Il trattato di divisione che doveva farli padroni d'un quarto e mezzo dell'Impero, giusta il titolo che lungo tempo portarono, è pervenuto fino a noi[461]; ma i nomi greci sfigurati da barbari geografi, sono a stento riconoscibili; nè il possesso fu abbastanza lungo perchè tale geografia potesse rettificarsi[462]. Distinguiamo però tra le province e le città date loro in dominio Lacedemone, Diracchio, Rodosto, Agios, Potamos, Gallipoli, Egine, Zacinto, Cefalonia; ma pare che molte città e province fossero dimenticate dai redattori del trattato di divisione, che non le conoscevano. L'isola di Candia era stata assegnata al marchese di Monferrato, Bonifacio, re di Tessalonica; ma egli la cambiò coi Veneziani con terre più vicine alla sua capitale; e quest'isola che prese il titolo di regno, diventò in appresso uno de' più importanti possedimenti della repubblica[463].
Giammai alcuna nazione aveva intraprese conquiste meno proporzionate alle sue forze. La repubblica di Venezia non possedeva propriamente allora che la città ed il dogado, e la sua popolazione non doveva oltrepassare le 200,000 anime. Vero è che da più anni aveva fatte alcune conquiste in Dalmazia ed in Istria; ma non aveva mai incorporate alla nazione queste province suddite; e lungi dal potervi trovare generali e soldati per le sue armate, era in necessità di spedirvi magistrati e guarnigioni veneziane per contenerli. Frattanto la recente divisione gli accordava per lo meno sette in otto mila leghe quadrate di territorio e sette in otto milioni di sudditi. Venezia che ancora non aveva potuto stendere la sua autorità sulla vicina Padova, ebbe il carico non solo di sottomettere un paese che poteva solo formare un potente regno, ma inoltre di difenderlo contro i Turchi, i Bulgari, i Valacchi, e forse contro i medesimi Latini di Costantinopoli e di Tessalonica, se veniva a nascere tra loro qualche gelosia.
Dopo una breve deliberazione, la repubblica provò il vivo e profondo sentimento della sua debolezza. Il senato dichiarò che rinunciava a conquiste lontane che avrebbero esaurita la nazione, e che non avrebbe in verun modo potuto conservare; e del 1207 pubblicò un editto che accordava a tutti i cittadini veneziani il permesso di armare a proprie spese vascelli di guerra, e di sottomettere per loro conto le isole dell'Arcipelago e le città greche poste sulle spiagge[464]. Con quest'editto cedeva loro la proprietà delle conquiste in feudo perpetuo, riservandosene soltanto la protezione. I mercanti veneziani ne approfittarono, ed aprendo il loro cuore a nuova ambizione, intrapresero la conquista delle terre abbandonate. Nella storia di queste guerre private si mostrano sempre il piccolo numero degli assalitori e la viltà de' Greci vinti. Con questo titolo Marco Dandolo e Giacomo Viaro fondarono il ducato di Gallipoli, Marco Sannuto quello di Nasso, il quale era composto delle isole di Nasso, Paros, Melos ed Erinea, e si conservò fino al 1570 in cui fu tolto dai Turchi al XXI duca. Marino Dandolo sottomise l'isola d'Andros; Andrea e Gerolamo Ghisi quelle di Teone, Micone e Soiros; Pietro Zustinian e Domenico Micheli quelle di Ceos, Filocolo Navagero quella di Lemnos ch'ebbe il titolo di gran ducato.
D'altra parte i Genovesi vollero pur fare qualche conquista in paesi quasi abbandonati al primo occupante. Armarono cinque vascelli rotondi e venti galee, ed andarono a fondare uno stabilimento nell'isola di Creta o Candia[465]; ma ne furono ben tosto scacciati dai Veneziani. S'impadronirono ancora di Modone e Corone nella Morea, poi dell'isola di Corfù. Pareva che la Grecia bastar dovesse a saziare i desiderj delle repubbliche marittime d'Italia; ma non potendo i Veneziani soffrire che i loro emuli vi avessero alcun principato, le spogliarono delle loro conquiste.
Se la divisione dell'Impero greco, distruggendo le ricchezze, la popolazione, ed ogni avanzo della potenza di queste province, le diede in preda alle invasioni di tutti i barbari del Nord e dell'Oriente; se dobbiamo considerarla come la principal cagione della distruzione di quest'Impero operata dai Turchi due secoli e mezzo dopo, ed accusarla perciò di aver distrutta la civiltà, le lettere e la filosofia in un paese, che, malgrado la sua corruzione, dava loro asilo; troveremo che tanti mali non furono compensati dalla limitata potenza reale aggiunta alla repubblica di Venezia. La saviezza e la moderazione del senato impedirono che i tesori e la popolazione dello stato andassero a seppellirsi in lontane province, come vi si perdettero tanti battaglioni di crociati, e tante nobili famiglie francesi. Ma l'ambizione de' particolari, cui si abbandonò così vasto campo, costò pure alla nazione una parte importante de' suoi capitali, e le braccia di molti soldati. Il commercio e la navigazione che formavano la principale forza dello stato, furono da molti abbandonati per dedicarsi ad intraprese cavalleresche; e poco mancò che la divisione di questa preda non mutasse il carattere nazionale. Probabilmente il governo dispotico delle province conquistate riuscì dannoso alla capitale, che non tardò a sentirne gli effetti; per ultimo Venezia perdette ne' Greci utili alleati che formavano una barriera contro i Musulmani, la di cui vicinanza costò poscia a Venezia tante ricchezze e tanto sangue. Essa non conservò lungo tempo le città e province di terra ferma; ma tenne le isole quattro secoli, che furono cagione di continue guerre coi Turchi. In tal maniera adunque tutta la gloria acquistata in questa maravigliosa impresa fu a caro prezzo comperata colle lagrime e la miseria de' popoli sottomessi, e coll'indebolimento e la corruzione de' vincitori[466].
CAPITOLO XV.
Stato delle repubbliche italiane. — Guerre civili. — Rinnovamento della Lega lombarda.
1216 = 1233.
Ottone IV e Federico II disputavansi ancora la corona imperiale quando venne a mancare Innocenzo III. Federico aveva già sperimentato il potente patrocinio della santa sede, la quale, finchè Ottone fu il più forte, lo favoreggiò caldamente; ma dopo la battaglia di Bouvines, Ottone non essendo più in grado di tenere contro alla crescente potenza del giovane rivale, il papa dichiarossi nemico del suo protetto, e tanto Innocenzo III, che Onorio III, rifiutarono, vivente Ottone, anzi fino al 1220, di accordare a Federico il titolo d'imperatore, e di porre sul di lui capo la corona d'oro, che pure gli avevano promessa.