Se la prima di queste guerre religiose richiamò a se un istante la nostra attenzione, soltanto perchè Innocenzo III l'adoperò come stromento per istabilire la sua monarchia temporale, e quel potere de' papi che doveva alternativamente appoggiare le repubbliche ed opprimerle; la seconda appartiene assai più, e direi quasi essenzialmente alla nostra storia, poichè l'acquisto di Costantinopoli non fu meno l'opera di Venezia, che degli altri Latini assieme riuniti; e mentre questa fiera signora dell'Adriatico attaccava i Greci, Pisa li difendeva, e finalmente le tre repubbliche marittime d'Italia ebbero parte nella divisione dell'impero d'Oriente.

Ma questa spedizione di tanta importanza è stata già descritta da tutti gli storici delle crociate, e da tutti quelli di Costantinopoli; e ciò che più monta, da Gibbon[389]: e dopo che questo ammirabile scrittore ha presentato drammaticamente, ma con tutta verità e con profonda erudizione, il quadro di un'epoca della storia, difficile riesce, senza dubbio, il richiamare sugli stessi avvenimenti l'attenzione del lettore. Ciò null'ostante ho seguito l'esempio di Gibbon, attingendo, com'egli ha fatto, agli scrittori originali, e non copiandoli: e la conquista di Costantinopoli considerata sotto i rapporti che la legano alla storia veneziana, si mostrerà in parte sotto un punto di veduta affatto nuovo.

Dopo la fondazione di Costantinopoli il governo di questa capitale e del suo impero era sempre stato puramente dispotico e non monarchico, secondo il liberale significato dato dalle moderne nazioni a questo vocabolo. Giammai veruno spirito di libertà, o nazionale o di corpo, aveva per un solo istante fatto ostacolo ai criminosi arbitrj del poter reale, nè pensato forse che si potesse tener in bilico il solo onnipotente volere del governo. Abbiamo già osservato come gl'Italiani, dopo avere scosso un'eguale potere, avevano fatto acquisto di nobili e generose idee; mentre ai tempi d'Innocenzo III, un governo invariabile, sempre regolare ed apparentemente incivilito esercitava già da otto secoli l'uniforme sua influenza sui Greci. Il despotismo degl'imperatori di Costantinopoli, sempre intero e sempre favorito da tutte le circostanze, è una compiuta incontrastabile prova dei naturali e necessarj effetti del più pessimo governo.

Infatti potrebbersi impugnare gli esempj delle torbide dinastie fondate colla forza delle armi, perchè la violenza della loro origine trae sempre seco un'eguale violenza, che l'accompagna finchè dura; perchè i soldati che fecero il loro monarca possono ancora disfarlo; e perchè finalmente la sovranità confidata una volta alla forza brutale, non può giammai impiegarsi con discernimento al comune beneficio. L'autorità di Cesare in Roma fu tutta militare; ma Costantino trasportando la sede dell'impero nella sua nuova città, tolse lo scettro di mano ai soldati; il despotismo greco fu una costituzione civile; e quando la corona fu trasferita dall'una all'altra famiglia, lo fu per gl'intrighi del palazzo, e non col mezzo de' clamori e dell'ammutinamento delle armate.

Potrebbesi pure impugnare l'esperienza d'una nazione barbara ed ignorante, che giammai non avesse riflettuto intorno allo scopo delle civili società, ed il di cui capo non avesse mai pensato che il suo interesse è legato a quello del popolo. Ma i Bizantini avevano raccolta la sapienza di tutto l'universo, l'immensa eredità della esperienza di tutte le antiche repubbliche, di tutte le antiche monarchie. Erano tra le loro mani i libri di tutti i filosofi greci e romani, e quelli delle più moderne scuole apertesi ai tempi di Adriano e degli Antonini, colle memorie delle dinastie dell'Asia e dell'Egitto, ch'ebbero regno nelle stesse province del loro impero. Giammai altri despoti montarono sul trono con maggiore facilità di riunire una più grande quantità di lumi.

Nè tutte queste cognizioni pratiche andarono neglette o perdute; il dispotismo greco, per mezzo di felici e rare circostanze, si trovò al possesso di un bel sistema di giustizia, di un bel sistema d'imposizioni, i quali risparmiarono ai sudditi dell'impero molte private sofferenze. La giurisprudenza di Giustiniano è forse, fino a' nostri giorni, la più equa e meglio ordinata legislazione. Il sistema delle imposte stendevasi a tutti i ranghi, ad ogni genere di ricchezze, e procurava allo stato le maggiori entrate possibili, proporzionatamente alle somme che pagavansi dai sudditi.

Niun governo può esistere indipendente dalle circostanze esteriori o accidentali della nazione, ed i partigiani del despotismo potrebbero confutare le conclusioni che si deducessero contro di loro coll'esempio dell'impero greco, se questo impero fosse stato così vasto da non permettere alcun legame tra i suoi abitanti, ristretto in modo di non avere bastanti forze per difendersi; se fosse stato circondato da troppo bellicose o troppo potenti nazioni per poter loro resistere; se i cittadini avessero affatto perduto ogni carattere militare; se fossero stati poveri in modo di non poter pagare le imposte; finalmente se una nazionale inimicizia gli avesse alienati dal loro proprio governo. Ma l'impero greco, quando si divise dall'occidentale, era più vasto, più ricco e più popolato di quel che lo sia mai stato l'impero di Carlo Magno, ed essendo le antiche conquiste di cui era formato andate in dimenticanza, il corpo intero della nazione parlava lo stesso idioma, e l'abitante della Siria risguardavasi come un cittadino della Tracia. I successi ottenuti dalle barbare nazioni che lo attaccarono non devono illuderci intorno alle loro forze, che tutte insieme non pareggiavano la popolazione o la ricchezza del solo impero greco; la loro arte militare, la loro disciplina, le loro armi non erano altrimenti paragonabili a quelle de' Romani; tra le varie orde di barbari che uscirono dalla Tartaria, dalla Persia, o dall'Arabia per movere guerra ai Greci, non eravi alcun popolo che possedesse quel valore fermo ed ostinato, che i Galli ed i Germani opposero invano alle romane legioni. Non eravi alcun popolo abbastanza istrutto delle cose politiche per sapere trattare alleanze, e combinare contro Costantinopoli una pericolosa colleganza; veruno che tentasse di corrompere i sudditi dell'Impero e di eccitare la ribellione nel suo seno; veruno che coll'esempio di un prospero governo, o per mezzo de' principj sui quali si fondasse, facesse crollare i fondamenti dell'autorità de' Cesari. Il valore militare era, a dir vero, quando si divise lo stato di Roma, già venuto meno per la lunga durata del precedente despotismo; ma in sul cominciare di questo despotismo, era ancora nel suo pieno vigore; ed anche dopo Costantino, le legioni romane, capitanate da Giuliano, mostrarono che l'antico valore non era spento. Finalmente il ritorno della sovrana autorità tra le mani dei Greci, era per essi come una vittoria nazionale, che doveva attaccarli al loro monarca. Tutto prometteva all'Impero greco una costante prosperità, se il despotismo era mai capace di renderla stabile.

Non è qui bisogno di tener dietro alla vergognosa storia de' monarchi di Costantinopoli ed ai deboli intrighi della loro corte, per sapere a qual punto di avvilimento questo governo, tanto favorito dalle circostanze, aveva ridotta la razza umana: basta osservare cosa fosse l'Impero greco quando i crociati risolsero di conquistarlo; senza armate, senza flotte, senza tesori, senza coraggio, senza talenti; non contava un solo generale che avesse saputo meritarsi la stima de' soldati, quantunque l'Impero si trovasse sempre impegnato in guerre civili e straniere. Nel lungo corso di dieci secoli non produsse una sola opera scientifica o letteraria che s'innalzasse al di sopra della mediocrità, sebbene siansi sempre più o meno coltivate le lettere, e che i Greci fossero intimamente persuasi d'essere i soli al mondo capaci di scrivere, e che senza di loro tutti i popoli da essi chiamati barbari sarebbero condannati a perpetua obblivione[390]. Ogni energia era talmente spenta ch'erano perfino cessate le dispute religiose; ed i sofisti greci non si occupavano più delle interminabili loro controversie; e dopo l'ottavo secolo niuna nuova eresia aveva turbata la tranquillità di quella Chiesa[391]. Un'altra prova di questo indebolimento è che i Greci avevano rinunciato ad ogni commercio straniero, malgrado la superiorità delle loro ricchezze, malgrado i sommi vantaggi de' loro porti e delle loro posizioni, e malgrado l'esclusivo possesso lungo tempo conservato: erano i repubblicani d'Italia, che stabilitisi tra di loro, ne facevano tutto il traffico. I Greci contenti del commercio spicciolato e delle manifatture che non richiedevano l'occupazione d'alcuna facoltà dell'anima, e dove gli uomini potevano agire come semplici macchine, abbandonavansi ad una profonda mollizie. I piaceri sensuali ed il riposo erano i soli oggetti dei loro desiderj: essi ignoravano perfino l'esistenza del punto d'onore, ed erano diventati insensibili alla vergogna[392]. Questo carattere nazionale verrà bastantemente sviluppato quando li vedremo alle mani coi Latini.

Le cronache delle città marittime d'Italia ci somministrano poche notizie intorno alle colonie stabilite dai loro cittadini in Costantinopoli o in altre città dell'Oriente: queste colonie governavansi da se medesime, nominavano i propri ufficiali senza riceverli dalla metropoli; e qualunque si fossero la popolazione e la ricchezza loro, non potevano ritenersi appartenenti allo stato. Quindi gli storici nazionali diedero pochissima importanza alle guerre de' privati veneziani e pisani nell'altra estremità dell'Europa, comechè le conseguenze che ne derivarono siano ai nostri tempi risguardate con sorpresa; mentre le continue guerre de' Pisani e dei Genovesi, che hanno più che altro l'aria di pirateria, attiravano potentemente tutta l'attenzione delle loro città.

Già da molto tempo, i Veneziani, siccome più vicini alla Grecia, avevano ottenuti grandissimi vantaggi commerciando colla medesima; e per compensare i beneficj di cui godevano, somministravano le loro flotte agl'imperatori di Costantinopoli per valersene nelle guerre di mare; ma da cinquant'anni in qua questa buona armonia erasi non poco alterata. I Veneziani troppo fidando al proprio coraggio, non dissimulavano il loro disprezzo per la viltà greca, e vendicavansi colle armi alla mano de' più leggeri insulti che loro fossero fatti.