Per cupidigia di costà distretti,

Che 'l giardin de lo imperio sia diserto»[191].

Dall'altro canto il papa, lungi dal fomentare la discordia tra le nemiche fazioni, pareva che avesse dimenticato che la guelfa gli era affatto ligia; onde impiegava i consigli, l'autorità e perfino i più severi castighi spirituali per riconciliarle.

Nel 1303, dopo la morte di Bonifacio VIII, i suffragi de' cardinali eransi uniti in favore di Niccola, cardinale d'Ostia, oriondo di Trevigi. Le virtù ed i talenti lo avevano per gradi, da ignobile e povero stato, sollevato alla dignità di cardinale[192]. Egli prese il nome di Benedetto XI quando, soltanto quattro giorni dopo la morte di Bonifacio, fu proclamato papa (14 ottobre). A tale epoca non contavansi che diciotto cardinali, il più accreditato de' quali era Matteo Rosso degli Orsini, quello che aveva tenuto fino alla morte papa Bonifacio in una specie di prigione. Quattro cardinali suoi parenti gli davano in collegio la più grande influenza; ma pare che Matteo Rosso non cercasse di farsi nominare papa; ed è anzi probabile che cercasse di assoggettare la chiesa ad un governo aristocratico, privando il capo di tutta la sua autorità. Di fatti Benedetto XI non poteva sottomettere alla giustizia i cardinali ed i magnati potenti, che, circondati di satelliti, conquassavano la città di Roma colle loro passioni e non soffrivano il giogo delle leggi. I Colonna, sebbene ancora proscritti, erano tornati in città con un corpo di gente armata; altri non meno delinquenti signori non avevano paura del pontefice; il quale isolato in mezzo ad una procellosa corte, non aveva, per essere poveramente nato, nè parenti, nè naturali alleati che lo circondassero e fossero depositari del suo segreto. Vedevasi perciò sferzato a tollerare o dissimulare uno scandalo e dei delitti che il suo cuore detestava[193].

Benedetto dovette soggiacere a tale tirannide fino al cessare dell'inverno; ma avvicinandosi il caldo della state, del 1304, fece conoscere la sua intenzione di soggiornare in Assisi finchè durasse il cattivo aere di Roma. I cardinali si opposero risolutamente a tale viaggio, ed il papa avrebbe dovuto dimetterne il pensiero, se per qualche segreto motivo non prendeva a favorirlo Matteo Rosso degli Orsini. Col di lui favore uscì ben tosto di Roma, e passando per Viterbo e per Orvieto giunse a Perugia, ove fu ricevuto quale padre de' fedeli, e non più come il servitore de' cardinali. Colà prese con mano più sicura le redini della chiesa; e cercò di riconciliare i Bianchi ed i Neri di Firenze, ordinando al governo di quella repubblica di chiamare dall'esilio Vieri de' Cerchi: ma vedendo tornar vane le sue inchieste, fulminò la scomunica contro Firenze.

Si diceva che Benedetto per liberarsi dalla tirannia de' cardinali e de' grandi signori di Roma avesse risolto di portare la sede pontificia in Lombardia. Mentre doveva incessantemente occuparsi della propria sicurezza, mentre doveva far uso di tutta la sua autorità per ristabilire la pace ne' paesi in cui pensava di soggiornare stabilmente, non osava il papa di provocare l'inimicizia del più potente sovrano d'Europa, di un uomo che aveva di già mostrato di tenere per legittimi tutti i mezzi che potevano nuocere ai suoi nemici. Perciò Benedetto fece molte pratiche per riconciliarsi con Filippo il bello, e lo assolse co' suoi sudditi e ministri dalla scomunica in cui erano incorsi per avere sostenuti quelli che andavano a Roma, o vi mandavano danaro. È pure probabile che fossero colla stessa bolla assolti tutti coloro che avevano presa parte alla sacrilega prigionia di papa Bonifacio, tranne il solo Guglielmo di Nogareto[194].

Intanto Benedetto ondeggiava irresoluto tra la politica ed i doveri della sua carica: troppo grave era l'ingiuria sostenuta da Bonifacio e di troppo pericoloso esempio, perchè i suoi successori la lasciassero affatto impunita. Se Benedetto avesse ottenuta una perfetta indipendenza, non avrebbe ommesso di chiedere ragione a Filippo della sua sacrilega condotta. Manifestò pure scopertamente questa sua volontà in una nuova bolla datata in Perugia il 7 di giugno. «Abbiamo, egli dice, differita finora per giusti motivi la punizione dell'esecrabile delitto che alcuni scellerati commisero contro la persona del nostro predecessore, Bonifacio VIII di felice ricordanza. Ma non possiamo più oltre differire a levarci, o piuttosto Dio stesso deve levarsi con noi per castigare i suoi nemici, e scacciarli dal suo cospetto.» — Benedetto annovera ad uno ad uno coloro che aveva egli stesso veduto prender parte a tanta iniquità, fra i quali Guglielmo di Nogareto e quattordici gentiluomini, quasi tutti italiani: e dopo aver dipinto il loro misfatto co' più vivi colori, soggiugne: «Avendo dunque osservate le forme di diritto, dichiariamo che tutti coloro che abbiamo nominati e tutti gli altri che parteciparono allo stesso delitto, tutti quelli che colla propria persona concorsero agli attentati commessi in Anagni contro Bonifacio, e tutti quelli che diedero, per commetterli, soccorsi, consigli, favore, sono incorsi nella sentenza di scomunica pronunciata dai sacri canoni. Col consiglio de' nostri fratelli ed in presenza di tanta moltitudine di fedeli, li citiamo perentoriamente a presentarsi in persona avanti di noi prima della festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, per udire la giusta sentenza che coll'ajuto del Signore noi pronunceremo sui notorj attentati di cui abbiamo parlato»[195].

Filippo il bello poteva ritenersi colpito da questa nuova bolla di scomunica, e non tardò ad accorgersi che il papa cominciava a credersi indipendente; onde concepì forse allora l'ardito disegno, che poi eseguì in tempo del primo interregno, di assoggettarsi interamente la corte pontificia: e l'odioso carattere di questo principe che Dante chiamò la peste della Francia, rende verosimile ogni delitto. Secondo Ferreto di Vicenza, storico contemporaneo[196], avvertito Filippo che il papa stava contro di lui preparando formidabili bolle, valendosi dell'opera di Napoleone, cardinale degli Orsini, e di Giovanni le Moine, cardinale francese, sedusse col danaro due scudieri del papa, i quali posero del veleno ne' fichi fiori che presentarono al padrone. Il pontefice sostenne otto giorni i tormenti del veleno che gli mangiava le viscere, e morì il 4 di luglio del 1304. Giovan Villani accusa di questo delitto i soli cardinali: e Francesco Pipino e Dino Compagni, altri coetanei, confermando le circostanze del veleno, non ardiscono nominare alcuna persona[197]. Il Raynaldo, nell'atto di dar principio alla scandalosa istoria de' papi francesi di Avignone, par che tema ad ogni istante di compromettersi, e sopprime quest'accusa di veleno, per lo meno abbastanza autentica per essere da lui confutata.

Morto Benedetto XI, i cardinali, in numero di venticinque, adunatisi in Perugia, si chiusero in conclave; ma quando vollero passare all'elezione del papa, si divisero in due fazioni, dirette da due capi, ambedue della casa Orsini. Matteo Rosso Orsino, che aspirava egli stesso alla tiara, aveva nel suo partito il cardinale francese Caietano, nipote di Bonifacio VIII, e tutti quelli ch'erano attaccati a quel papa, alla sua famiglia ed all'antico partito guelfo. Napoleone degli Orsini, capo dell'altra fazione, era appoggiato dal cardinale Niccola d'Acquasparta di Prato e da tutti coloro ch'erano affezionati ai Colonna, al re di Francia, al Ghibellini. Dopo sei mesi di replicate inutili prove, i cardinali si persuasero che niuno dei due capi di parte e niuno dei membri del sacro collegio riunirebbe giammai i due terzi dei suffragi necessarj all'elezione.

(1305) Intanto i Perugini, intolleranti di tanto ritardo, cominciavano a minacciare i cardinali ed a minorare le razioni dei viveri. Bisognava finalmente uscirne in un modo o nell'altro, onde il cardinale di Prato propose al cardinale Caietano, capo della contraria fazione, un espediente che pareva conciliare i diritti di tutti, ed affrettare in pari tempo l'elezione. Da che si tentò finora invano d'unire i suffragi in favore di un Italiano, si provi, disse, a nominare un oltramontano: e acciocchè le due parti abbiano un'eguale parte in questa nomina, propongo che un partito presenti tre prelati, e che l'altro entro quattro giorni debba scegliere tra i proposti, oltre di che lasciò al cardinale Caietano ed alla sua fazione quella delle due funzioni che più le aggrada. La proposizione essendo accettata ed approvata da tutti i cardinali, se ne stese un atto che fu sottoscritto da tutti, ed il partito antifrancese scelse di presentare i tre prelati, credendosi in tal modo sicuro di avere un papa a modo suo, qualunque fosse l'eletto. Per essere più certo delle future loro disposizioni, presentò tre prelati notoriamente nemici del re Filippo, ponendo pel primo Bertrando di Gotte, arcivescovo di Bordeaux, che aveva gravi motivi di dolersi di Filippo e di Carlo di Valois suo fratello. Erano francesi anche gli altri due prelati.