Oltre queste guerre tra le città, altre se ne manifestavano ancora nell'interno di ogni repubblica, cui davano motivo l'insolenza dei nobili, o la gelosia dei cittadini. I primi, dopo essere stati forzati ad abbandonare i loro castelli per farsi abitatori delle città che gli avevano ammessi alla loro cittadinanza, trovaronsi resi più potenti dalla loro sconfitta. Essi non erano più, come per lo innanzi, dispersi e senza relazione gli uni cogli altri; anzi per l'opposto trovavansi uniti coi loro uguali, e più a portata di contrarre nuove alleanze; quindi maggiore erasi fatto il loro disprezzo pei borghesi, ai quali momentaneamente avevano dovuto cedere, e si credevano destinati a dominarli. Attribuivansi esclusivamente il nome di soldati (milites); e, quantunque a quest'epoca il valore fosse comune a tutti gl'Italiani, è probabile che superassero in virtù militari i loro concittadini, pei quali la guerra non era il principale affare. La rivoluzione che si fece in tutte le repubbliche, allorchè fu confidato ai podestà il supremo potere, era riuscita favorevole ai nobili. Un popolo geloso poteva bensì volere esclusi dagl'impieghi i suoi proprj gentiluomini; ma qualunque volta passava a scegliere in paese straniero un uomo sconosciuto per sottomettersi al suo governo, non sapeva liberarsi dall'antica prevenzione di tutti gli uomini in favore della nascita; prevenzione che tanto naturalmente decide delle scelte, quando non conosconsi le altre qualità. Fu legge fondamentale di tutte le repubbliche italiane di non iscegliersi per podestà che un gentiluomo; e questa legge non fu pure violata quando, nel calore delle guerre civili, i nobili appartenenti ad ogni repubblica vennero degradati ed esclusi da ogni diritto di cittadinanza. Intanto i podestà gentiluomini cercavano d'avere ne' consiglj persone del loro ordine; quando terminate le loro funzioni tornavano in patria, vi portavano l'attitudine ai pubblici affari, talenti esercitati, ed il sentimento della loro superiorità sui borghesi e gli artigiani, che occupavano le principali cariche. Provavano allora, colle minacce e con un procedere arrogante, di ricuperare quelle prerogative ch'essi credevano usurpate al loro ordine. Per l'opposto i borghesi avevano fatta conoscenza degli affari nelle deliberazioni della piazza pubblica; erano armati; avverano combattuto per essere liberi, e non per passare sotto un diverso giogo. Protetti da un governo benefico avevano veduto prosperare il loro commercio e le loro manifatture, avevano appreso ad apprezzarsi più assai che per lo innanzi, perchè la loro fortuna era quasi affatto indipendente. Erano perciò troppo alieni dal voler rinunciare a tutti i pubblici affari, e dal permettere che i soli nobili rappresentassero lo stato nelle più singolari occasioni, ne' consigli, nelle ambascerie.
(1221) A Milano i nobili erano spalleggiati dall'arcivescovo, il quale non poteva senza gelosia vedersi spogliato di ogni parte del governo. La contesa tra i due ordini si fece più viva l'anno 1221[472]. I gentiluomini furono forzati ad uscire di città, e ad afforzarsi nei loro castelli, ove furono ben tosto inseguiti dal popolo, che, dopo più o men lunghi assedj, gli obbligò ad arrendersi, e gli spianò; onde nel termine d'un anno la nobiltà fu ridotta a chiedere la pace. La numerosa popolazione di Milano doveva far trionfare il partito democratico. A Piacenza la fortuna delle armi si dichiarò per i gentiluomini: avevano anch'essi adottata la determinazione di uscire dalla città; ma quando furono in campagna aperta, trovandosi circondati dai loro vassalli, ricuperarono quella superiorità che avevano perduta nell'interno della mura. Finalmente il papa li mandò come mediatore il cardinale d'Ostia, il quale nel 1221 terminò le loro guerre con un trattato di pace, in forza del quale la metà delle magistrature ed i due terzi delle ambascerie venivano riservate alla nobiltà, rimanendo al popolo tutti gli altri pubblici impieghi[473]. Cremona era stata agitata da eguali discordie, ed andò debitrice della pace all'immediato intervento di papa Onorio III, il di cui breve ci fu conservato da uno storico cremonese[474]. Una parola dell'annalista di Modena ne fa conoscere che la sua patria non andava esente da tali sedizioni[475]: abbiamo altrove accennate quelle di Brescia, e pare che tutte le città lombarde fossero più o meno agitate da tale discordia.
Molti storici moderni, parlando delle continue guerre tra le città, delle rinascenti dissensioni tra i loro diversi ordini, dipingono l'antico stato d'Italia come affatto infelice, ed accordano la preferenza ai tempi loro. Nel calcolare la felicità di una nazione, noi oggi trascuriamo affatto di porre a calcolo quella d'una numerosissima classe di uomini, destinati dalla società ad affrontare tutte le vicende della guerra e della sventura. Questi è il loro mestiere, si suol dire, quando ci si parla dei patimenti dei soldati, come se il patimento fosse un mestiere. Allora la guerra non era un mestiere, nè era abbandonata a soldati mercenari, stranieri di cuore alla causa che sostenevano, e che, per avvezzarsi alla loro condizione, debbono chiudere gli occhi sulla sproporzione del pericolo cui vengono esposti e lo scopo che si propongono. Il soldato italiano combatteva sempre presso alle mura della propria città, non solo per la salvezza della patria, ma ancora per la propria, per ottenere un fine ch'egli conosceva, e per servire ad una passione che divideva coi suoi concittadini. Se aveva la disgrazia di essere ferito, non languiva negli ospedali, abbandonato alla dura indifferenza di subalterni chirurgi; ma ricondotto la stessa sera alla propria casa, l'amorosa cura che di lui si prendevano la consorte, la madre, le sorelle, gli facevano quasi dimenticare i suoi dolori. Se periva sul campo di battaglia, periva nell'entusiasmo d'un patriotta per una cagione creduta sacra, tra le braccia de' suoi amici e de' suoi concittadini; non era contato tra i morti come un semplice soldato, come un essere ideale destinato soltanto ad aver luogo nel ragguaglio d'una battaglia in mezzo ad una colonna di numeri. Si sapeva d'aver perduto un uomo ed un cittadino, ed era pianto come uomo e come cittadino. La stessa sera della battaglia, se la notizia della sua perdita non era portata alla famiglia, doveva egli stesso tornare ad abbracciare i suoi figli.
Quindi per mettere a numero le armate non abbisognavano arrolamenti forzati; la guerra era un dovere passaggiero, e direi quasi il dilettevole trattenimento d'ogni cittadino; la guerra, cui dovevansi consacrare soltanto pochi giorni dell'anno, per riprendere in appresso le proprie occupazioni; la guerra che il cittadino non faceva giammai senza un vivo sentimento della sua importanza e della gloria della sua patria; la guerra che in lui manteneva l'abitudine di quel valore, che tanto dannoso sarebbe il lasciar perdere alla massa del popolo; quell'abitudine che da lungo tempo non esisterebbe presso i moderni popoli, senza l'abuso d'una guerra privata, allora affatto sconosciuta, il duello.
In questa età le battaglie sono meno micidiali che le malattie; meno micidiali che la memoria crudele del paese natale, della memoria d'un bene perduto, che ogni anno fa perire di dolore tante reclute. Nelle guerre d'Italia tutto incominciava e finiva colla battaglia; niun soldato cadeva che sotto il ferro, ed inoltre le battaglie erano meno micidiali che a' nostri giorni. Calcolando anche tutta l'Europa, quantunque la guerra si facesse fino alla porta d'ogni cittadino, distruggeva assai meno gente nel tredicesimo che nel decimottavo secolo; ed inoltre non cadevano che vittime volontarie.
E convien dire che le interne discordie e le guerre esterne non fossero troppo dannose all'accrescimento della popolazione e delle ricchezze delle città, poichè in quell'epoca tutte le cronache parlano della necessità di dilatare le mura[476], dei pubblici edificj innalzati in ogni città, delle rocche fortificate e di molti altri oggetti che attestano indubitatamente le sue forze e le sue ricchezze. Troviamo negli annali di Asti un indice insigne dell'accrescimento delle sue ricchezze. Ci dicono che l'anno 1226 gli abitanti d'Asti incominciarono a dar danaro ad usura in Francia ed in altri paesi d'oltremonti; dal qual genere di traffico ottennero da prima ragguardevoli profitti, poi gravi perdite[477]. In fatti il primo giorno di settembre del 1256 il re di Francia fece sostenere ne' suoi stati tutti i banchieri d'Asti in numero di circa cento cinquanta, e ne confiscò i beni del valore di più di ottocento mila lire. Senza accordare che Asti abbia potuto allora perdere così ragguardevole somma, che risponde a più di ventisette milioni di franchi[478], non può dubitarsi che i capitali non si fossero accresciuti in Lombardia a dismisura, poichè le manifatture e l'agricoltura del paese permettevano che si sovvenissero alle straniere nazioni così egregie somme. È noto che in conseguenza di questo traffico, cui presero parte tutte le città occidentali d'Italia, fu in Francia indistintamente detto Lombardo l'usurajo ed il banchiere.
Bologna, nell'Emilia, era in allora, come Milano in Lombardia, un centro d'interesse intorno al quale dirigevansi tutti i negozianti delle vicine repubbliche. Bologna che pretendeva avere tra le prime conosciuta l'indipendenza nazionale, e che fa rimontare i suoi privilegi di città libera fino ai tempi d'Ottone I, non aveva, fino a tale epoca, occupato un luogo nella storia per causa di strepitose rivoluzioni, o di grandi sventure: la sua celebrità procedeva da più onorevole titolo. Bologna aveva, prima di tale epoca, ottenuto l'aggiunto di Dotta, che seppe conservare fino all'età nostra; era stata la prima città in cui si leggesse il diritto romano; la prima d'Italia ad avere una università.
In sul finire dell'undecimo secolo, una libera società di dotti, quali almeno potevano aversi in quel tempo, avevano posto i fondamenti dell'università di Bologna[479]. Aprirono prima una scuola di logica e di grammatica, e poco dopo, ne' primi anni del secolo dodicesimo, Irnerio o Warnierio, aveva portate le leggi di Giustiniano, e per la prima volta preso ad interpretarle in faccia a numerosa udienza. Dopo Irnerio, altri celebri giureconsulti continuarono le stesse lezioni, e la scuola del diritto, più d'ogni altra, diede riputazione a Bologna. Fu questa scuola che gli ottenne i primi privilegi che un imperatore, Federico Barbarossa, accordasse alle lettere; ed i primi contrassegni del favore che un papa, Alessandro III, diede ad una università.
Nel susseguente secolo, l'università di Bologna aveva acquistata maggiore considerazione: era la principale e più famosa d'Europa per il diritto civile e canonico, e tutte le altre scienze vi prosperavano; grandissimo era il numero degli scolari, famosi i professori; e la città riponeva la sua gloria nel possedimento di così rinomata università. Perciò voleva che i suoi professori giurassero di non aprire scuola in verun'altra città, e niente ometteva di quanto contribuir potesse a trattenerli presso di sè; mentre, invidiando tanta prosperità, Vicenza, Padova, Modena, Arezzo e Napoli, ove le scuole avevano incominciato più tardi, sforzavansi di togliere a Bologna i professori coll'allettamento di più ampli privilegi e generosi stipendi, onde aver parte anch'esse al rinnovamento delle lettere in Italia[480]. Forse i Bolognesi si rifiutarono lungo tempo dall'abbracciare le parti del papa o dell'imperatore, per non recar pregiudizio all'università; desiderando di conservare la benevolenza di tutti i governi, e riputandosi obbligati ad avere questi riguardi agli stranieri riuniti presso di loro per cagione degli studj. Vero è che inclinavano alla parte guelfa; ma lungo tempo non pertanto mostraronsi rispettosi verso Federico, e non si dichiararono contro di lui che quando furono da lui medesimo forzati a farlo.
Il territorio bolognese, dalla banda degli Appennini, confinava con quello di Pistoja e di Fiorenza, ma le montagne erano un forte steccato per risparmiare alle confinanti repubbliche troppo frequenti querele; tanto più che i loro distretti erano sparsi di feudi indipendenti, posseduti dai conti Guidi, dagli Ubaldini, Ubertini e Tarlati. Questi gentiluomini non avevano ancora riconosciuta la sovranità di veruna repubblica, e procuravano di essere dimenticati da tutte, mantenendo la pace sulle loro montagne. Al nord i Bolognesi avevano confinanti i Ferraresi, sempre divisi da calde fazioni e dominati a vicenda da Azzo d'Este, di parte guelfa, e da Salinguerra, di parte ghibellina. I Modenesi, a ponente, e gl'Imolesi, a levante, stavano costantemente pel partito ghibellino, e con questi Bologna ebbe spesse volte guerra. La Romagna e la Lombardia erano divise in due leghe. Faenza, Cesena e Forlì avevano stretta alleanza con Bologna; mentre Rimini, Fano, Pesaro, Urbino ed i conti di Montefeltro tenevano la contraria parte. Ma se noi abbiamo omesso il circostanziato racconto delle guerre di Lombardia, a più forte ragione dobbiamo fare lo stesso rispetto a quelle della Romagna[481], ove le popolazioni erano meno potenti, le città più povere; onde i prosperi o i sinistri avvenimenti avevano minore influenza sulla sorte d'Italia. Altronde la protezione che i Bolognesi accordarono, del 1216, ai loro alleati di Cesena, e la guerra che, del 1228, sostennero contro i Modenesi, non produssero alcuno notabile avvenimento[482]. Più importante fu un'altra guerra degli stessi Bolognesi contro Imola; aveano, nel 1222, saccheggiato quattro volte il territorio di questa città e ridotti gli abitanti in così misero stato, che per ottenere la pace acconsentirono a distruggere le loro mura, a cedere ai vincitori le porte della città che furono portate trionfalmente a Bologna; e per ultimo a ricevere un podestà bolognese[483]. Fu in occasione di così umiliante convenzione che l'imperatore Federico, dichiarandosi protettore dell'oppressa città, sforzò, colle sue minacce, i Bolognesi ed il loro pretore a gettarsi scopertamente nel contrario partito.