Appena fu questa scelta comunicata al partito ghibellino, che il cardinale di Prato spedì un corriere a Filippo per informarlo della convenzione fatta tra i cardinali, e per consigliarlo a scegliere Bertrando di Gotte dopo essersene assicurato. Filippo, quand'ebbe ricevuto quest'avviso a Parigi l'undecimo giorno, partì subito per la Guascogna, invitando il prelato ad un abboccamento in una abbazia posta in mezzo ad una foresta presso a san Giovanni d'Angely, ove recaronsi ambedue con poco seguito: «udita insieme la messa, e giurata in su l'altare credenza, lo re parlamentò con lui con belle parole per riconciliarlo con messer Carlo di Valois; e poi sì gli disse: Vedi, arcivescovo, io ho in mia mano di poterti fare papa, s'io voglio, e però sono venuto a te, perchè se tu mi prometti di farmi sei grazie, ch'io ti domanderò, io ti farò questo onore; e acciò che tu sia certo ch'io ne ho il podere trasse fuori e gli mostrò le lettere e le commissioni dell'uno collegio e dell'altro. Il Guascone convidoso della dignità papale, veggendo così di subito, come nel re era al tutta il poterlo fare papa, quasi stupefatto d'allegrezza, li si gittò ai piedi e disse: Signore mio, ora conosco che m'ami più che uomo che sia e vuommi rendere bene per male; tu hai a comandare, e io ad ubbidire, e sempre sarò così disposto. Lo re lo rilevò suso, e baciollo in bocca, e poi li disse: Le sei speziali grazie che io voglio da te sono queste. La prima che tu mi riconcilj perfettamente colla chiesa, e facciami perdonare il misfatto ch'io commisi per la presura di papa Bonifazio. La seconda di ricomunicare me e miei seguaci. La terza che mi concedi tutte le decime per cinque anni del mio reame per ajuto alle spese fatte alla guera di Fiandra. La quarta che tu mi prometti di disfare e annullare la memoria di papa Bonifazio. La quinta che tu renda l'onore del cardinalato a messer Jacopoli e messer Piero della Colonna, e rimetterali in istato, e facci con loro insieme certi miei amici cardinali. La sesta grazia e promessa mi riserbo a luogo e a tempo, ch'è secreta e grande. L'arcivescovo promise tutto per saramento in sul Corpus Domini, e oltre a ciò li diede per istadichi il fratello e due suoi nipoti; e lo re promise e giurò a lui di farlo eleggere papa.»

Tutta questa negoziazione era stata condotta col più profondo segreto, ed i cardinali Matteo Rosso e Caietano non sospettarono pure che il re di Francia conoscesse la loro convenzione. Trentacinque giorni dopo la partenza del suo corriere, il cardinale di Prato ricevette la risposta di Filippo e l'ordine di eleggere l'arcivescovo di Bordeaux. Dopo aver comunicato il riscontro al suo partito, fece prevenire l'altro d'essere disposto a pronunciare. In una generale assemblea furono notificate con nuovi giuramenti le precedenti convenzioni; indi il cardinale di Prato recitò un sermone sopra un passo della scrittura, ed in virtù dell'autorità conferitagli elesse papa messere Bertrando di Gotte, arcivescovo di Bordeaux. Allora fu secondo l'usanza intuonato il Tedeum, e con eguale allegrezza da ambo le parti, perchè ognuno credeva d'avere un papa tutto suo. Quest'elezione si pubblicò il 5 giugno del 1305 dopo un interregno di dieci mesi e ventotto giorni[198].

O sia perchè Bertrando, che prese il nome di Clemente V, volesse far pompa della sua nuova dignità in su gli occhi de' suoi compatriotti, o che la maniera con cui i cardinali avevano trattati i due ultimi suoi predecessori gli facesse paura, o finalmente che il re Filippo si opponesse al suo viaggio, invece di recarsi a Roma, a seconda dell'invariabile costumanza della chiesa, invece di venire a dirigere la sua greggia, a prendere le redini del governo de' suoi stati, il papa sorprese tutta la Cristianità coll'ordinare ai cardinali di raggiugnerlo a Lione per la sua incoronazione, fissata nel giorno di san Martino del 1305. I cardinali furono malgrado loro costretti di ubbidire: il re di Francia, Carlo di Valois ed i principali baroni al di là delle Alpi, assistettero alla cerimonia della consecrazione; ed il 17 dicembre Clemente creò dodici nuovi cardinali, cioè Giacomo e Pietro Colonna deposti da Bonifacio, e dieci Francesi o Guasconi, tutte creature di Filippo il bello[199].

La vergognosa condotta tenuta da Clemente e la vile sua ubbidienza a tutti i capricci della corte di Francia provarono abbastanza a quali scandalose condizioni aveva acquistata la tiara. Dopo avere introdotte nel sacro collegio tante creature di Filippo, rivocò tutte le censure fulminate contro di lui, de' suoi ministri e complici, annullò tutte le costituzioni di Bonifacio che potevano dargli qualche ombra; accordò al re Filippo la decima sul clero, e ne accordò delle altre al conte di Fiandra, affinchè con tale mezzo potesse pagare un tributo ai Francesi, autorizzò Filippo a prendere in nome della religione tutti gli Ebrei del suo regno il giorno della festa di santa Maria Maddalena, a confiscare tutti i loro beni ed a bandirli; finalmente prodigò bolle, prediche, indulgenze per formare una nuova crociata, la quale sotto la condotta di Carlo di Valois doveva conquistare l'impero di Costantinopoli, allora occupato da Andronico, figlio di Michele Paleologo: e la più importante ragione, allegata contro questo sventurato principe, era quella di non essere egli abbastanza forte per resistere alle armi turche, onde la sua disfatta aprirebbe l'Europa ai Musulmani[200].

Quale più vergognoso motivo poteva addursi per attaccare Andronico? e se il papa era veramente intenzionato d'opporre una diga ai barbari, la sua politica non era meno falsa che ingiusta; poichè fulminando nuovi anatemi contro Andronico, il suo clero e la sua nazione[201], accresceva sempre più l'animosità che da molto tempo divideva i Greci dai Latini, e riduceva i primi a preferire il giogo musulmano a quello de' cattolici persecutori. Onde è chiaro che il papa non aveva altro oggetto che quello di soddisfare alla cupidigia ed all'ambizione dei principi della casa di Francia, di quel medesimo Valois che era stato suo mortale nemico: e purchè facesse cosa grata al re, egli non calcolava i funesti effetti della sua politica sul bene della Cristianità.

È per altro vero che la debole e sospettosa amministrazione d'Andronico esponeva tutta l'Europa alle maggiori calamità. La nazione, e forse in questo secolo il clero, in nome della nazione europea, avrebbe per avventura avuto il diritto di deporre questo principe imbecille; ma soltanto per sostituirgli un principe che, godendo l'amore e la confidenza de' suoi popoli, potesse fermare gli spaventosi progressi dei Turchi.

Il vecchio Andronico era succeduto a suo padre Michele Paleologo l'undici dicembre del 1282[202]: aveva mostrate alcune virtù private, che facilmente si trovano nel più debole sovrano; di quelle virtù che l'adulazione degli storici conserva alla posterità, coprendo i vizi che sempre le accompagnano in un carattere pusillanime. Egli non cominciò ad avere relazioni coll'Italia che in principio del XIV secolo. Prima d'allora, perduto tra gl'intrighi della sua corte e del suo clero, aveva distrutta con imprudente economia la flotta allestita da suo padre con enorme dispendio per difendersi dal re di Napoli[203]. Suo fratello, Costantino Porfirogeneta, che aveva eccitata la sua diffidenza, era stato imprigionato con tutti i suoi amici. Egli introdusse nell'impero gli Alani, che per sottrarsi al giogo dei Tartari avevano domandato un asilo nelle province dell'Asia, ma che riuscivano più dannosi a quelle province de' Turchi medesimi contro de' quali dovevano combattere[204]. Finalmente, dopo avere provocati questi ultimi, opponeva loro una così debole resistenza, che invadendo essi tutte le province dell'Asia, le avevano divise in pascialaggi, e cacciati i Greci oltre l'Ellesponto[205].

Tali furono gli avvenimenti de' primi vent'anni del regno d'Andronico il vecchio, quando del 1302 fattasi la pace tra i re di Napoli e di Sicilia, questi licenziò le veterane milizie che pel corso di venti anni avevano così valorosamente difesa la Sicilia contro i Francesi. Que' soldati collettizj di differenti paesi non avevano campi nè focolari che li chiamassero; ed accostumati a vivere insieme nella licenza, e talvolta di ladroneccio, temevano il ritorno dell'ordine e della tranquillità che la pace delle due Sicilie procurava all'Italia meridionale. Lo stesso spirito avventuriere de' soldati animava ancora i loro capitani; onde invece di disperdersi in differenti paesi, prendendo servigio, pensarono di tenersi uniti e di porre tutta l'intera armata al servigio del primo sovrano che volesse adoperarla[206]. In tale maniera ebbero cominciamento le compagnie propriamente dette di ventura. I capi di quest'intrapresa erano Ruggero de Fior, vice ammiraglio di Sicilia, Berengario di Entença, Ferdinando Ximenes de Arenos e Berengario di Rocafort, tutti personaggi assai distinti[207]. Il primo, sebbene nato a Brindes, era originario tedesco; era stato Templario, ed aveva rinunciato, si disse, a questa vocazione, dopo la presa di san Giovanni d'Acri, per dedicarsi interamente alle armi, o per dir meglio alla pirateria[208]. Gli altri erano ricos hombres Arragonesi o Catalani.

I generali della compagnia di ventura offrirono i loro servigi ad Andronico, per ricuperare le province dell'Asia occupate dai Turchi, e furono accettati a braccia aperte. Andronico decorò Ruggero della dignità di gran duca, e gli diede per moglie la propria nipote. Sotto la condotta di questi capi passarono in Grecia circa otto mila uomini catalani ed arragonesi detti Almogavari[209]. Con tal nome indicavasi la fanteria spagnuola per lo più composta di Mori e di Cristiani. Questi soldati si acquartierarono a Cizica, ove vissero colle spoglie de' Greci ch'eransi incaricati di difendere. I diritti della guerra non esercitaronsi giammai con maggior barbarie in una città nemica[210]. Questa vita da assassino pareva tanto dolce agli Almogavari, che non volevano a niun patto lasciarla per andare contro ai nemici. A stento per altro si ridussero in primavera del 1305 a marciare contro i Turchi che avevano assediata Filadelfia. L'armata turca comandata da Ali Syras fu disfatta ad Aulax, mortalmente ferito il generale, e la potenza greca precariamente ristabilita al di là del Bosforo. Ma la licenza de' Catalani faceva ai Greci egualmente temere le vittorie e le disfatte. Andronico, che anche in Tessaglia era stato attaccato dai Bulgari, desiderava dividere la grande compagnia, onde avere il doppio vantaggio di renderla meno potente, e di opporre valorosi soldati ai due più temuti nemici. Invitò quindi Ruggero ad unire parte delle sue truppe a Michele Paleologo suo figliuolo. Ruggero, dietro tale domanda, passò il Bosforo, non con alcune truppe, ma con tutta la sua armata, e prese i quartieri d'inverno e si fortificò a Gallipoli[211].