(1307) Tale era lo stato dell'Oriente quando Clemente V volle far rivivere i diritti di Carlo di Valois, sposo di Caterina di Fiandra, alla successione dell'impero de' Latini. Prima scrisse all'arcivescovo di Ravenna ed ai vescovi di Romagna, a quelli della Marca d'Ancona e dello stato di Venezia, come pure ai più vicini prelati della Grecia, perchè predicassero la crociata contro i Greci[212]. Proibì sotto pena della scomunica ad ogni principe cristiano l'alleanza con il Paleologo[213]; e fece ogni sforzo perchè prendesse parte in questa sacra guerra Federico di Sicilia. Voleva Federico, se gli fosse stato possibile, conservare qualche autorità sull'armata catalana che lo aveva servito tanto tempo prima di passare in Grecia; e perciò aveva mandato presso ai capi di quest'armata, già divisa dalle fazioni, l'infante Ferdinando di Majorica, suo cugino germano, per riunirla sotto i suoi ordini: di modo che se questo trattato riusciva, il re di Sicilia era quello de' principi latini che poteva più facilmente comandare alla Grecia. Per ultimo il papa scrisse pure ai Veneziani ed a' Genovesi per ridurli a secondare colle loro flotte l'impresa di Carlo di Valois[214].
Ma le due repubbliche non erano altrimenti disposte a far causa comune, intraprendendo per conto de' Francesi la conquista dell'Oriente. Pel corso di sette anni si erano battute con accanimento per l'esclusivo dominio dei mari. A questa guerra, cominciata dal 1293, aveva dato motivo una battaglia accidentale nel mare di Cipro tra quattro galere veneziane e sette navi mercantili dei Genovesi. L'odio nazionale e l'estrema gelosia dei due popoli aveano chiusa la via ad ogni accomodamento per un affare, cui i loro governi non avevano avuto parte, e ne' cinque susseguenti anni sforzaronsi di opprimersi vicendevolmente con formidabili apparecchi[215]. Nel 1295 i Genovesi posero in mare cento sessanta galere, ognuna montata da duecento venti uomini, tutti abitanti di Genova o delle due Riviere. Questa formidabile flotta rientrò in porto senza avere incontrato il nemico, dopo averlo inutilmente cercato nei mari della Sicilia. Nel susseguente anno le due flotte nemiche si cercarono di nuovo senza trovarsi; ma sessantacinque galere veneziane, comandate da Ruggero Morosini, vennero ad attaccare i Genovesi abitanti a Galata in faccia a Costantinopoli, i quali, non avendo bastanti forze per difendersi, si ritirarono tutti coi loro effetti nella capitale dell'impero greco, mentre i Veneziani incendiavano le loro case[216].
I Genovesi, protetti in questa circostanza da Andronico, strinsero sempre più l'alleanza che da molti anni gli univa ai Greci; mentre i Veneziani dichiararonsi apertamente nemici dell'impero. Ma la potenza di questi soffrì un terribile crollo l'anno 1298 per la battaglia di Corzola, o Corcira la nera, che terminò la guerra. L'ammiraglio genovese Lamba Doria erasi avanzato fino a quest'isola, posta in fondo dell'Adriatico, per incontrare Andrea Dandolo, il quale con una flotta di novantacinque galere non ricusò la battaglia. Fu questa lunga e sanguinosa; ma la vittoria si decise a favore dei Genovesi benchè alquanto più deboli di forze, tostochè quindici navi, staccate dall'ammiraglio Doria per avere il vento in poppa, attaccarono di fianco la flotta veneziana tutta impegnata col rimanente della squadra nemica. La disfatta fu così compiuta, che si salvarono appena dodici galere, avendone i Genovesi abbruciate sessantasei e condotte diciotto a Genova con sette mila prigionieri, tra i quali trovavasi l'ammiraglio Andrea Dandolo[217]. Dopo così terribile battaglia, le due nazioni, quasi egualmente snervate dalla vittoria e dalla sconfitta, acconsentirono a fare la pace, che fu segnata l'anno 1299 colla mediazione di Matteo Visconti, e restituiti i prigionieri da ambo le parti. Lo stesso anno fu pure conchiusa la pace tra i Genovesi ed i Pisani in conseguenza della quale avevano, dopo sedici anni di prigionia, ricuperata la libertà gli sventurati superstiti della disfatta di Meloria.
Siccome la pace non aveva spente le animosità de' Genovesi e de' Veneziani, doveva prevedersi che nella guerra di Oriente avrebbero abbracciato opposti partiti; e così appunto accadde. Il 19 dicembre del 1306 i Veneziani convennero con Carlo di Valois di equipaggiare una flotta che partirebbe da Brindisi in maggio del 1308, e porterebbe un'armata capace di ricuperare l'impero di Costantinopoli; promettendo inoltre di mantenere fino a quell'epoca dodici galere armate nei mari della Grecia per proteggere i partigiani dell'impero latino[218]. Intanto i Genovesi si univano con più stretti vincoli al Paleologo; lo avvisarono de' trattati che si andavano maneggiando dai Francesi e da Federigo di Sicilia coi Catalani, e lo persuadevano a mettersi in istato di difesa contro quella truppa mercenaria.
Per la morte di Caterina, sposa di Carlo di Valois, che gli dava un diritto all'impero, e fors'anco per l'esaurimento del suo tesoro, così vasti progetti di conquista andarono a vuoto. Ma sebbene il principe francese rinunciasse alla spedizione, e mancasse di parola ai Veneziani, non per ciò le due repubbliche lasciarono di prendere una parte assai viva in questa contesa; i Genovesi come alleati dei Greci, ed i Veneziani quali alleati de' Catalani, la di cui grossa compagnia di ventura, divenuta sospetta all'imperatore ed esosa ai sudditi, trovavasi con loro in aperta guerra. Ruggero de Fior venne assassinato dagli Alani che seguivano il figlio dell'imperatore, e Berengario di Entença cadde in mano de' Genovesi in un fatto d'armi presso Reggio di Calabria: onde la grande compagnia, privata da' suoi due capi, si assoggettò ad altri due da lei nominati; e formando una specie di regolare governo con un consiglio di reggenza, s'intitolò armata dei Franchi in Tracia ed in Macedonia[219]. Questa formidabile armata, collegatasi coi Turchi, saccheggiò tutte le province dell'impero greco, e dopo una serie di curiosi avvenimenti passò del 1311 nel ducato di Atene, che in allora apparteneva a Gualtieri di Brienne; ed essendosi inimicata col duca, lo sfidò a generale battaglia, nella quale fu ucciso con circa settecento cavalieri francesi, i discendenti degli antichi conquistatori della Grecia. Atene, Tebe e tutto il ducato, caddero in potere dei Catalani, i quali fissarono il loro soggiorno in quella provincia[220], in tempo che il figlio dell'ultimo duca francese, chiamato Gualtieri di Brienne come il padre, passava in Italia, ove lo vedremo in appresso diventare tiranno di Firenze; così per lo contrario, alquanto più tardi, un Fiorentino prese possesso del ducato d'Atene.
Mentre in Ispagna, in Francia e fino in Grecia, Clemente V dava sicure prove della sua vile dipendenza da Filippo il bello, e della sua parzialità, la condotta da lui costantemente tenuta rispetto alle città toscane fu quella di pacificatore al tutto straniero alle fazioni guelfa e ghibellina, e più portato a favorire i Bianchi che i Neri, pel solo motivo che quelli erano esiliati e perseguitati. Per farli ripatriare Clemente fece, benchè inutilmente, i più lodevoli sforzi. Non era egli fino dalla fanciullezza stato nodrito ne' pregiudizj di quelle antiche fazioni, nè ve lo attaccavano le sue parentele. Sebbene i reali di Francia siano stati gli alleati dei Guelfi, Filippo, in tempo delle sue contese con Bonifacio, erasi unito ai Colonna ed al cardinal di Prato, che erano Ghibellini; e l'ultimo, cui Clemente V andava in particolar modo debitore della sua elezione, aveva sotto il pontificato di Benedetto XI avuta particolare cagione di essere scontento dei Neri che governavano Firenze. È d'uopo ripigliare questa parte della storia toscana, che abbiamo dovuto lasciare imperfetta per non rompere il filo degli altri avvenimenti.
Abbiamo detto che Benedetto XI desiderava di riconciliare i Bianchi ed i Neri, e che per tale motivo aveva mandato in Toscana il cardinale di Prato. Entrò questi in Firenze il 10 maggio del 1303, e dopo avere adunati tutti i cittadini nella piazza di san Giovanni, diede loro parte della pacifica missione di cui era incaricato e dell'autorità che il papa gli aveva data; poi chiese ai Fiorentini di rimettersi confidentemente alla sua mediazione. Il popolo cominciava ad essere mal soddisfatto del nuovo governo, e vedeva il pericolo dipendente da una discordia che guastava tutta la repubblica ed aveva omai ruinata la metà de' suoi cittadini; di modo che in un parlamento acconsenti di dare al cardinale piena balìa per riformare la repubblica; non accordandogli soltanto i poteri necessarj per conchiudere parziali paci tra le famiglie nemiche, ma in oltre il diritto di nominare il gonfaloniere, i priori e tutti i magistrati fino al primo di maggio del 1304: la quale balìa fu in seguito prorogata per un altro anno. Il cardinale approfittò dell'affidatagli autorità per rappacificare, durante la sua dimora in Firenze, molte delle più potenti famiglie: rese più forte l'influenza del popolo sul governo, rinnovando i gonfalonieri delle compagnie; e di consenso de' nuovi priori ammise in città i deputati dei Bianchi per trattare col partito dominante. Trovavasi fra i primi Petracco dell'Ancisa padre del poeta Petrarca[221].
Ma la cacciata de' Bianchi da Firenze aveva accresciuto a dismisura il credito dell'antica nobiltà guelfa, la quale vedeva di mal occhio i tentativi del cardinale per abbassarla di nuovo. Cercò quindi con fina avvedutezza d'indisporre contro di lui il popolo, e di preparare segreti ostacoli alla pace generale ch'egli meditava. Questa fazione falsificò una volta il suggello del cardinale, e spedì da sua parte ordine ai Bianchi ed ai Ghibellini di Bologna di venire in suo soccorso. L'avvicinamento di quest'armata eccitò l'indignazione del popolo in maniera, che il cardinale protestò invano di non aver avuto parte a tale chiamata ed invano ordinò ai Bolognesi di ritirarsi: la confidenza che si era con tanta fatica acquistata presso il popolo, fu in un istante perduta per sempre.
I capi dei Neri domandarono in appresso al cardinale di occuparsi della pace di Pistoja prima di terminare quella di Firenze. La parte Bianca dominante a Pistoja, dicevano essi, doveva accordare ai Neri le medesime vantaggiose condizioni, che i Neri dominanti a Firenze sono disposti di accordare ai Bianchi fuorusciti. Il cardinale, recandosi a Pistoja, passò per Prato, che, sebbene fosse la patria de' suoi maggiori, egli non aveva ancora veduta; ed il rispettoso e distinto accoglimento che gli fece quel popolo, accrebbe la gelosia dei Neri. I Guazalotti, capi di questo partito in Prato, ne fecero amara vendetta al suo ritorno da Pistoja, ove nulla aveva potuto ottenere. Gli fecero chiudere in faccia le porte della città e ne proscrissero i parenti ed i loro partigiani, che dovettero salvarsi colla fuga. Il cardinale irritato scomunicò la città di Prato ed accordò le indulgenze della crociata a coloro che prenderebbero le armi contro la sua patria. Rientrato in Firenze, non tardò ad accorgersi che l'accadutogli a Pistoja e Prato aveva distrutta in modo la sua riputazione, che, in occasione di una sommossa, la famiglia de' Quaratesi, vicina al palazzo da lui abitato, fece tirare contro la sua persona. Allora il cardinale volgendosi al popolo che lo circondava, gridò: «poichè voi volete essere in guerra e maledetti, ricusando di ascoltare il messaggiere del vicario di Dio; poichè non volete nè riposo nè pace, rimanetevi adunque colla maledizione di Dio e della santa Chiesa.» Partì il giorno 4 giugno del 1304, lasciando la città scomunicata, e Benedetto XI confermò a Perugia questa scomunica.