II da Romano, e ad Azzo VI, marchese d'Este[330]. Questi due gentiluomini che durante l'interregno avevano accresciuta a dismisura la loro influenza nella Marca, perchè le nemiche fazioni essendo più che mai riscaldate l'una contro l'altra, i loro capi avevano avuto la destrezza o la fortuna di far assolutamente dimenticare l'interesse dei comuni, facendo che le guerre civili si trattassero in loro nome. Le fazioni nate in ogni città dalla gelosia dei gentiluomini, e dalle mutue loro violenze, avevano tante cause diverse quante erano le offese che questi uomini appassionati potevano farsi: ma i due nomi di fresco introdotti di Guelfi e di Ghibellini legavano le fazioni delle città vicine. I Salinguerra di Ferrara, ed i Montecchi di Verona dal solo nome di Ghibellini trovaronsi uniti con Ezzelino; nella stessa alleanza erano le città di Treviso e di Padova, allora governate dalla medesima fazione; mentre stavano per l'opposta gli amici d'Adelardo a Ferrara, il Conte di san Bonifacio a Verona ed a Mantova, i dal Vivario a Vicenza, ed i nobili di Campo San-Pietro a Padova, tutti alleati del marchese d'Este.