Frate Giovanni si era fatto preparare in mezzo alla pianura un pulpito altissimo, dal quale, se crediamo agli storici contemporanei, la canora sua voce, che sembrava venire dal cielo, fu miracolosamente udita da tutti gli astanti. Prese per testo le parole della Scrittura, io vi dono la mia pace, io vi lascio la mia pace; e dopo avere con una eloquenza fin allora senza esempio fatto uno spaventoso quadro dei mali della guerra; dopo avere dimostrato che lo spirito del cristianesimo era uno spirito di pace; facendo valere l'autorità della santa sede di cui era rivestito[523], in nome di Dio e della Chiesa ordinò a' Lombardi di rinunciare alle loro inimicizie; dettò loro un trattato di pacificazione universale, per assicurare la quale fece sposare al marchese d'Este una figliuola d'Alberico da Romano; destinò all'eterna maledizione coloro che romperebbero questa pace; chiamò le distruggitrici pestilenze sulle loro greggia, e dannò le loro messi, i loro giardini, le loro vigne ad una perpetua sterilità[524].

Fin qui la condotta di frate Giovanni andava esente da ogni sospetto, vista ambiziosa o interessata; sembrando che il suo zelo non avesse altro motivo che la gloria di Dio, e l'amore degli uomini; ma l'assemblea di Paquara pose fine alla gloriosa sua carriera. L'entusiasmo ch'egli aveva eccitato, la pace universale che aveva conchiusa, gli fecero concepire troppo alta opinione di se medesimo, onde si credette fatto non solo per pacificare, ma ancora per governare gli uomini. Tornato a Vicenza, subito dopo l'assemblea, entrò nel consiglio del comune, e chiese che gli fosse affidato un illimitato potere nella repubblica, coi titoli di duca e di conte[525]. Erasi vociferato che questo santo uomo aveva colle sue preghiere tornati in vita molti morti, e risanati infiniti infermi; ed il popolo, ben lontano dal nodrire sospetti intorno alle intenzioni del santo, gli confidò tutta la sua autorità, sperando di vedere con perfetta eguaglianza divise tra i cittadini le cariche e gli onori. Di fatti fra Giovanni prese a riformare gli statuti della città, ma il suo lavoro non soddisfece all'universale. Da Vicenza passò a Verona, ove ugualmente chiese ed ottenne la suprema signoria, in forza della quale fece tornare in città il conte di san Bonifacio, allora esiliato; chiese ostaggi alle fazioni nemiche, mise guarnigioni nei castelli di san Bonifacio, d'Ilasio e d'Astiglia, fece abbruciare sulla pubblica piazza, dopo averli egli stesso sentenziati, sessanta eretici che appartenevano alle principali famiglie di Verona, e per ultimo pubblicò molte leggi e regolamenti[526].

Intanto i Vicentini non tardarono ad accorgersi che il nuovo signore, invece di accrescere i privilegi del popolo, andava consolidando la propria sovranità: perchè aggiugnendosi ai loro timori i conforti de' Padovani che li consigliavano a scuotere così vergognoso giogo, mentre fra Giovanni trovavasi a Verona, il podestà di Vicenza, Uguzio Pilio, introdusse in città i nemici dei signori da Romano, e le milizie padovane per fortificarsi contro il nuovo sovrano. Un altro ecclesiastico, frate Giordano, priore di san Benedetto a Padova, che grandissima influenza aveva sul governo di questa città[527], geloso della gloria del suo confratello, gli aveva probabilmente fatta ribellare Vicenza. Tosto che frate Giovanni fu avvisato dell'accaduto, accorse con alcuni soldati per reprimere i sediziosi, e già occupava il palazzo del podestà, che abbandonava al saccheggio, quando giungendo a Vicenza le milizie padovane, scacciarono i soldati di frate Giovanni, che rimase prigioniere. Sebbene per l'intromessione del papa fosse ben tosto rimesso in libertà, la sua prigionia aveva distrutto il suo potere in Verona come a Vicenza; onde trovossi costretto di restituire gli ostaggi che aveva ricevuti e le fortezze occupate dalle sue guarnigioni, ritirandosi a Bologna, dopo avere perduta ogni sua gloria, e lasciata la Lombardia in preda a tante guerre, quante la laceravano prima che desse principio alle sue predicazioni.

Il potere dell'eloquenza in questo secolo, quell'impero della parola con cui il frate di Vicenza si traeva dietro i popoli, e ne regolava i destini, fu il primo effetto del rinascimento delle lettere, o forse al contrario il primo motivo dell'importanza che si diede allora allo studio delle lettere, e dei rapidi avanzamenti che poi fecero. Non deve sempre giudicarsi del merito d'un oratore dietro l'impressione che produce nel popolo; imperciocchè assai più che l'eloquenza influiscono sulla buona riuscita le disposizioni degli uomini, e quel rapido slancio sull'immaginazione del popolo, ancora nuovo ai prestigi ed ai piaceri della parola. Nè Demostene, nè Cicerone, nè Bossuet, scossero giammai così profondamente i loro uditori, quanto i frati predicatori di san Domenico, quanto san Francesco d'Assisi e sant'Antonio da Padova. Le repentine conversioni de' principali personaggi del secolo, i dotti che abbandonavano i loro studj, i principi che abdicavano il loro potere ascoltando un discorso di taluno di questi oratori religiosi, la facilità con cui le più gelose e turbolenti repubbliche rendevanli arbitri dei proprj destini, lo zelo dei soldati e de' contadini che seguivano il loro predicatore di città in città, e perfino ne' deserti, ne ricordano i favolosi effetti della poesia d'Orfeo e la magica forza della parola sui Greci, sopra una nazione troppo simile all'italiana, egualmente nuova, egualmente entusiasta, egualmente dalla natura destinata ad aprire la nuova strada della poesia e dell'eloquenza.

Di tanti celebri oratori di questo secolo non abbiamo che i discorsi di sant'Antonio, dei quali il Tiraboschi, che era cattolico, ne parlò col rispetto da lui dovuto alle opere d'un santo di primo ordine[528]; pure non lasciò di osservare che questi discorsi, a fronte de' maravigliosi effetti attestati dagli storici contemporanei, non sono che un tessuto di passi scritturali e de' ss. Padri, con alcune riflessioni morali, senza ornamenti di stile, senza forza o profondità, senza varietà di figure, e per dirlo in una parola senza niente di tutto quanto forma il carattere d'un eloquente oratore. Ma ciò che sembrerà ancora più strano, si è che questi discorsi facevansi in latino. Vero è che, come l'osserva Tiraboschi, in tal epoca la lingua latina era più vicina alla volgare che si parlava comunemente, di quel che lo sia adesso la toscana ai dialetti delle diverse province d'Italia, ove gli oratori e gli avvocati non adoperano pure che questa elegante lingua[529]: e pure sono intesi dalle ultime classi del popolo, che pur non sanno parlare lo stesso linguaggio[530].

Per altro in quest'epoca cominciavasi appunto a coltivare la lingua italiana non più come un barbaro dialetto, ma come una lingua adattata ad esprimere i sentimenti del cuore e le sottigliezze dell'ingegno; ed in quest'epoca i primi poeti siciliani prepararono colle loro rime e canzoni quella dotta lingua di cui Dante doveva bentosto usar sì nobilmente. Fino nella prima sua gioventù, Federico II, gli andava incoraggiando; era poeta egli medesimo, ed i pochi versi ch'egli scrisse probabilmente avanti il 1212, sono forse i più antichi che siansi conservati in lingua italiana. I suoi figli, il suo ministro Pietro delle Vigne[531], e tutti i più riputati personaggi della sua corte, nutrivano lo stesso amore per la poesia, e l'incoraggiavano non meno col loro esempio, che colla loro splendida munificenza[532]. E per tal modo questa nuova poesia fu trattata soltanto dai sudditi del regno di Napoli, ed anche vivente Dante, la lingua volgare, ed in particolare quella de' poeti, chiamavasi siciliana[533].

La poesia italiana deve perciò in qualche modo la sua origine ai re siciliani ed ai loro sudditi. Conviene ascrivere questo vantaggio ch'ebbero sopra le repubbliche italiane, in gran parte all'amore dei piaceri e della effeminatezza pur troppo comune ai poeti, e che fece loro quasi sempre preferire il lusso e l'adulazione delle corti alla severità ed all'eguaglianza repubblicana: pure un'altra ragione giustifica i Lombardi assai meglio, vale a dire il gusto che a quest'epoca avevano preso per la lingua provenzale, che coltivavasi già da oltre due secoli da diversi gentili poeti, e che perciò furon quasi tentati di adottare come lingua nazionale[534].

La Lombardia non ebbe mai, e nè pure ha presentemente una lingua scritta[535]; e vi si parlano informi dialetti diversi in ogni città, in ogni villaggio. Il dialetto lombardo era egualmente lontano dal provenzale e dal siciliano; e prima che Dante facesse adottare la lingua cortigiana, com'egli la chiama, di cui può risguardarsi come il creatore, era ancora indecisa la scelta tra le due lingue, egualmente poetiche, egualmente coltivate, egualmente prossime al dialetto del popolo. I marchesi d'Este, ed in ispecial modo Azzo VII[536], il marchese di Monferrato, i signori da Romano e da Camino, intrattenevano alle piccole loro corti molti trovatori (Troubadours) della Provenza; i quali eran contenti di tenervi il rango di adulatori ed anche di buffoni, ed il nome che davansi spesse volte di giullari, ossia uomini festosi, non è atto ad indicare più alte pretensioni. Pure perchè le invenzioni cavalleresche erano allora di moda, più assai che i costumi della cavalleria, fingevano sempre ne' loro versi amori romanzeschi, pericoli, battaglie, unione in somma di valore e di galanteria. Devonsi riconoscere da questo gusto del secolo le stravaganti avventure che si raccontarono come parte della loro storia, ma che vengono smentite dalle deposizioni di tutti gli autori contemporanei.

Fra i Trovatori si resero famosi molti Italiani colle loro poesie provenzali. Nicoletto di Torino, Bonifacio Calvi di Genova, Bartolomeo Giorgi di Venezia, quantunque adesso affatto dimenticati, formarono allora le delizie delle società. Due uomini pel loro carattere superiori a questi adulatori delle corti, acquistavansi in pari tempo somma riputazione tra le repubbliche lombarde coi loro canti provenzali. Ugo Catola consacrò i suoi poetici talenti contro la tirannia e la corruzione de' principi[537]; ma non ci rimase un solo de' suoi versi: e Sordello di Mantova giace nascosto entro una misteriosa oscurità. Gli scrittori del susseguente secolo ne parlano con profondo rispetto, senza entrare ne' particolari della sua vita: quelli che vennero più tardi, lo encomiarono quale generoso guerriero, qual difensore della sua patria: nè mancò chi lo facesse principe di Mantova[538]. La nobiltà de' suoi natali, il suo matrimonio, le sue galanterie con una sorella d'Ezzelino da Romano, sono attestate dagli scrittori coetanei[539]; la violenta sua morte viene oscuramente indicata da Dante, e ciò che rende soltanto Sordello immortale è quanto di lui ne scrisse il poeta fiorentino, che dice d'averlo veduto nell'atto che con Virgilio stava per entrare nel purgatorio[540].