In Firenze tenne dietro alla partenza del cardinale una sedizione: mentre coloro che l'avevano forzato a ritirarsi, battevansi contro quelli che volevano la pace, un prete, chiamato ser Neri Abbati, appiccò il fuoco alle case dei Bianchi in due diversi luoghi della città. Questi, occupati trovandosi nella zuffa, non poterono fermare l'incendio, il quale, stendendosi rapidamente verso il centro della città, distrusse mille settecento case ne' quartieri occupati dai magazzini dei mercanti, cagionando un'immensa perdita a molte delle più ricche famiglie e specialmente ai Cavalcanti ed ai Gherardini, che furono al tutto ruinati[222].
In conseguenza della scomunica fulminata contro Firenze furono dal papa citati a Perugia dodici capi di parte nera con cento cinquanta cavalieri loro amici. Il cardinale di Prato scrisse allora ai Ghibellini ed ai Bianchi di Pisa, d'Arezzo, di Bologna e di Pistoja, essere questo il momento di sorprendere Firenze e di vendicarsi. Infatti i Bianchi si adunarono e s'avanzarono segretamente; ma gli emigrati fiorentini erano arrivati alla Lastra, due sole miglia sopra Firenze, coi Bolognesi, gli Aretini, ed i Romagnoli il 21 luglio 1304, in cambio del 23, ch'era il giorno destinato. Essi formavano un corpo di mille seicento cavalli e di nove mila uomini d'infanteria. Il conte Fazio doveva raggiugnerli da Pisa ed era già arrivato al castello di Marti con quattrocento cavalli; doveva arrivare da Pistoja Tolosato degli Uberti con trecento cavalli e molti pedoni, il quale prese la strada della montagna quand'ebbe avviso, che i suoi alleati erano giunti innanzi tempo presso a Firenze.
Baschiera dei Tosinghi, giovane emigrato fiorentino, comandava il primo corpo che arrivò alla Lastra. Molti messaggi ricevuti dai Bianchi di Firenze lo incoraggiavano ad avanzarsi senza aspettare le truppe di Pisa e di Pistoja, e ciò ch'era ancor peggio, senza aspettare la notte, che avrebbe calmato quel calore soffocante che opprimeva gli uomini ed i cavalli, ed inoltre avrebbe permesso agli amici di Firenze di recarsi al loro campo. I Bianchi entrarono senza trovare resistenza per la porta di san Gallo, che in allora non era che la porta di un sobborgo, ed arrivarono fino alla piazza di san Marco, ove si posero in ordine di battaglia colla spada alla mano, ma colla testa coronata d'ulivo e gridando pace! pace! Frattanto non essendo raggiunti dai Bianchi della città, spedirono un piccolo corpo per sorprendere la porta degli Spadai, ove provarono qualche resistenza. Di là la stessa divisione si avanzò verso il duomo, e si vide attaccata per le strade da que' medesimi che sarebbersi creduti pronti a secondare gli emigrati; sia perchè loro sembrasse l'impresa imprudente e mal condotta, oppure, come racconta il segretario fiorentino, perchè volevano bensì accordare la pace alle loro preghiere, ma non alle armi[223]. In questo frattempo, appiccatosi il fuoco ad alcune case vicine alla porta, i Bianchi ch'erano entrati in città, temettero di rimanere divisi dal corpo principale, e ripiegarono verso Baschiera sulla piazza di san Marco. I Bolognesi, rimasti alla Lastra senza fare alcun movimento, avuto avviso della loro ritirata e credendo rotta tutta l'armata ghibellina, ripresero subito la strada di Bologna. Invano Tolosato degli Uberti, che gl'incontrò, venendo co' suoi Pistojesi, tentò di ricondurli verso Firenze; essi vollero ad ogni modo abbandonare l'impresa. Intanto Baschiera sulla piazza di san Marco, più sostener non potendo l'eccessivo calore e la mancanza d'acqua, dovette dare il segno della partenza. Inseguito nella sua ritirata dai Fiorentini, perdette molta gente[224]: per tal modo la parte de' Bianchi che aveva quasi in pugno la vittoria, fu per una continuata serie d'errori compiutamente disfatta.
Fu precisamente all'epoca di quest'attacco disgraziato, che morì Benedetto XI. Mentre i cardinali erano chiusi in conclave per l'elezione del suo successore, credettero i Neri di poter dare compimento alle loro vendette senza timore di esserne impediti dall'arrivo di qualche nuovo paciere. I due governi di Firenze e di Lucca stabilirono perciò di occupare Pistoja, ov'eransi ritirati molti dei loro emigrati, ed ove dominava Tolosato degli Uberti, l'erede di quella famiglia in ogni tempo ghibellina, che aveva prodotto il magno Farinata. I Fiorentini differirono l'impresa di Pistoja al mese di maggio del 1305, e s'impegnarono a non abbandonarne le mura finchè la città non s'arrendesse. Fecero domandare un generale a Carlo II re di Napoli, il quale mandò loro Roberto di Calabria, suo figlio ed erede presuntivo, con trecento cavalieri aragonesi o catalani, ed un ragguardevole corpo di fanteria almogavara. Queste truppe spagnuole, non diverse da quelle passate in Grecia con Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federico di Sicilia, e prendevano soldo da tutte le potenze che volessero approfittare de' loro servigi.
Il duca di Calabria partì da Firenze il 22 maggio del 1305 alla testa delle milizie di quella repubblica, ed incontrò in vicinanza di Pistoja le truppe lucchesi. Le due armate si divisero i lavori dell'assedio ed alzarono ridotti di distanza in distanza mezzo miglio lontani dalle mura: dopo di che il duca fece bandire che accordava tre giorni di tempo per uscire di Pistoja a tutti coloro che non volessero essere considerati come nemici della Chiesa e del re di Sicilia; ma che dopo tale termine tutti coloro che rimarrebbero entro l'assediata città, verrebbero trattati di ribelli, e permesso a chicchessia sarebbe di ucciderli. Perchè i Pistojesi non avevano sufficiente provvisione di vittovaglie, approfittarono della concessione del duca di Calabria per far uscire dalla città molte bocche inutili[225].
Pistoja è posta in un piano; era cinta di mura in allora assai forti e di poco esteso giro, con larghe fosse piene di acqua che ne impedivano gli approcci; le porte erano gagliardamente fortificate, e varj ridotti sostenevano le mura, di modo che l'arte degli assedj, essendo di que' tempi ancora troppo imperfetta, gli assedianti non potevano lusingarsi di prendere la città per forza. Perciò i generali guelfi cercarono di affamarla, e fecero scavare dall'uno all'altro ridotto larghe fosse che guarnirono di palizzate; ondechè terminato questo lavoro più non fu possibile di vittovagliare la città. I Pistojesi per interrompere i lavori facevano frequenti sortite e combattevano valorosamente, ma erano talmente inferiori di numero, che venivano sempre respinti con perdita. Tali scaramuccie erano spesse volte seguite da atti crudelissimi, troppo odiosi perchè se ne debba conservare la memoria. Un violento odio di partito ed un infinito numero di vendette personali s'aggiungevano all'animosità nazionale.
I Pisani mandavano bensì alcuni soccorsi di danaro, ma non si trovavano abbastanza forti per rompere la loro tregua coi Fiorentini, ed avanzarsi con un'armata capace di far levare l'assedio; ed i Bolognesi, poco affezionati a Pistoja, non si davano pensiero di soccorrerla. Frattanto Tolosato degli Uberti ed Agnello Guglielmini, rettori della città assediata, incominciando a scarseggiare i viveri, fecero uscire di Pistoja i poveri, i fanciulli, le vedove, e quasi tutte le donne di bassa condizione. Orribile spettacolo per i cittadini era il veder condurre alle porte le loro spose, darle in mano de' nemici, e chiudere le porte dietro di loro. Quelle che non avevano tra gli assedianti parenti, conoscenti o uomini generosi che prendessero le loro difese, venivano esposte agli estremi insulti; quelle sopra tutto infelicissime erano che cadevano in mano agli emigrati neri di Pistoja![226]
(1306) Tosto che il cardinale di Prato giunse alla corte di Clemente V, lo richiese d'interporre i suoi buoni ufficj in favore degli assediati Pistojesi, tra i quali il cardinale aveva varj parenti; onde Clemente mandò ordine al duca Roberto ed ai Fiorentini di ritirarsi dall'assedio di Pistoja. Il duca ubbidì, ma i Fiorentini tennero fermo, e nominarono loro capitano Cante de' Gabrielli d'Agobbio, uomo senza pietà, quello stesso che aveva pronunciata sentenza di condanna contro Dante e contro i Bianchi esiliati da Firenze.
I governatori di Pistoja non lasciavano trapelare il segreto intorno allo stato delle vittovaglie, e continuavano a distribuire parchi, ma sufficienti viveri, onde mantenere i soldati abbastanza vigorosi per combattere. Avevano determinato, giunti che fossero alla fine delle loro provvisioni, di annunciarlo al popolo, e di fare in allora una sortita generale, nella quale o venderebbero ad altissimo prezzo le loro vite, o fors'anco colla forza che dà la disperazione, otterrebbero di rompere i nemici. Frattanto il papa, informato che i Fiorentini non avevano fatto verun conto de' suoi ordini, mandò, dietro le preghiere dei Pistojesi, il cardinale Napoleone degli Orsini in qualità di suo legato e di pacificatore della Toscana.
I Fiorentini, avutone sentore, cercarono di prevenirne l'arrivo; e sopra tutto volendo impedire che Bologna, dominata dai Bianchi, non si armasse in favore di Pistoja, mandarono ambasciatori, sotto pretesto di lagnarsi dell'assistenza che i Bolognesi davano ai loro nemici, ma in effetto per cercare di sollevare contro i Ghibellini, che avevano in mano il governo, il popolo che per antica abitudine era affezionato alla parte guelfa. Il cinque febbrajo riuscirono ad eccitare una prima sedizione che poi terminò con danno dei Guelfi; ma non perdettero coraggio. Si fece supporre al popolo che la città si fosse alleata coi Ghibellini di Lombardia, ed il popolo si riscaldò: il conte Tordino di Panico si pose alla sua testa, e, dopo un combattimento intorno al palazzo, furono esiliati tutti i Lambertazzi, atterrate le loro case, ed i Bianchi di Firenze, rifugiatisi in Bologna, costretti a cercarsi un altro asilo[227].