Il lunedì mattina 12 aprile, la flotta crociata attraversò nuovamente il canale, ed attaccò le mura. Durante il mattino i Greci resistettero con coraggio; ma a mezzogiorno un gagliardo vento del nord spingeva i vascelli crociati contro il muro, e ne facilitò l'abbordaggio. I vascelli dei vescovi di Troies e di Soissons chiamati il Paradiso ed il Pellegrino[448], ch'erano legati assieme, abbassarono i primi le loro scale sulla torre ch'essi combattevano; e nello stesso tempo un Francese ed un Veneziano lanciaronsi sulle mura[449]: e ben tosto gli altri vascelli accostaronsi egualmente. Furono all'istante prese quattro torri, ed atterrate tre porte, ed i Latini non solo s'impadronirono di questa parte delle mura, ma ancora di tutto il quartiere ch'era stato incendiato, e dello stesso padiglione di Mourzoufle; il quale, obbligato di fuggire, si rinchiuse nel palazzo di Boucolèon. In seguito approfittando dell'oscurità della notte vicina corse tutto il rimanente della città eccitando gli abitanti a prendere le armi[450]. Egli loro rappresentava che i Latini chiusi entro le loro mura, in mezzo a strade di cui non conoscevano le sinuosità, potevano facilmente essere oppressi dall'immensa superiorità del loro numero; che l'intera loro fortuna, l'onore delle consorti, la vita stessa cadevano in potere del nemico, se non facevano un generoso sforzo per metterle in sicuro; che si ricordassero che andavano ad incontrare minori pericoli combattendo, di quelli che li minacciavano sottomessi che si fossero al nemico. Ma Mourzoufle parlava a gente che un lunghissimo despotismo aveva privata d'ogni energia, a gente cui la certezza della morte non bastava a rendere valorosa. Essi erano almeno quattrocento mila, ed i crociati francesi e veneziani non arrivavano ai trenta mila. Pure rifiutarono di combattere, e Mourzoufle, disperato, rientrò nel suo palazzo di Blancherna[451], e prese con lui Eudossia sua moglie, ed Eufrosina sua cognata, moglie del vecchio Alessio, montò sopra una barca, e s'allontanò da una città che voleva la propria ruina.
Due nobili greci, Teodoro Lascari e Teodoro Duca, il primo de' quali era destinato a far risorgere l'Impero d'Oriente, sforzaronsi ancora, dopo la partenza di Mourzoufle, di riunire in diversi quartieri della città le truppe scoraggiate, e di condurle alla battaglia; ma non vi riuscirono, e furono anch'essi costretti a procacciarsi salvezza colla fuga. Durante la notte i Latini per assicurarsi dagli attacchi, cui vedevano d'essere esposti, avevano posto fuoco ai più vicini quartieri; e questo terzo incendio dilatandosi con furore distruggeva un'altra parte della città. La vegnente mattina, quando aspettavansi di dover combattere, e che dietro i loro calcoli supponevano doversi impiegare almeno un mese per sottomettere tutti i palazzi e tutte le chiese che potevano essere facilmente ridotti in fortezze, si videro venire all'incontro processioni di preti e di donne, che, portando innanzi a loro croci ed immagini, domandavano grazia per la loro città. Costantinopoli era presa, ed un pugno di crociati aveva atterrato il trono dei padroni dell'Oriente.
Per sorprendente che fosse questa vittoria, non superava però l'ambizione e le speranze de' Latini. Mentre trovavansi ancora nel sobborgo di Galata, avanti al primo assalto, avevano di già tra di loro fatto un trattato di divisione di tutto l'Impero d'Oriente[452]. Il saccheggio della città di Costantinopoli formava il primo articolo del trattato. Avevano convenuto di mettere in comune tutto il bottino che farebbero sui Greci, di prendere prima su quest'ammasso le somme ancora dovute ai Veneziani, ed i sussidj loro promessi dal giovane Alessio; indi di dividere il rimanente in parti eguali tra i crociati e le truppe della repubblica. Erasi inoltre convenuto che i Veneziani conserverebbero in tutte le province dell'Impero, che omai ritenevansi per conquistate, tutti i privilegi di cui godevano in tempo de' monarchi greci: convennero di conservare il titolo ed il potere imperiale, e di decorarne un principe latino, assegnandogli però soltanto per patrimonio un quarto dell'Impero, ed un quarto della capitale; riservandosi di dividere tra di loro gli altri tre quarti: che l'elezione dell'imperatore farebbesi nel seguente modo; sei baroni francesi e sei veneziani dovevano essere nominati dall'armata, e questi farebbero la scelta di un successore ad Augusto ed a Costantino.
La presa di Costantinopoli chiamò ben tosto i crociati a realizzare così vasto progetto. Incominciarono da quello del saccheggio, e la città fu senza riserva abbandonata alla brutalità de' soldati vincitori. Le lagnanze di Niceta, e l'esultanza di Villehardovin ci danno tutta l'estensione di questo disastro. La profanazione e l'insulto accompagnarono il saccheggio; e mentre i Latini si vantavano che dopo il cominciamento de' secoli non fu mai tanto guadagnato in una città, la capitale dell'Oriente fu ridotta in tale stato di avvilimento e di miseria da cui non si potè mai più rilevare. I templi non furono più risparmiati delle case private; i calici, i crocifissi, le teche delle reliquie furono levate e divise da mani barbare, e s'introdussero nelle chiese i cavalli ed i muli per caricarne le spoglie. Le stesse passioni religiose incitavano alla profanazione delle chiese scismatiche[453]. Una prostituta ebbe l'impudenza di porsi a sedere sulla sede del patriarca, e danzava e cantava in mezzo ai soldati ubbriachi per insultare il culto de' Greci. Questi stessi soldati scorrevano in seguito la città conquistata, vestiti d'abiti pomposi, che avevano tolti a uomini o a donne della corte, e portando sulle loro teste penne d'airone, le sole armi dei vinti Greci.
Mentre i Latini esalavano con pubblici insulti il loro sdegno, che i soldati svergognavano le matrone, le fanciulle e perfino le vergini consacrate agli altari; la loro condotta nell'interno delle case non era meno odiosa. «Lo stesso giorno, dice Niceta, in cui fu presa la città, i soldati errando per le strade incominciarono ad introdursi nelle case, ove, dopo essersi impadroniti di tutto quanto loro veniva alle mani, si facevano ad interpellare i padroni sul conto delle ricchezze che potessero avere nascoste: agli uni strappavano il segreto a forza di percosse, ad altri ingannandoli colle promesse, a tutti spaventandoli colle minacce. Ma tutto ciò che i Greci possedevano, tutto quello che manifestavano, tutto quello che presentavano ai loro ospiti, era preso: giammai non si ebbe di loro compassione; giammai non si permetteva di dividere l'alloggio, i viveri, i beni che pur erano poc'anzi suoi. Erano senza umanità scacciati dalle loro case[454].»
In fatti quasi tutti i nobili, i ricchi, coperti di miseri cenci, smagrati e deboli, coll'impronta in volto de' sofferti patimenti, sortirono a piedi dalla città piangendo la loro patria, la loro fortuna e spesso una figlia nubile, o una giovane sposa loro rapita; e perchè la condizione loro fosse ancora più crudele, trovavansi sulla strada esposti agl'insulti de' più abbietti loro concittadini; e questo era pure un altro indizio della disorganizzazione sociale. Il popolaccio di Costantinopoli, geloso dei senatori e dei ricchi, invece di unirsi con loro per difendere la patria, compiacevasi di vederli sventurati; e la gente di contado, ugualmente cieca, si rallegrava della rovina d'una capitale che gli aveva dominati tanti secoli[455]. «A noi, scrive Niceta, altra volta membri del senato, attribuiscono la perdita della città; essi non temono l'occhio perspicace del Signore; essi che tradirono noi e la patria, non si vergognano di tanta falsità. Qual vi può essere oggetto più compassionevole che il delirio e la sventura di questi uomini stupidi, che non solo non pregano per il ristabilimento della città, ma che accusano Dio di lentezza, perchè non abbia sovvertiti assai più presto e noi e la città ed in maniera ancor più terribile, perchè abbia dilazionata la nostra morte, e mostrato ne' suoi giudizj il suo amore per gli uomini? Questo popolo non dovrebb'essere commosso per simpatia de' nostri mali? Noi più non abbiamo città, non case, non alimenti per vivere; noi che prima eravamo illustrati dalle nostre ricchezze e dal nostro potere.» Difatti Niceta, sortendo colla sua famiglia da Costantinopoli, aveva trovato nella Tracia le stesse disposizioni; di già i paesani riandando le passate memorie, che ne' lontani secoli in differente governo dava alla Grecia maggior gloria, volgevano in ridicolo la nudità e la mendicità de' fuorusciti, chiamandola eguaglianza repubblicana[456].
Quantunque siavi luogo a credere che molta parte del bottino si mettesse in comune, pure quando coll'ammasso totale furono pagati i Veneziani, e che questi ebbero la metà loro spettante, rimase pei Francesi la somma di 500,000 marche d'argento. Era questo ben più di quanto sarebbe abbisognato per dissipare la burrasca che da lungo tempo minacciava Costantinopoli[457].
L'armata crociata passò in seguito ad eleggere l'imperatore. Sei baroni francesi e sei veneziani furono scelti per farla a norma della precedente convenzione. Assicurasi che uno de' Francesi indicò come degno dell'impero il doge Dandolo, di cui ricordò le imprese; ma un vecchio veneziano, Pantaleone Barbo, prese subito la parola, e facendo sentire che il primo magistrato di una repubblica libera non poteva essere nello stesso tempo capo d'una monarchia, diede il suo voto a Baldovino conte di Fiandra, ed ottenne subito per lui il voto de' suoi colleghi[458].
La sola capitale era stata sottomessa, e la debole armata de' crociati, perduta in mezzo d'un vasto Impero, lungi dal potersi lusingare di conquistarlo, doveva aspettarsi d'essere oppressa tosto che si dividerebbe. Pure il consiglio dei Latini si occupò della divisione delle province fra i conquistatori, ed assegnò in feudo ad ogni guerriero città di cui appena sapeva il nome. Si eressero in regno per il marchese di Monferrato Tessalonica e la Tessaglia; l'Acaja fu divisa in ducati e principati, nomi feudali che feriscono l'orecchio associati a vocaboli greci; le province dell'Asia furono egualmente assegnate a coloro che dovevano conquistarle; ma i Latini non vi ottennero mai uno stabilimento. Malgrado l'anarchia cui la caduta di Costantinopoli dava in preda tutto l'Oriente, e quantunque i Greci, in cambio di sostenersi, si trovassero divisi tra sette oppure otto piccoli tiranni, che tutti pretendevano alla dominazione dell'Impero[459], i crociati non erano certo in istato di fare conquiste, meno poi di conservarle: le loro spedizioni nella Tracia e nella Grecia non ad altro servirono che a disvelarne la debolezza; e la guerra che loro dichiarò Giovaniccio re de' Bulgari[460] e de' Valacchi li ridusse ben tosto alle ultime estremità, accrescendo in pari tempo le sofferenze e la miseria de' sudditi greci. Ma dopo l'assedio così gloriosamente condotto dai Veneziani, l'Oriente diviene straniero alla nostra storia; e la rapida decadenza e la totale caduta dell'Impero de' Latini rientrano nella storia di Costantinopoli. Ciò che soltanto deve ancora occuparci è il frutto che i Veneziani ottennero dalle loro conquiste.