In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza, ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello, portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi, come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo. La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che, quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41].

La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che, messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42]

Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna, Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli, Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43].

(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo, l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro, figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda, la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle dissensioni di cui aveva in se medesima i semi.

La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri. Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari. Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia.

Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de' Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato, siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48]. Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere.

Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga, d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di Novara.

(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de' conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne' pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de' cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più crudele nemico[50]