Queste negoziazioni eransi incominciate l'anno 1226 quando i Lombardi ebbero avviso che Federico si disponeva di passare a Cremona, ove apriva una dieta del suo regno d'Italia[507]. Sentirono il bisogno di affrettare il trattato, onde il giorno due di marzo, in una chiesa del distretto di Mantova detta san Zenone di Mozio, i deputati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Treviso, rinnovarono per venticinque anni l'antica lega lombarda. I deputati obbligaronsi a far giurare quest'alleanza a tutti i cittadini di ogni città, e si promisero i vicendevoli soccorsi in caso che l'una o l'altra delle città fosse attaccata da qualsiasi nemico. Fin allora i termini del trattato non indicavano verun oggetto ostile; ma intanto si era formata una dieta delle repubbliche lombarde; i deputati a questa dieta, detti rettori, si obbligavano di mantenere con tutte le loro forze libere le città e la pace fra di loro; si adunavano assai spesso; e non potevano uscir di carica senza aver prima nominati i loro successori. E per tal modo si formava una nuova potenza atta di sua natura a tenere inquieto l'imperatore.

Infatti Federico fece di tutto per isciogliere questa lega; ma il papa, sotto i di cui auspicj erasi formata, si affrettò di entrare mediatore tra le città e l'imperatore, quale pacificatore dei fedeli. Del 1226 regnava ancora Onorio, il quale andava affrettando Federico a fare l'impresa di Terra santa; e quando ottenne di essere arbitro tra i confederati e l'imperatore, non aggravò i primi di altre condizioni, se non che darebbero un determinato numero di soldati per la crociata, e non farebbero ulteriore opposizione al castigo degli eretici che si scoprissero fra i loro concittadini[508]. In forza di tali concessioni, ch'egli chiedeva per sè medesimo, non per Federico, lo ridusse a riconoscere la lega lombarda ed a lasciarla in pace.

Quando Gregorio IX, che succedeva ad Onorio, si trovò impegnato in una inconsiderata guerra coll'imperatore, angustiato dalle armi vittoriose de' Tedeschi, ricorse alla lega lombarda. E perchè i chiesti soccorsi non giugnevano abbastanza in tempo per riparare le sue perdite, accusava la lentezza de' suoi alleati, e minacciava di abbandonarli ne' loro bisogni[509]. Frattanto gli abitanti di Milano e di Piacenza avevano già spedite le loro truppe; e perchè contro ogni aspettazione vedevansi strascinati in una guerra offensiva, avevano in pari tempo cercato di ristringere la lega nella Lombardia, che formava la loro sicurezza. Molte città lombarde erano governate dai Ghibellini, le quali formavano come una seconda lega opposta a quella delle città guelfe; e le repubbliche di Parma, Cremona e Modena erano principalmente cagione di gelosia e d'inquietudine. In una dieta guelfa, adunata in Mantova, si stabilì che niuna repubblica confederata riceverebbe per podestà o giudice un cittadino di città ghibellina[510], o un suddito dell'imperatore; che non sarebbe permesso a verun cittadino lombardo l'accettare pensioni, regali, feudi dall'imperatore o da' suoi aderenti; che i danni che venisse a soffrire taluna delle città della lega per cagione della guerra che intraprendevano, sarebbero proporzionatamente compensati dalle altre. Ma i prosperi successi di Federico, già di ritorno da Terra santa, furono tanto rapidi, che Gregorio IX si trovò forzato ad entrare in trattative di pace: e perchè il pontefice non ignorava che la lega lombarda era necessaria alla propria sicurezza, l'anno 1230 la fece comprendere nel trattato di pace convenuto coll'imperatore.

Le città alleate avevano comperata a caro prezzo la protezione del papa, perciocchè ogni città aveva acconsentito a pubblicare contro gli eretici i sanguinarj editti dell'imperatore e della chiesa. Già da oltre vent'anni aveva cominciato in Francia la persecuzione contro gli Albigesi[511]: il racconto di queste crudeli spedizioni rendeva i popoli feroci; lo zelo, allora nel colmo del fervore, dei due nuovi ordini francescano e domenicano comunicavasi a tutte le classi dei cittadini, e le repubbliche italiane non opponevano più un'insormontabile ripugnanza allo stabilimento dell'inquisizione. Il 13 gennajo 1228 l'assemblea del popolo, adunata in Milano, pronunciò sentenza di esigilo e di confisca dei beni contro gli eretici[512]. Nel 1231 pubblicò un altro più severo editto mandato a nome comune del papa e dell'imperatore. Finalmente due anni dopo fu per la prima volta alzato il rogo in Milano, ed il podestà Oldrado di Tresseno, che fabbricò nella Piazza de' Mercanti il palazzo pubblico in cui oggi conservansi gli archivj, fece porre sulla facciata di questo palazzo, sotto al basso rilievo che lo rappresenta a cavallo, una iscrizione in suo onore onde perpetuare la memoria ch'egli aveva il primo, siccome era doveroso, fatti abbruciare gli eretici[513].

Non dobbiamo per altro risguardare i persecutori degli eretici quali uomini essenzialmente feroci che facciano il male conoscendo di far male; nè è possibile di farsi ammirare dal proprio secolo a cagione di opere assolutamente malvage: e siccome a quest'epoca i Domenicani acquistarono grandissima opinione di santità, devono riconoscersi in loro grandi virtù associate a quella ardente sete di sangue che fa torto alla causa cui essi servivano. Una religione mistica è un culto reso al dolore[514]; ed i divoti trovano un certo che di divino nella violenta scossa dell'anima pel tormento del corpo; il dolore diventa per loro stessi l'unico mezzo di purificazione, il solo sacrifizio che piacer possa alla divinità; inoltre si formarono un Dio che si assoggetta ai patimenti; un Dio il di cui sacrificio rinnovasi ogni giorno, ogni ora, in tutte le parti del mondo sull'altare ove il sacerdote celebra i misterj; un Dio che creò l'inferno ed i tormenti eterni; che in questa vita innalza l'uomo colle sofferenze; che dopo morte lo purifica colle fiamme del purgatorio[515]. Tutto è concatenato in questo sistema fondato sul dolore, e non se gli può rifiutare una specie d'ammirazione mista di ribrezzo, non solo a motivo della bella connessione delle sue parti, ma ancora per il disinteressamento e pel sacrifizio di sè medesimo, di cui forma l'essenziale carattere dell'uomo; e per quel cupo e poetico dolore che attribuisce a tutti i grandi caratteri. Appunto perchè questo sistema non è incompatibile colle più nobili idee, sarà prezzo dell'opera lo svilupparlo. La persecuzione ne forma la sua essenza, considerandovisi i supplicj dei reprobi come un'offerta espiatoria dovuta alla divinità e come una salutare penitenza per que' medesimi che li dirigono: imperciocchè gl'inquisitori di mezzo alla gioja infernale di cui facevano mostra nelle esecuzioni, non lasciavano d'essere uomini, e fors'anco assai sensibili; sentivano profondamente l'offesa che facevano alla natura, e compiacevansi del tormento che provavano essi medesimi vedendo le pene che facevano soffrire, come compiacevansi dell'altrui dolore espiatorio. Tengasi ben in guardia la debole umanità dall'ammettere contraddizioni ne' sistemi che servono di base alla morale, dal rendere schiava la sua ragione, e di ammettere misteri assurdi sotto lo specioso pretesto di cose recondite; tengasi in guardia di non separare giammai dalla idea di Dio quella della bontà. — Questo carattere è quello per cui solo dobbiamo riconoscere il Padrone dell'universo; giacchè dal momento in cui le basi del pensiero si troveranno smosse, il delitto potrà associarsi ai più nobili sentimenti, e quegli uomini che il cielo aveva formati per la virtù, saranno egualmente disposti a diventare i carnefici de' loro fratelli, o a maltrattare le proprie membra colle discipline.

Tre Domenicani, ne' tempi in cui parliamo, acquistarono un'alta riputazione di santità colla felice riuscita delle loro prediche contro gli eretici e colle crudeli leggi che fecero adottare a quelle stesse città, che molto tempo protessero la libertà di coscienza: erano questi frate Filippo di Verona, detto poi san Pietro martire, frate Rolando di Cremona, e frate Leone di Perego, in appresso arcivescovo di Milano. Andavano costoro d'una in altra città predicando nelle pubbliche piazze, per eccitare il popolo a vendicare col sangue l'offesa divinità; ed uno di loro ottenne di formare in Milano una privata società che adunavasi per l'estirpazione dell'eresia[516]. Vero è che i frati predicatori non avevano il solo scopo di mantenere colle loro esortazioni la purità della fede, scagliandosi ancora frequentemente contro la scostumatezza e contro i progressi del lusso. Non pertanto, se dobbiamo credere agli storici della susseguente generazione, i costumi non erano mai stati così puri, ed il lusso non aveva mai chiesti minori sacrifici[517]. Le donne non vestivano che una stoffa di lino semplicissima; ed una tela bianca che loro avvolgeva il capo, si riuniva sotto il collo; l'oro e l'argento non brillavano sulle loro vesti; le loro mense non s'imbandivano di delicate vivande, bastandone una sola ad ogni famiglia; una fiaccola di legno resinoso illuminava l'interno delle case; e tutto il lusso di quel secolo ristringevasi alle armi, ai cavalli, alle torri, alle fortezze.

Un altro importantissimo argomento delle prediche dei monaci, argomento più degno della religione cristiana e di una divina missione, era quello di ricondurre la pace tra le private famiglie e tra città e città. Gl'Italiani non ne avevano giammai avuto così grande bisogno; tutte le città trovavansi in armi contro le vicine città, e tutte le famiglie erano divise dalle funeste fazioni guelfe e ghibelline; tutti gli ordini de' cittadini battevansi tra di loro per togliersi a vicenda il potere e le magistrature. Queste semi-private guerre, queste rivalità del popolo colla nobiltà rendono tanto confusa, tanto oscura la storia del periodo di tempo di cui parliamo, che abbiamo preso consiglio di non entrare nella circostanziata narrazione dei diversi avvenimenti. Con quello stesso zelo con cui poc'anni prima avevano i preti predicata dall'altare la crociata e la distruzione degl'infedeli, si videro adesso nuovi missionarj passare d'una in altra città, predicando ai popoli, e loro ordinando in nome d'un Dio di pace il riconciliamento ed il perdono delle ingiurie.

Un uomo di gran lunga superiore agli altri si distinse in questa nobile carriera; fu questi fra Giovanni di Vicenza dell'ordine dei Domenicani. Diede cominciamento alle sue prediche in Bologna l'anno 1233[518]; e ben tosto i cittadini, i paesani delle vicine campagne, e soprattutto le persone addette alla professione delle armi, trascinati dalla sua eloquenza, unironsi intorno a lui. Portavano essi croci e bandiere in mano, disposti non solo ad ubbidire alla voce del religioso, ma ancora ad eseguirne gli ordini. In mezzo a questa folla ch'egli aveva scossa co' suoi sermoni, vedeva tutti coloro, che in Bologna nutrivano antiche nimistà, venire a deporle a' suoi piedi, e giurar pace coi loro vecchi rivali. Gli stessi magistrati presentarongli gli statuti della città perchè li riformasse come meglio credeva, togliendo tutto quanto poteva essere cagione di nuove dissensioni.

Frate Giovanni passò in seguito a Padova precedutovi dalla sua fama. Vennero ad incontrarlo fino a Monselice i magistrati col carroccio[519]; e fattolo salire su questo sacro carro, l'introdussero in trionfo nella loro città, che di que' tempi era la più potente della Marca Trivigiana. Tutto il popolo, affollato nella piazza della valle, ascoltò la predica della pace, applaudì alle riconciliazioni che distrussero all'istante le passate nimistà, e fece istanza a frate Giovanni di riformare i loro statuti, ciò che praticò in tutte le città. Passò in appresso a Treviso, a Feltre, a Belluno, ed ottenne gli stessi successi; visitò i signori di Camino, di Conegliano, di Romano, di san Bonifacio; ed i signori, come le città, lo fecero arbitro delle loro contese[520]: le repubbliche di Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, ove recossi successivamente, accordarongli le medesime facoltà: ovunque potè riformare gli statuti municipali, alterarli a modo suo, aggiugnendo o levando tutto quanto credeva: finalmente gli fu in ogni luogo promesso d'intervenire alla solenne assemblea dei popoli lombardi, ch'egli convocò pel giorno 28 agosto susseguente nella campagna della Paquara, in riva all'Adige, lontana tre miglia da Verona.

Niuna così nobile impresa erasi giammai tentata come quella di pacificare venti popolazioni nemiche col solo suggerimento de' sentimenti religiosi, coi soli motivi del cristianesimo, col solo impero della parola: giammai un così grande spettacolo si presentò agli occhi degli uomini[521]. L'intera popolazione di Verona, Mantova, Brescia, Padova e Vicenza trovavasi adunata nella campagna di Paquara, ed i cittadini di queste repubbliche avevano alla loro testa i proprj magistrati col carroccio. Gli abitanti di Treviso, Venezia, Ferrara, Modena, Reggio, Parma e Bologna vi erano altresì coi loro stendardi; i vescovi di Verona, Brescia, Mantova Bologna, Modena, Reggio, Treviso, Vicenza, Padova, il patriarca d'Aquilea, il marchese d'Este, i signori da Romano, e quelli della Venezia, vi erano intervenuti coi loro vassalli[522].