Informato Ottone di queste pratiche, pensò che il nemico da abbattere prima d'ogni altro era Federico, il quale già disponevasi a disputargli la corona. Gli dichiarava perciò la guerra ed invadeva il regno di Napoli, ove incontrava pochissima resistenza. Monte Cassino, Capoa, Salerno, Napoli gli s'arresero ben tosto; e, malgrado le scomuniche del papa, non perdette alcuno de' suoi partigiani[342]. Le cose di Ottone procedevano con tanta prosperità, che poteva sperare di balzare in breve dal trono il giovane Federico, che dai soldati era chiamato il re dei preti; quando le notizie d'una generale sommossa in Germania l'obbligarono ad abbandonare l'Italia. Siffredo, arcivescovo di Magonza, aveva pubblicato contro l'imperatore una bolla di scomunica, dichiarandolo decaduto dalla dignità imperiale. E perchè la bolla avesse effetto, eransi contro di lui collegati l'arcivescovo di Treveri, il langravio di Turingia, il re di Boemia, il duca di Baviera ed il duca di Zeringuen, a ciò specialmente istigati da Filippo Augusto di Francia, personale nemico d'Ottone. Questi lasciò l'Italia dopo avere in due generali assemblee esortati i baroni del Regno di Napoli, poi quelli delle città libere di Lombardia, a conservarsi fedeli, e passò in Germania a sostenervi una sfortunata guerra, nella quale ebbe ben tosto a fronte il suo antagonista Federico II[343].

Benchè si fosse variato l'oggetto della lite tra le fazioni guelfa e ghibellina, e che i Ghibellini si trovassero momentaneamente uniti al papa, mentre molti Guelfi, diretti da un imperatore guelfo, eransi dichiarati i difensori dei diritti dell'Impero[344], i Lombardi furono generalmente fedeli non ai rispettivi principi, ma alle persone ed al nome della loro fazione. Nella guerra della lega lombarda, Pavia, Cremona ed il marchese di Monferrato avevano combattuto per la famiglia ghibellina; l'istesse città s'impegnarono pure di difendere Federico II, l'erede di questa famiglia. Questo giovane re, allora in età di dieciotto anni, essendone richiesto dai principi tedeschi suoi partigiani, s'avviò verso la Germania per riclamare la corona imperiale. Passando per Roma, ricevette la benedizione del papa, indi s'imbarcò e giunse a Genova in aprile del 1212 con quattro galere. Colà seppe che tutto il partito guelfo di Lombardia aveva prese le armi per chiudergli il passaggio; onde gli fu forza di rimanere in Genova tre mesi, aspettando l'opportunità di attraversare il paese nemico, e dar tempo ai suoi partigiani di riunire le loro forze[345]. Soltanto il 15 giugno partiva da Genova alla volta di Pavia, dopo aver ricevuti dai Genovesi considerabili soccorsi. Il partito ghibellino ne' paesi che doveva attraversare, era assai debole. Le città d'Alessandria, Tortona, Vercelli, Acqui, Alba ed il marchese Malaspina eransi uniti ad attraversargli il passaggio avanti che arrivasse a Pavia[346]; ma egli giunse a Pavia per la strada d'Asti senza incontrarli, e senza che gli accadesse alcun sinistro. I Guelfi vollero vendicarsene avanzandosi sul territorio pavese, ma ne furono respinti con grave perdita. Restavagli da attraversare la Lombardia superiore, lo che rendevasi ancora più difficile, poichè per passare da Pavia a Cremona, prima città a lui favorevole, doveva toccare il territorio piacentino, o il milanese, i di cui passaggi erano attentamente custoditi da quei repubblicani[347]. Il marchese Azzo d'Este erasi avanzato fino a Cremona per incontrarlo, e teneva disposta una scorta che doveva unirsi a quella dei Pavesi; ma nè gli uni nè gli altri avevano bastanti forze per attaccare il corpo dei Milanesi appostato sulle rive del Lambro. Federico, cui ogni ritardo poteva diventar fatale, credette di dover tutto arrischiare, ed approfittando delle dense tenebre d'una notte tentò il passaggio del fiume, e giunse felicemente a Cremona; e soltanto la scorta pavese fu assalita, retrocedendo, dai Milanesi, e fatta quasi tutta prigioniera[348]. Da Cremona avanzandosi Federico coll'assistenza del marchese d'Este non era più esposto a grandi rischi, sicchè per la strada di Mantova, Verona[349] e Trento giunse a Coria nei Grigioni, ove incontrò i suoi primi partigiani tedeschi, ed in numero assai maggiore gli si fecero in contro a Costanza; e finalmente quando arrivò ad Aquisgrana, vi fu coronato re de' Romani, mentre il suo competitore Ottone essendo stato battuto presso Brisacco, fu forzato di rivolgere le sue armi contro Filippo Augusto, dal quale disfatto in vicinanza di Bouvines, non ebbe più forze bastanti per affrontare il suo rivale[350].

Tocchiamo finalmente l'epoca in cui la più illustre, e, per lungo tempo, la più potente repubblica de' secoli di mezzo, Fiorenza, incomincia a chiamare a se lo sguardo dello storico colla prima scissura ch'ebbe luogo nel suo seno l'anno 1215.

Firenze non fu da principio probabilmente che un sobborgo di Fiesole, antica città degli Etruschi, e per tale cagione l'epoca precisa della sua fondazione trovasi avviluppata in qualche difficoltà[351]. Il dittatore Lucio Silla la fece colonia romana, e segnò il primo le mura della nuova città lungo le ridenti rive dell'Arno, ai piedi degli Appennini in mezzo a colline coperte d'ulivi, di fichi, e di tutti gli alberi de' climi più caldi.

Poche città furono dalla natura più avvantaggiate di Fiorenza. Malgrado il calore spesso grandissimo, l'aria è sana, limpide acque scendono dall'Appennino, che la magnificenza dei cittadini fiorentini impiegò ne' secoli di mezzo ad ornare e rinfrescare la città con sontuose fontane. La pianura che dalle porte della città si stende nella val d'Arno inferiore, è coperta di gelsi e di viti maritate agli alberi, ed è feconda di grani d'ogni genere, facendovisi cinque diversi raccolti nello spazio di tre anni[352]. Dalla banda degli Appennini innalzasi un anfiteatro di ridenti colli sui quali raccogliesi il più squisito olio, ed i più squisiti vini d'Italia; più a dietro le alte montagne coperte di vaste foreste di castagni offrono alla povertà un nutrimento, che non domanda che il lavoro di raccogliere i frutti che maturano ogni anno.

Il Mugnone ed altri ruscelli arricchiscono le terre da loro inaffiate; e l'agricoltore deriva dall'Arno medesimo una parte delle sue acque. Questo fiume che nella più calda estate lascia quasi all'asciutto il suo letto, lo riempie di nuovo nella stagione piovosa, ed apre una facile e pronta comunicazione con Pisa e col mare per mezzo di leggieri barche.

Firenze ornata, fino ne' tempi di Silla, di terme, di teatri, d'acquedotti, fu quasi affatto rovinata da Totila, re dei Goti, nella guerra che questi dovette sostenere contro i generali di Giustiniano[353]. Fu in seguito rifabbricata da Carlo Magno, ed impiegò i quattro secoli posteriori al regno del suo nuovo fondatore nel perfezionamento della sua amministrazione municipale; nel qual tempo obbligò tutti i gentiluomini del vicinato a farsi cittadini fiorentini sottomettendo i loro piccoli feudi alla sua giurisdizione. Fino al 1207 fu governata da consoli scelti tra i migliori cittadini, e da un senato di cento membri. I consoli rimanevano in carica un anno, e ne veniva nominato uno prima dai quattro, poi dai sei quartieri; ma del 1207 i Fiorentini imitarono ciò che vedevano praticarsi da tutte le altre città, e chiamarono un podestà straniero e gentiluomo[354][355], al quale affidarono il carico d'eseguire gli ordini del comune, di far decidere dai suoi giudici i processi civili, di pronunciare egli e di far eseguire le sentenze criminali, affinchè, dicono gli storici fiorentini, verun cittadino non incontrasse l'odio cui poteva dar luogo la pubblica vendetta, ed affinchè non si lasciasse alcuno sedurre dalle preghiere, dall'affetto di famiglia, o da timore, a trascurare il mantenimento dell'ordine pubblico. Gualfredotto di Milano fu il primo podestà di Fiorenza, cui fu dato per sua abitazione il palazzo del vescovo, conservando in pari tempo i consoli incaricati di tutti gli altri rami della pubblica amministrazione.

Quantunque la nobiltà fiorentina, che fino a tale epoca aveva esclusivamente governata la repubblica, non potesse rimanersi del tutto imparziale nelle contese degl'imperatori e dei papi, e specialmente in quella di Ottone IV con Innocenzo III, nulla però accadde che ne alterasse la pace interna. La repubblica aveva presa parte alla lega toscana, ma in appresso non si curò troppo di sostenere una confederazione ben tosto dimenticata: e malgrado le divergenti opinioni de' gentiluomini, i magistrati erano determinati di tenersi neutrali, quando una particolare contesa di famiglia, riscaldando tutt'ad un tratto lo spirito di partito, strascinò i Fiorentini in sanguinose risse, che dopo essersi tenute vive, senza deciso vantaggio dell'una o dell'altra parte, trentatre anni, ebbero fine coll'esiglio dalla città d'un intero partito, e coll'obbligare la repubblica a figurare eminentemente nelle successive guerre d'Italia.

Tra le famiglie che manifestavano attaccamento alla causa del papa primeggiava quella dei Buondelmonti, altra volta signori di Montebuono in val d'Arno di sopra. Messer Bondelmonte de' Buondelmonti aveva promesso di sposare una fanciulla degli Amedei, famiglia alleata agli Uberti, e di conosciuto attaccamento al partito imperiale[356]. Un giorno Bondelmonte cavalcando per la città fu chiamato da una gentildonna della casa Donati, la quale, rimbrottatolo d'essersi alleato con una famiglia a lui sconveniente, passò a deridere la figura della sposa. «Io ne aveva, gli soggiunse, tenuta una in serbo per voi, che avreste certamente preferita;» e presolo per la mano lo condusse nell'appartamento di sua figlia, ch'era sopra ogni credere bellissima. Bondelmonte invaghito e infiammato d'amore, non riflettendo alla data fede, la chiese e l'ottenne in isposa; e gli Amedei non seppero ch'egli mancava alla convenzione fatta con loro se non quando era già sposo d'un'altra. Invitarono subito tutti i parenti a riunirsi presso di loro, gli Uberti, i Fifanti, i Lamberti ed i Gangalandi, ed esposero l'affronto che avevano ricevuto, chiedendo consiglio intorno alla vendetta che più si converrebbe al presente caso. Mosca Lamberti osò dire il primo, ma con parole equivoche, che solo la morte poteva lavare tanta offesa[357]; perchè la mattina di Pasqua mentre Bondelmonte attraversava sopra un cavallo bianco Ponte Vecchio fu assalito dai capi di queste famiglie, unite non solo dalla recente ingiuria, ma ancora dall'attaccamento alla causa imperiale, ed ucciso presso alla statua di Marte protettore di Fiorenza pagana, che ancora rimaneva in piedi.

Poichè fu sparso il primo sangue, tutte le nobili famiglie si pronunciarono per gli aggressori, o per il contrario partito, adottando a un tempo una fazione nella gran lite della Cristianità, che s'aggiunse a questa rissa di famiglia. Si dichiararono pei Bondelmonti e per il partito guelfo quarantadue principali famiglie[358], di cui gli antichi storici ci diedero i nomi: e ventiquattro uguali famiglie si associarono agli Uberti ed alla causa dei Ghibellini. Così, fatti nemici gli uni degli altri, tanti potenti cittadini battevansi continuamente, e comechè tutti innalzassero torri e fortificassero i loro palazzi, rimasero trentatre anni nella medesima città senza aver mai fatto verun accordo. Ma la notte della Candelora del 1248 la parte guelfa fu costretta per la prima volta di abbandonare la città, che, ritirandosi, fu esigliata dalla pubblica autorità, la quale fino a tale epoca aveva mostrato di volere con mano imparziale comprimere le due fazioni castigando indistintamente i perturbatori del pubblico riposo.