Trentatre anni di non interrotta guerra entro le mura di Firenze non solo produssero l'effetto di avvezzare alle armi la nazione, e di prepararla in tal maniera alle sue future conquiste, ma diedero altresì un particolare carattere all'architettura della città, carattere non affatto perduto al presente, perchè i nuovi architetti, senza rendersi ragione dello stile nazionale, lo imitarono nei loro edificj. I palazzi fiorentini sono masse quadrate pesanti, il di cui principale ornamento consiste nella solidità[359]. Sono grosse muraglie bugnate, porte alzate sopra il livello del suolo, larghe anella di ferro e di bronzo in cui collocavansi i fanali all'occasione di pubbliche illuminazioni, o destinate a portare gli stendardi d'una fazione: altronde non vi si vedevano nè colonne, nè peristili, o cosa alcuna ove l'architettura possa mostrar grazia e leggerezza. Firenze si fa conoscere all'aspetto suo per la città dei nobili, la città della forza individuale, la città ove l'autorità pubblica era talvolta debole, ma dove ognuno era padrone e signore nella propria casa.

Nel lungo regno di diciott'anni Innocenzo III aveva forse ottenuto più che non isperava a favore dell'autorità ecclesiastica accresciuta con dispendio di quella degl'imperatori. Il regno di Sicilia omai le era affatto subordinato. Federico aveva un figlio della novella sua sposa, e quando partì per andare in Germania, Innocenzo pretese che questi fosse allora coronato re di Sicilia, e che a lui cedesse il padre l'amministrazione del regno sotto la protezione della santa sede, da cui avrebb'egli poi ottenuta la corona imperiale.

La città di Roma, dopo avere tentato invano di cambiare la propria amministrazione, erasi trovata in preda a tante estorsioni sotto il governo d'un senato repubblicano, che spontaneamente si sottomise ad un senatore nominato dal pontefice. Tutte le città vicine a Roma erano state conquistate da Innocenzo, e gli si conservavano subordinate. Sembrava inoltre che ricaderebbe sotto il suo dominio la Marca d'Ancona, poichè Azzo VI d'Este che n'era stato da lui investito[360], era morto poco dopo avere condotto Federico in Germania, e del 1215 era pur morto il suo maggior figliuolo Aldobrandino, nel fiore della gioventù. Il secondogenito Azzo VII, marchese d'Este, poteva a stento conservare il patrimonio de' suoi maggiori, non che pensar potesse a tener in dovere gli Anconitani che si dichiaravano indipendenti. Malgrado le intestine loro discordie, le città toscane mostravansi tutte, ad eccezione di Pisa, più affezionate al partito della Chiesa che a quello dell'Impero; e se nella Lombardia le più potenti repubbliche avevano abbracciata la causa d'Ottone, aveva la fortuna favorite in modo le più deboli attaccate alla Chiesa, che i Cremonesi avevano disfatta interamente l'armata milanese, tolto loro il carroccio, e fatti prigionieri più migliaja di soldati[361].

Ma se l'amministrazione di questo grande fondatore della monarchia pontificale ottenne portentosi successi, la sua condotta non andò esente da rimproveri. Benchè avesse soccorso Federico nelle prime sue imprese contro Ottone, poichè questi fu sconfitto, non accordò mai al suo protetto la corona imperiale onde non farlo troppo potente. Nell'amministrazione del regno di Sicilia non andò senza taccia d'infedeltà, avendo usurpati in pregiudizio del re suo pupillo i privilegi della corona di conferire i beneficj ecclesiastici[362], disponendo dei feudi del regno a vantaggio de' suoi favoriti, e tra gli altri di suo nipote, cui regalò la contea di Sora[363]; trattando coi ribelli in proprio nome, e non riclamando per il suo augusto pupillo i diritti che aveva all'elezione di re dei Romani, se non dopo essersi successivamente alleato con Filippo e con Ottone IV, in pregiudizio di Federico, di cui ne cedette loro i diritti a fronte dei proprj vantaggi. Nè più dilicata fu la condotta di questo papa verso gl'imperatori d'Oriente, siccome avremo opportunità di osservarlo nel seguente capitolo. Abbiamo già parlato dell'insultante alterigia con cui trattò i monarchi d'Occidente, e del frequente scandaloso abuso da lui fatto degl'interdetti e delle scomuniche. Viene inoltre accusato d'avere il primo fatta predicare la crociata contro i Pagani della Livonia, e d'avere accordato a coloro che avevano fatto voto di andare in soccorso di Terra santa, di portare invece le armi nella Livonia per farvi una guerra inutile; dimenticando l'affezione dei luoghi santi, la difesa della cristianità contro l'aggressione nemica, e la protezione dovuta ai fratelli d'armi esposti ai più grandi pericoli. Innocenzo acconsentì a questa crociata motivata da sola cieca e crudele voglia di persecuzione[364]. Ma la più vergognosa macchia che disonori la memoria di questo pontefice, è l'istituzione dell'inquisizione, e la sanguinaria predicazione dei monaci di S. Domenico per la più atroce delle crociate, quella contro gli sventurati Albigesi[365].

A me non s'apparterrebbe il parlare della venuta in Europa de' Pauliciani[366], setta di Manichei, che scacciati dall'Asia dalle persecuzioni degl'imperatori d'Oriente e trapiantatisi nelle vicinanze del monte Haemus, s'avanzarono lentamente verso l'Occidente, e sparsero tra i Latini i primi semi della riforma; ma perchè questi settarj, cui Raimondo, conte di Tolosa, accordò ricovero in Linguadocca presso Albi, s'andarono moltiplicando ancora in Italia, ov'ebbero il nome di Paterini, non sarà inutile il dirne alcuna cosa[367].

I persecutori dei Pauliciani e degli Albigesi sostennero costantemente che il fondamento della loro dottrina era il domma dei due principj, che in ogni tempo ebbe partigiani moltissimi in Oriente; nè sembra affatto straniero alla religione de' giudei, nè a quella dei cattolici[368]. I difensori degli Albigesi e sopra tutto i riformatori negarono che i Pauliciani professassero mai questo domma, ma sarebbe forse assai difficile lo scolparli da tale errore. I cattolici loro contemporanei, parlando della loro dottrina, mostrano una troppo raffinata filosofia orientale, perchè possa credersi inventata da Pietro Valiserniense o da san Domenico. Gli Albigesi, dicono essi, riconoscono nell'universo due potenze creatrici, quella del mondo invisibile, ch'essi chiamano il Dio buono, e quella del mondo visibile che chiamano il Dio cattivo. E questo non è altro che il sistema di Manete intorno all'eternità dello spirito e della materia. Attribuivano al primo il nuovo testamento, l'antico al secondo; e per provare che l'ultimo era effettivamente l'opera del Dio del male, davano risalto a tutti i delitti che sono nel medesimo accennati, e a quelle qualità di Dio geloso, vendicatore e terribile che gli Ebrei credevano vedere nell'Essere supremo. Non ammettevano l'incarnazione del salvatore, insegnando che era disceso soltanto spiritualmente, senza giammai investire un corpo; credevano gli uomini essere angioli decaduti dalla primitiva loro grandezza, le di cui anime dopo alcune trasmigrazioni dovevano poi rientrare nell'antica loro gloria[369]. Tali erano almeno le opinioni di un piccol numero, giacchè non sembra che la credenza loro fosse uniforme; dal che deve conchiudersi che lasciavano a tutti la libertà di esaminare la propria fede.

Nello stato di corruzione in cui a que' tempi trovavasi la Chiesa romana, avrebbela esposta a gravi pericoli il permesso di entrare in troppo minute discussioni. I capi di setta smarriti negli andirivieni di un'oscura metafisica, ammettevano probabilmente sistemi che derogavano alla maestà dell'Essere supremo: ma quando volgevano lo sguardo verso la Chiesa cattolica trovavano troppo aperti abusi da attaccare e troppe contraddizioni nelle pratiche de' grandi prelati e nelle cose disciplinari da rivelare. Negando l'autorità de' vescovi, le indulgenze, il fuoco del purgatorio, i miracoli della Chiesa, la transustanziazione, il culto della Vergine, la dannazione de' bambini morti senza battesimo, prepararono la strada alla riforma[370].

Grande era il numero de' Patarini o Pauliciani in tutte le città d'Italia, perciocchè questa era la parte d'Europa meno predominata dalla superstizione; e perchè i governi popolari non avevano fino allora permesso che si perseguitassero i cittadini per le loro opinioni. Il codice Teodosiano aveva bensì decretata la pena di morte contro certi eretici risguardati come più colpevoli degli altri[371]; ma ne' tempi in cui tal legge fu tenuta in vigore, i vescovi avevano costantemente riclamato contro l'applicazione della pena. S. Agostino scriveva a Donato, proconsole d'Affrica, che s'egli non cessava dal punire gli eretici colla morte, i vescovi lascerebbero di denunciarli. E quando i vescovi mostraronsi proclivi allo spargimento del sangue, i principi non erano più persecutori; e non fu che del 1220, che il successore d'Innocenzo ottenne da Federico II la prima legge di morte contro gli eretici, come prezzo della corona che gli aveva data[372].

Non trascurava per altro Innocenzo d'eccitare con calde lettere i vescovi di Fiorenza, di Prato, di Faenza, di Bologna, a cacciare gli eretici fuori delle mura; e quando le sue lettere ottenevano l'intento, non lasciava di felicitarli d'essere entrati sul buon sentiere dell'eterna salute[373]. Avendo saputo trovarsi alcuni Paterini in Viterbo, città del dominio della Chiesa, vi si recò egli medesimo, e fece abbruciare le case degli eretici che avevano colla fuga prevenuto il suo arrivo. Promulgò in seguito una legge intorno alla pena da infliggersi a costoro: era la morte[374], che per altro enunciò copertamente colla frase che la loro persona sia abbandonata al braccio secolare. Dichiarava poi che le loro case si distruggessero, ed i loro beni divisi tra il delatore, il comune, ed il tribunale che pronuncierebbe la condanna; e per ultimo che dovessero pure atterrarsi le case di coloro che osavano dar ricovero agli eretici.

E temendo di non bastar solo a contenere la piena dell'eresia, chiamò due collaboratori in suo ajuto: il primo, italiano, doveva adoperare la dolcezza e l'esempio; spagnuolo l'altro, lo spionaggio ed i supplicj: erano questi san Francesco e san Domenico[375][376]. Protestò il papa d'averli veduti in sogno sostenere sulle loro spalle san Giovanni di Laterano, e perciò diede loro il carico d'associarsi dei fratelli che gli ajutassero a sostenere la pericolante fede. San Francesco raccomandava ai suoi discepoli, allora chiamati fratelli minori, di ricondurre gli eretici in seno della Chiesa coll'esempio della loro povertà ed ubbidienza[377]; e san Domenico ordinava più espressamente ai suoi di predicare contro gli eretici, d'informarsi del loro numero, della loro credenza e dello zelo de' vescovi nel reprimerli; indi riferire a Roma tutto quanto verrebbe a loro notizia; ed eccitare i principi cristiani a prendere le armi contro gli eretici. Un tribunale, che condannasse direttamente a morte gli eretici, non fu accordato ai Domenicani che parecchi anni dopo da Innocenzo IV; ma fino dalla prima loro istituzione si presero il titolo d'inquisitori, val a dire delatori della fede[378].