Dopo un non lungo esiglio, l'anno precedente era rientrato in Ferrara il marchese d'Este, e col favore de' suoi partigiani era stato dichiarato signore di quella città; primo esempio di un popolo italiano che abbandona i suoi diritti per sottomettersi al potere di un solo[331]. Presso a poco nella stessa epoca, Azzo aveva avuto un'importantissima vittoria sopra Ezzelino ed il suo partito, e le truppe delle due fazioni trovavansi nuovamente a fronte quando Ottone scese in Italia. Ezzelino aveva ottenuto qualche vantaggio sui Vicentini, e sperava d'impadronirsi ben tosto della loro città; e mentre Azzo era uscito di Ferrara per soccorrerli, eravi entrato coi Ghibellini Salinguerra, e cacciatine tutti gli amici del Marchese[332]. L'ordine dato ai due capi di presentarsi alla corte d'Ottone risparmiò alle città collegate una sanguinosa battaglia ed un inutile massacro, giacchè un cieco odio, più assai che i motivi politici, poneva loro le armi in mano.

Questi due capi non potevano dubitare del favorevole accoglimento che loro farebbe l'imperatore. O direttamente o per mezzo de' loro partigiani, essi governavano tutta la Marca; e sì l'uno che l'altro, oltre il potere, avevano altri titoli che li raccomandavano a quel sovrano. Il marchese d'Este era suo parente, siccome discendente da Azzo III, tronco comune delle due linee che fino all'età nostra regnarono a Brunswich ed a Modena: d'altra parte Ezzelino era il più caldo partigiano delle prerogative imperiali; e quantunque fino al presente tali prerogative avessero servito ad umiliare la famiglia d'Ottone, da che si trovò in possesso della corona, rivolse il suo favore ai loro difensori. Per tali motivi accolse con eguale dimostrazione i due capi di partito, e cercò di porli in pace tra di loro.

Uno de' più zelanti partigiani d'Ezzelino, che a quanto sembra dovette esser presente a tale accoglimento, ce ne lasciò una relazione nella sua storia[333]. Quando Ezzelino si trovò in faccia al marchese in presenza di tutta la corte, alzossi per accusare il suo rivale di tradimento e di fellonia. «Noi, diss'egli, fummo compagni nella nostra fanciullezza, e lo credetti amico; ci trovammo insieme a Venezia, e passeggiavo con lui nella piazza di S. Marco, quando alcuni assassini mi si avventarono contro per pugnalarmi, e nel medesimo istante il marchese mi prese il braccio per impedire di difendermi; e se con uno sforzo violento non mi fossi da lui svincolato, sarei stato infallibilmente ucciso, come lo fu un mio soldato che stavami ai fianchi. Perciò io lo denuncio a quest'assemblea quale traditore; e chiedo a vostra maestà di permettermi ch'io provi in singolare battaglia i tradimenti orditi a me, a Salinguerra, ed al podestà di Vicenza».

Poco dopo arrivò Salinguerra seguìto da cento uomini d'arme, il quale gittandosi a' piedi dell'imperatore rinnovò contro il marchese l'accusa d'Ezzelino, e domandò egualmente la prova della battaglia singolare. Azzo rispose che aveva ne' suoi dominj molti gentiluomini più nobili di Salinguerra, che sarebbero pronti a battersi con lui, se aveva tanta sete di battaglie. Allora Ottone dichiarò a tutti tre che per le passate contese non permetterà loro di battersi.

Ottone, che ad ogni modo voleva mettere in pace questi due capi di parte, dai quali sperava d'avere più importanti servigi che da tutti gli altri signori italiani, sortì il giorno dopo a cavallo con loro, e, avendone uno alla diritta, alla sinistra l'altro (m'attengo sempre allo storico Maurisio partigiano d'Ezzelino), volse da prima il discorso in lingua francese ad Ezzelino: Sire Ycelin, saluons le marquis, diss'egli; onde Ezzelino levandosi il cappello e piegando il corpo, disse ad Azzo: Signor Marchese che Dio vi salvi; e perchè questi rispose senza scoprirsi il capo, Ottone rivoltossi a lui ugualmente: Sire marquis, saluons Ycelin, ed il marchese soggiunse, que Dieu vous sauve. La loro riconciliazione non pareva ancora troppo avanzata, quando ristringendosi la strada, Ottone passò avanti, lasciando i due rivali ai fianchi l'uno dell'altro; perchè voltosi a dietro vide che si parlavano affettuosamente, come avessero dimenticate affatto le vecchie offese. Quest'amichevole conversazione durò quanto la corsa che fu di oltre due miglia, e finì col dare qualche inquietudine all'imperatore, il quale poichè rientrò nella sua tenda, fatto a se chiamare Ezzelino, gli chiese quale fosse stato il soggetto della sua conversazione col marchese: «i giorni della nostra fanciullezza, rispose Ezzelino; e noi eravamo rientrati nell'antica nostra amicizia.»

Dopo di aver riconciliati i due capi di partito, volle Ottone assicurarsi ancora del loro attaccamento alla propria causa, coll'accordare a' medesimi dei beneficj. Innocenzo III dubitando, dopo aver conquistata la Marca, della validità del suo titolo, conobbe che assai difficilmente avrebbe potuto conservarla, e perciò l'anno 1208 ne investì il marchese d'Este[334]. Ottone quando giunse in Italia riclamò la Marca come proprietà dell'Impero, ma ne lasciò l'amministrazione al marchese d'Este con patto che la ricevesse da lui, e gliene fece spedire il diploma in sul cominciare del susseguente anno[335]. E per essere parimenti generoso verso di Ezzelino dichiarò la città di Vicenza colpevole di ribellione, gl'impose una tassa di sessanta mila lire, e nominò Ezzelino podestà, rettore, e deputato dell'Impero in Vicenza. Con questi titoli riuniti Ezzelino richiese da tutti gli abitanti di Vicenza il giuramento di fedeltà; e perchè il partito che gli era contrario, piuttosto che prestare il giuramento, si ritirò a Verona o presso il conte di S. Bonifacio, egli confiscò i beni di tutti i fuorusciti.

Intanto, dopo essersi assicurato dei partigiani dell'alta Italia, Ottone IV s'avanzò alla volta di Roma, ove dalle mani d'Innocenzo III ricevette la corona dell'Impero, ma la buona intelligenza tra di loro fu di breve durata[336]: un ammutinamento dei Romani incominciato in tempo dell'incoronazione fu seguìto dal massacro di molti soldati tedeschi: l'imperatore non volle cedere al papa l'eredità della contessa Matilde e le vaste province che la santa sede credeva a se devolute, allegando il giuramento prestato all'atto della sua elezione, di mantenere le prerogative dell'Impero, e di non alienarne le possessioni; onde i due capi della cristianità separaronsi dopo pochi giorni scontenti l'uno dell'altro, e disposti a farsi la guerra.

Ottone incaricato di difendere le prerogative per cui i Ghibellini avevano combattuto, si volse ai capi di questo partito. Sotto pretesto che il senatore era soggetto al papa, e che il popolo non sarebbe libero fin tanto che non fosse ristabilito il senato di cinquantasei membri, eccitò in Roma delle sedizioni dirette dalla famiglia Pietro Leone[337]. Accordò ai Pisani un amplissimo privilegio in conferma di quello d'Enrico VI, assicurandosi con tale beneficio del loro affetto[338]; contrasse alleanza coi generali tedeschi ch'erano rimasti nel regno di Napoli dopo la conquista dello stesso Enrico, ed investì del ducato di Spoleti il conte Diopoldo, uno de' più principali fra di loro[339]; per ultimo, di ritorno in Lombardia, fece ogni sforzo per rappacificare le città ed i partiti diversi che laceravano con private guerre quelle contrade, e si assicurò l'appoggio dei Milanesi, dei Parmigiani, dei Bolognesi, e di molti altri popoli[340]. Bonifacio d'Este si unì in suo favore ad Ezzelino ed a Salinguerra; ma per lo contrario il marchese Azzo d'Este, staccandosi dal primo imperatore che onorasse la sua famiglia, strinse alleanza col papa, e ricominciò nella Venezia la guerra contro il partito ghibellino.

Dal canto suo non trovò Innocenzo nella lega guelfa di Toscana tutto quell'appoggio che ne sperava, ma fu invece soccorso dai Genovesi, dai Pavesi, dai Cremonesi e dal marchese di Monferrato; ma più che in tutt'altro sperava in Federico II, di cui non aveva accettata la tutela che per avere in mano un principe da opporre qualunque volta lo credesse agl'imperatori che avrebbero la sventura di spiacergli per la troppo loro potenza, senza aver bisogno di prendersi cura de' suoi reali interessi. In quest'anno medesimo trattò un matrimonio tra questo giovane re, e Costanza figliuola del re d'Arragona, assicurandone in tal modo l'alleanza[341]; entrò poi in trattative con Filippo re di Francia, e con altri signori tedeschi per fare eleggere imperatore Federico, rappresentandoglielo come ingiustamente spogliato de' suoi diritti.