La città sembrava omai presa, ed il doge aveva già mandato ad avvisare l'armata francese ch'era padrone di un gran numero di torri da cui non poteva essere sloggiato. Ma quando tentò d'avanzarsi nel soggetto quartiere, un vasto incendio che i Latini attribuiscono ai Greci, i Greci ai Latini, lo fermò, obbligandolo a rinchiudersi in quella parte delle fortificazioni di cui erasi prima impadronito. Intanto l'imperatore Alessio spinto dai rimproveri del popolo che lo accusava di avere aspettato il nemico presso le mura, fece sortire da tre porte le sue truppe ad un miglio e mezzo da quella di Blancherna; e s'avanzò alla loro testa contro l'armata francese, con intenzione d'avvilupparla. I Francesi disposero i sei battaglioni innanzi alle fortificazioni del loro campo; i sergenti ed i scudieri a piedi si posero dietro la groppa de' cavalli, gli arcieri e frombolieri in sul davanti. Eravi un battaglione composto di più di duecento cavalieri, che avendo perduto il loro cavallo erano forzati di combattere a piedi. L'armata francese era collocata in maniera che non poteva attaccarsi che di fronte; ed ebbe l'avvedutezza di non moversi, giacchè avanzandosi nel piano, sarebbe stata avviluppata dalla infinita gente contro cui doveva battersi. Avevano i Greci per lo meno sessanta battaglioni, ognuno de' quali era più numeroso di quelli dei Francesi, i quali avanzaronsi lentamente in ben disposta ordinanza fino a tiro di freccia. Quando il doge Dandolo fu avvertito che i suoi alleati erano impegnati in così disuguale battaglia[431], ordinò alla sua gente di ritirarsi e di abbandonare le torri che avevano prese, dichiarando di voler vivere o morire coi crociati. Fece dunque avvicinare le sue galee all'armata, e scese egli stesso il primo alla testa di tutti i Veneziani non necessari al servigio de' vascelli. Malgrado questo rinforzo, se Alessio avesse avuto il coraggio di attaccare i Latini, o avesse permesso di farlo a Lascari suo genero che gliene faceva istanza, probabilmente gli avrebbe oppressi[432]; ma tosto che gli arcieri ebbero scaramucciato un poco di tempo, Alessio fece suonare la ritirata, e tornò verso la città senza battersi, con grandissima maraviglia de' Latini. «E sappiate che Dio non liberò mai da maggior pericolo niuno, come in questo giorno l'armata de' crociati; e sappiate che non vi fu alcuno tanto ardito che non ne risentisse estrema gioja.»
La notte del giorno medesimo in cui Alessio aveva mostrata la sua potenza e la sua viltà, risolse di fuggire. Di che datane parte ad alcuni de' suoi più fedeli, e facendo portare sopra un vascello una ragguardevole somma in oro, le pietre preziose, le perle e gli ornamenti della corona, vi si recò egli stesso con sua figlia Irene, e nella prima vigilia della notte si fece trasportare a Debeltos[433]. E per tal modo questo principe perdette per viltà se stesso e la patria. La Grecia aveva avuto altri tiranni, a petto ai quali Alessio era un buon re. Niceta terminando la storia del suo regno gli accorda ancora qualche elogio, facendone il paralello coi suoi predecessori. «Grandi erano, egli dice, la sua dolcezza e la sua clemenza; egli non faceva cavar gli occhi, non mutilare le membra, nè compiacevasi della carnificina degli uomini, e durante il suo regno nessuna matrona vestì per sua colpa l'abito di lutto.»
Tosto che seppesi in palazzo la fuga dell'imperatore, l'eunuco Costantino, prefetto del tesoro, riunì i Varangiani e gli ausiliari per impegnarli a salutare imperatore Isacco suo fratello che si trasse allora di prigione per rimetterlo sul trono[434]. Nella mattina vegnente Alessio ed i crociati ricevettero gli ambasciatori del nuovo imperatore, che invitava il giovane principe a tornare in Costantinopoli, manifestandogli la rivoluzione accaduta in favore di suo padre. A tale notizia riunironsi il doge di Venezia ed i baroni, e prima di lasciar partire il loro protetto, spedirono quattro messaggieri, uno de' quali fu il nostro storico Villehardovin, onde ottenere da Isacco la conferma del trattato convenuto con suo figliuolo[435].
Allorchè il vecchio imperatore conobbe le promesse del figliuolo, si pose a gridare dolorosamente essere tanto considerabili, che non sapeva come soddisfarvi. Pure, soggiunse, i servigi che voi ci rendeste sono ancora più grandi, e quando vi donassimo tutto il nostro impero, non sareste meglio compensati di quello che meritiate. Dopo breve disamina confermò con una carta autenticata col suo suggello le promesse del giovane Alessio. Dopo ciò questo principe, accompagnato dai baroni latini, entrò con magnifico apparato in città; e coloro che il giorno innanzi si risguardavano come i più fieri nemici di Costantinopoli, furono festeggiati quali suoi liberatori.
L'imperatore assegnò gli alloggi all'armata crociata ne' due sobborghi di Pera e di Galata, pregando i Latini di voler tenere le loro truppe dall'altro lato del golfo di[436] Chrysocheras, onde evitare che l'animosità nazionale si risvegliasse e che qualche contesa tra i suoi sudditi ed i suoi alleati non ponesse in pericolo la capitale o i suoi ospiti.
Infatti la collera de' Greci contro i Latini non poteva rimanere lungo tempo nascosta; esauriti erano i tesori dell'Impero, ed il pagamento di duecento mila marche promesse dal giovine Alessio non poteva eseguirsi senza inudite vessazioni. Si confiscarono i beni dei partigiani dell'ultimo imperatore; l'imperatrice Eufrosina sua moglie, ch'egli, fuggendo, aveva dimenticata in palazzo, fu spogliata; si spogliarono le chiese e le stesse immagini de' santi delle argenterie[437]; ma a fronte di questi sacrilegi che rivoltavano il popolo, l'argento raccolto non bastava per soddisfare i Latini. Pure si fece un primo pagamento, ed i baroni diedero ad ogni soldato crociato quanto aveva sborsato pel suo passaggio.
L'insubordinazione de' Latini era un secondo motivo di odio ancora più potente che le estorsioni cagionate dalla loro avarizia. I Pisani, per l'intromessione del giovane Alessio, eransi riconciliati coi Veneziani, ed i Fiamminghi, altro popolo commerciante, strinsero più intrinseca amicizia coi cittadini delle due città. Unendo uno spirito di mercantile gelosia ai loro pregiudizj religiosi, risolsero insieme di saccheggiare il quartiere de' Saraceni in Costantinopoli, e discacciare questi mercadanti infedeli da una città che volevano intieramente sottomettere alla Chiesa. Attraversarono lo stretto senza difficoltà, non essendovi guardia che avesse ordine d'impedirlo, ed attaccarono improvvisamente i Saraceni, che, malgrado la sorpresa, si difesero valorosamente, assistiti dai Greci delle vicine contrade. Per forzarli a cedere, i Fiamminghi posero fuoco alle case più vicine[438], e ben tosto un secondo incendio più terribile del primo divorò un terzo della città, attraversandola da un mare all'altro. Otto giorni le fiamme si andarono dilatando, occupando talvolta quasi un miglio di larghezza. Dopo tale disastro tutti i Latini che da lungo tempo erano domiciliati in Costantinopoli, ed erano più di quindici mila, abbandonarono le antiche loro abitazioni e si salvarono presso i crociati in Galata.
L'odio de' Greci attaccavasi pure al giovane Alessio, che veniva risguardato come l'autore di tanti disastri, e caduto in sospetto di volere, giusta le sue promesse, atterrare la religione, e ridarli sotto il giogo del pontefice di Roma[439]. Gli rinfacciarono come una viltà la sua domestichezza coi Latini, dicendo che questo principe macchiava l'illustre e glorioso nome d'imperatore romano quando entrava nelle tende dei barbari con poco seguito, quando partecipava ai loro giuochi, alle loro crapule, e quando permetteva a mercadanti insolenti di porre sul suo capo la berretta di lana, mentre essi a vicenda ornavansi del suo diadema fregiato d'oro e di pietre.
Infatti Alessio niente ometteva di tutto ciò che poteva conciliargli l'affetto dei Latini; egli aveva da loro ottenuta la promessa di prolungare il loro soggiorno a Costantinopoli fino al prossimo mese di marzo, ed a tale condizione erasi obbligato di tenere l'armata provveduta di viveri, e di pagare le spese de' vascelli veneti. All'epoca del grande incendio di Costantinopoli, il giovane Alessio erasi avanzato nella Tracia, accompagnato dal marchese di Monferrato e da Enrico fratello del conte di Fiandra[440] per ricevere il giuramento di fedeltà dalle città poste lungo la costa del Bosforo, e per sottomettere quelle che si ostinassero a riconoscere l'autorità di suo zio il vecchio Alessio. Quando il principe ritornò per la festa di san Martino, dopo una campagna abbastanza gloriosa, trovò l'odio de' Greci cresciuto a dismisura per il recente infortunio. D'altra parte i Latini diventavano diffidenti; lagnavansi che il pagamento loro promesso non si facesse più sollecitamente, nè volevano ammettere per iscusa del ritardo i troppo legittimi motivi dell'incendio della città e della guerra manifestatasi coi Valacchi e coi Bulgari. Trovarono che l'imperatore affettava con loro un orgoglio che prima non manifestava; e prendendo improvvisamente un partito violento, spedirono sei deputati, tre baroni e tre veneziani per isfidarlo nel suo palazzo.