Dopo l'assedio di Corcira, nel quale i Greci ed i Veneziani avevano combattuto assieme sotto gli stessi stendardi, Manuele Comneno fu costretto di calmare la subita collera degli ultimi con umilianti sommissioni[393]. Ciò era accaduto del 1152, ma nel 1169 lo stesso imperatore, irritato senza dubbio da recenti offese, li fece tutti imprigionare nel medesimo giorno, assicurandosi delle loro proprietà in tutti i porti de' suoi stati. Non furono tardi i Veneziani a vendicarsene, devastando con una flotta di cinquanta galee l'Eubea, Chio ed altre isole, e forzando l'imperatore a domandare la pace, ed a promettere in compenso de' beni confiscati che non poteva restituire, il pagamento di ragguardevole somma. Una grande popolazione umiliata da un pugno di gente non può non sentire per questi valorosi un odio eguale al terrore che la comprese. Quantunque i Veneziani, stabiliti a Costantinopoli ed in tutto l'Impero, avessero stretti legami di famiglia coi Greci, e sembrassero diventati loro concittadini, il solo loro nome li rendeva in faccia al popolo un oggetto di odio; talchè ogni rivoluzione di corte, ogni sedizione popolare, poteva essere il segno d'un massacro. Quando Andronico, l'anno 1183, cacciò dal trono Alessio Comneno, figliuolo di Manuele[394], i Veneziani furono attaccati all'impensata, saccheggiati e costretti a salvarsi colla fuga: del 1187 sotto il regno d'Isacco Angelo[395] furono nuovamente attaccati; e da quest'epoca fino al 1201 gl'insulti del popolo e le violenti esazioni degli ufficiali del governo moltiplicarono ogni giorno i titoli di malcontento e l'odio reciproco delle due nazioni. I negozianti pisani seppero approfittare delle disposizioni in cui trovavansi i Greci verso i Veneziani, per soppiantarli nel commercio di Costantinopoli; e la loro colonia fu in breve la più ricca perchè non si rifiutarono di venire frequentemente alle mani coi Veneziani onde mantenersi cari al governo greco che li ricolmava di favori[396].

Il trono di Costantinopoli era a quest'epoca occupato da un usurpatore. Dopo i principi della casa Comnena ch'eransi fatti ammirare come superiori assai ed ai loro predecessori ed ai loro sudditi, la Grecia era stata da prima governata da un debole fanciullo, ultimo erede di questa stirpe; poi da un feroce tiranno, Andronico; e dopo questi dal debole Isacco Angelo, ch'era stato in fine balzato dal trono da suo fratello, privato della vista e posto in carcere: ma ciò che facilmente non accaderà giammai altrove, l'usurpatore non aveva nè maggiori talenti ne più coraggio di quello ch'egli aveva spogliato della porpora; ed il secondo Alessio Angelo, nelle delizie del suo palazzo, non occupavasi, in sull'esempio di suo fratello, che de' suoi piaceri e delle assurde predizioni degli astrologi.

Tale era, l'anno 1198, lo stato dell'Oriente quando Innocenzo III facendo predicare la crociata da Folco di Nuelly pose in moto la maggior parte de' baroni francesi per riconquistare il santo Sepolcro. Tebaldo, conte di Champagne, Luigi, conte di Blois, Baldovino, conte di Fiandra, Ugo, conte di san Paolo, Simone, conte di Monfort, e Goffredo, conte di Perche, potevano risguardarsi come i capi dell'intrapresa[397]. Essendo morto Tebaldo avanti che la loro armata potesse porsi in cammino, i crociati, in un'assemblea tenuta a Soissons, nominarono loro condottiero Bonifacio di Monferrato, fratello di quel marchese Corrado che aveva così valorosamente difeso Tiro contro Saladino.

Dopo ciò i crociati risolvettero l'anno 1201 di passare in Palestina o in Egitto per la via di mare, e cercarono di fare coi Veneziani un trattato di sussidio e d'alleanza. Enrico Dandolo allora duca, o doge di Venezia, offrì ai loro ambasciatori in nome della repubblica di fornire tanti bastimenti da trasporto, chiamati usceri o palandre, quanti bastassero per quattro mila cinquecento cavalli, e nove mila scudieri; vascelli per quattro mila cinquecento cavalieri, e venti mila uomini d'infanteria; le provvigioni per tutte queste truppe per nove mesi, e cinquanta galee armate per iscortarli su quelle coste in cui il servizio di Dio e della cristianità li chiamerebbe[398]. Domandavano in compenso, che i crociati avanti d'imbarcarsi pagassero ottantacinque mila marche d'argento e dividessero coi Veneziani a parti eguali tutte le conquiste che farebbero.

Ma prima che queste condizioni, accettate dai crociati, potessero risguardarsi come convenute, era necessario d'avere l'assenso, prima di sei savj e della quarantia, consigli fin a que' tempi stabiliti in Venezia per temperare l'autorità dei dogi; poi del popolo medesimo che non aveva per anco rinunciato ad ogni ingerenza governativa. Polche Dandolo ebbe il parere de' suoi consiglieri, e preparati gli animi del popolo, riunendo per sezioni, prima duecento, poi fino mila cittadini, adunò l'assemblea generale composta di due mila e più persone nella chiesa di san Marco, e sulla vicina piazza. Colà dovevano essere introdotti sei deputati della più alta nobiltà francese che venivano ad umiliarsi innanzi ad un popolo di mercanti per implorarne l'assistenza. Uno di loro, Goffredo di Villehardovin, maresciallo di Champagne, lasciò scritta in vecchio francese una relazione di quest'ambasceria e di tutta la spedizione; eccone il racconto[399]:

«Il doge, poi ch'ebbe riuniti i suoi concittadini, disse loro, che ascoltassero la messa dello Spirito Santo, e pregassero Dio a consigliarli sull'inchiesta loro fatta dai messaggieri; e ciò fecero assai di buon grado. Finita la messa, il doge invitò i messaggieri affinchè pregassero il popolo umilmente ad approvare questa convenzione. Vennero i messaggieri alla chiesa, e furono curiosamente osservati assai da molta gente che prima non gli avevano così veduti. Goffredo di Villehardovin prese a parlare, com'era concertato ed assentito dagli altri messaggieri, e disse: Signori, i più alti e potenti baroni di Francia ne spedirono a voi; essi vi chiedono mercè: abbiate compassione di Gerusalemme caduta in servitù de' Turchi; e vogliate in onore di Dio accompagnarli, e vendicare la vergogna di Gesù Cristo. Essi fecero scelta di voi, perchè sanno che verun altro popolo marittimo è potente come voi ed il vostro popolo: c'imposero di gettarci ai vostri piedi, e di non rialzarci che allorquando avrete determinato d'avere pietà di Terra santa oltre mare. — Intanto i sei messaggieri inginocchiavansi ai loro piedi piangendo; ed il doge e tutti gli altri gridarono ad una voce, stendendoci le mani: noi l'approviamo, noi l'approviamo[400].

»Nel susseguente anno i crociati ottennero da Innocenzo III l'approvazione di questa convenzione fatta coi Veneziani[401]; ma mentre la repubblica soddisfece dal canto suo scrupolosamente agli obblighi suoi, molti de' crociati vi mancarono vergognosamente. I sudditi del conte di Fiandra, invece di seguirlo, presero la strada del mare, e, passando in Siria colle loro proprie navi, non si unirono più all'armata crociata; il vescovo d'Autun, Guiche conte di Forest, ed altri molti andarono a Marsiglia per procurarsi il passaggio sopra vascelli mercantili[402]; di modo che i crociati, che incominciarono ad arrivare a Venezia dopo la Pentecoste, ed ai quali fu ceduta l'isola di san Nicola di Lido, non arrivarono al numero che si era supposto, e quando si venne a riscuotere da cadauno di loro la capitazione convenuta, cioè due marche per uomo, e quattro per ogni cavallo[403], si fu ancora assai lontani dal compire le ottanta mila marche convenute, tanto più che molti dicevano di non poter pagare il loro passaggio, sicchè i loro baroni ricevevano di costoro quello che potevano averne. I conti di Fiandra, di Blois, di san Paolo, il marchese Bonifacio, ed i loro amici vollero sagrificare quanto avevano, e mandarono al doge tutto il loro vasellame; ma malgrado questo generoso sagrificio mancavano tuttavia trentaquattro mila marche al compimento del pattuito prezzo[404].

»Allora il duca parlò ai suoi popoli, e disse loro: Signori, queste genti non possono pagarci: quanto hanno fin qui pagato, noi l'abbiamo tutto guadagnato in forza della convenzioni cui essi non sono in istato di soddisfare; ma il nostro diritto rigorosamente voluto non sarebbe di loro aggradimento, e noi ed il nostro paese ne saremmo biasimati assai. E bene invitiamoli dunque ad un nuovo accordo. Il re d'Ungheria si tiene a torto Zara in Schiavonia, che è una delle più forti città del mondo, e che, per quanto noi faremo, non potremo mai riavere senza l'ajuto di questa gente. Ricerchiamoli di andare a conquistarla per noi, e noi faremo loro rilascio delle 34,000 marche di cui ci vanno debitori, finchè Dio permetta a noi ed a loro di guadagnarle insieme. L'accordo venne proposto in questi termini; e fu impugnato assai da coloro che desideravano che l'armata si disperdesse: ma infine l'accordo fu fatto ed approvato.

»S'adunarono allora, in un giorno di domenica, nella chiesa di san Marco tutto il popolo della città e la maggior parte de' baroni e dei pellegrini. Avanti che incominciasse la messa solenne, il duca di Venezia, che avea nome Andrea Dandolo, montò in pulpito, e parlò al popolo in questo modo: Signori, voi siete associati alla miglior gente del mondo, e pel più importante affare che altri uomini intraprendessero mai: io sono ormai vecchio e debole, ed avrei bisogno di riposo, essendo mal disposto di corpo; ma vedo che niuno saprebbe governarvi e condurre al par di me, che sono il vostro doge. Se volete acconsentire ch'io prenda l'insegna della croce per custodirvi e dirigervi, e che mio figlio faccia le mie veci, e custodisca la terra, anderò a vivere ed a morire con voi e coi pellegrini.