Se l'interregno che precedette l'elezione di Ottone, aveva resa malferma l'autorità imperiale in Italia, la lotta tra le fazioni guelfa e ghibellina, tenuta viva dal papa, opponendo un imperatore all'altro, le diede l'ultimo colpo. Dall'una all'altra estremità d'Italia tutto era discordia e guerra civile.
Abbiamo già mentovate in più luoghi le guerre di Lombardia senza per altro entrare in circostanziati racconti, perchè abbiamo diffidato di poter dare interesse a guerre sempre simili in ogni loro particolare, che cominciavano col saccheggio di alcune campagne, e terminavano dopo pochi giorni con una battaglia tra gli abitanti delle due città nemiche; guerre nelle quali l'arte era affatto sconosciuta, e nelle quali il solo valore, sempre adoperato nello stesso modo, decideva della vittoria.
Per quanto si voglia attentamente studiare la storia delle città lombarde, non si otterrà mai di togliere quella confusione che producono nella nostra memoria le loro rivalità, le alleanze, le guerre, nelle quali i soli nomi diversificano gli avvenimenti. Se ci fosse dato di penetrare nell'interno di queste città, conoscere le passioni che agitavano i popoli, i loro desiderj, le loro speranze, la politica delle loro assemblee e dei loro magistrati; potremmo forse indentificarci coi cittadini di queste repubbliche; ma sgraziatamente dopo la metà del XII secolo fino alla fine del XIII, dobbiamo sormontare un lungo spazio di tempo, nel quale veruna città dell'Italia settentrionale, tranne Venezia, ebbe storici contemporanei. Abbiamo bensì alcune informi cronache nelle quali qualche monaco segnò il nome del podestà d'ogni anno, ed indicò il luogo in cui seguì la tale o tal altra importante battaglia. Nel tale anno, dicono, v'ebbe pace tra Cremona e Piacenza; nel tale altro vi fu guerra; senza però mai riferire i motivi delle guerre o le condizioni delle paci. In ventuna cronache lombarde ch'io lessi rapidamente e con tedio estremo, per cercarvi i materiali di questo capitolo, non trovai un solo pezzo che mi facesse conoscere le opinioni del secolo in quelle dello scrittore. Non per questo possiamo omettere di dare un'occhiata agl'interessi di queste città, che tanto essenzialmente appartengono alla nostra storia; onde soffermandoci un istante nelle principali, cercheremo almeno di conoscere le loro alleanze e le loro inimicizie.
Poichè Milano venne rifabbricato dagli sforzi generosi della lega lombarda, Milano aveva costantemente prosperato. Numerosa erane la popolazione, ricco e fertile il territorio, le milizie agguerrite, e le sue fortificazioni potevano sfidare le più potenti armate. Dall'epoca della battaglia di Legnano che aveva consolidata la libertà lombarda, erano fino al presente passati quarantacinque anni, ed i capi dei consigli della repubblica, i vecchi ne' quali riponeva la sua maggiore confidenza, erano facilmente stati portati tra le braccia de' fuggitivi genitori, quando quindici anni prima di quella battaglia, la loro città venne spianata; e forse s'erano anch'essi strascinati nel fango, quando gli esiliati Milanesi si recarono sul luogo per cui doveva passare Federico Barbarossa, per chiedere grazia.
In seguito quando si rifabbricò la città, tutti furono testimonj dei nobili sforzi dei loro concittadini, e delle riportate vittorie. Erano le memorie dell'infanzia e della gioventù, di que' tempi ne' quali l'immaginazione più vivace riceve le più profonde impressioni. Perciò i Milanesi non seppero mai perdonare ai figliuoli di Barbarossa le battaglie e la severità del loro padre; e mentre i cittadini che avevano combattuto contro Federico I, aprivangli essi medesimi le porte della loro città dopo la pace di Costanza, e celebravano la perfetta loro riconciliazione con isplendide feste, le due susseguenti generazioni non istancaronsi di eccitare nemici al suo nipote Federico II, e di fargli guerra.
A questo sentimento di vendetta nazionale deve attribuirsi la costanza colla quale i Milanesi rimasero attaccati alle parti d'Ottone IV, malgrado che il capo del partito guelfo si fosse dichiarato il difensore delle prerogative dell'Impero, malgrado che Ottone fosse il nemico della santa sede, e che i fulmini della Chiesa piovessero contro i suoi partigiani.
Mentre viveva ancora Innocenzo, i Milanesi erano stati citati a presentarsi al concilio di Laterano e ad abbandonare un imperatore scomunicato: e nel susseguente anno s'erano portati a Milano due cardinali, ed avevano da parte del papa ordinato alla repubblica di soccorrere Federico contro Ottone suo antico alleato[467]. In questo secolo le corti dei re obbedivano tremando a tali intimazioni; ma le repubbliche italiane erano più indipendenti; onde i due cardinali non tardarono ad accorgersi che non solo non avrebbero ottenuti i chiesti soccorsi, ma nemmeno avrebbero ridotti i Milanesi a lasciare l'alleanza di Ottone, onde si ritirarono fulminando l'interdetto contro la città.
(1217) Di quest'epoca i Milanesi avevano fatta alleanza con Tomaso, conte di Savoja: le loro città confederate erano, in quest'epoca, Crema, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara, Tortona, Como ed Alessandria. L'interdetto del papa parve che in vece di sciogliere questa lega, ne riserrasse più strettamente i legami. Le città di Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena ed Asti avevano abbracciato il contrario partito, ossia quello de' Ghibellini; e Brescia, d'ordinario alleata di Milano, dovette a quest'epoca conservarsi indifferente nelle contese delle altre città[468], perchè indebolita da una lunga guerra civile, e ruinata dal tremuoto che aveva atterrati i suoi più nobili edificj, doveva cercare di rifarsi con un lungo riposo. Bergamo non è pur rammentata dagli storici di questi tempi.
Ogni città si ascrive nelle proprie cronache qualche vittoria nella guerra quasi generale che tenne dietro all'interdetto papale; onde può conchiudersi che i successi furono presso a poco compensati. Pare non pertanto che la città di Pavia soffrisse una continuata serie di perdite, che la Lomellina fosse saccheggiata ed incendiati molti castelli sulla destra del Po; per cui questa repubblica si risolvesse di abbandonare le antiche alleanze, unendosi ai Milanesi[469]. La città d'Asti non fu meno maltrattata di Pavia, prima dagli Alessandrini da lei provocati, poi dagli stessi Milanesi[470]; ma Cremona assalita dalla stessa lega, le oppose una più ferma resistenza. Il sei giugno del 1218 le armate delle due leghe vennero a battaglia avanti a Ghibello: i Pavesi erano stati forzati di unirsi ai Milanesi, coi quali trovavansi pure i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi, Comaschi, Alessandrini, Lodigiani e Cremaschi: i Cremonesi avevano con loro le milizie di Parma, di Reggio e di Modena. La battaglia si protrasse dal mezzogiorno fino a notte innoltrata, e terminò colla rotta totale dei Milanesi[471].