Il cardinale degli Orsini o trovavasi in Bologna quando scoppiò la rivoluzione, o vi giunse poco dopo, a stento si sottrasse agl'insulti della plebe ch'erasi accorta della sua predilezione per i Ghibellini e per i Bianchi, e dovette ritirarsi precipitosamente ad Imola. Ma il cardinale, partendo, scomunicò Bologna, la privò della sua università, e colla bolla che pubblicò, fece che tutti i professori e gli scolari l'abbandonassero per recarsi a Padova[228].
Nello stesso tempo i Fiorentini fecero entrare in Pistoja un monaco, incaricato d'offrire onorevoli condizioni agli assediati. Prometteva che la città rimarrebbe libera, che non sarebbero distrutte nè le mura nè le case, che le persone ed i beni sarebbero protetti, e che i castelli del territorio pistojese non ne sarebbero staccati. I Pistojesi non potevano protrarre le negoziazioni; i viveri erano terminati, e l'indomani era il giorno destinato per l'ultima sortita. Accettarono le offerte condizioni, e Pistoja venne ceduta alle armi fiorentine e lucchesi il 10 aprile del 1306 dopo un assedio di dieci mesi e mezzo[229].
Ma la convenuta capitolazione fu dai vincitori sfrontatamente violata, perciocchè i Fiorentini ed i Lucchesi si divisero tra di loro il territorio di Pistoja, e non lasciarono a questa città altro distretto fuorchè un miglio di raggio intorno alle sue mura; si riservarono l'elezione dei rettori, eleggendo alternativamente i due popoli, uno il podestà, l'altro il capitano del popolo; fecero colmare le fosse, demolire le mura, atterrare le torri dei Ghibellini, ed il tutto a spese del comune di Pistoja; finalmente ridussero alla disperazione gli sventurati Pistojesi, e fecero amaramente piangere sulla loro vittoria quegli stessi emigrati che avevano avuta la follia d'invocare le armi straniere per rientrare nella loro patria.
Vedendo il cardinale degli Orsini d'essere giunto troppo tardi per soccorrere Pistoja, pensò di vendicarla. A tale oggetto adunò in Arezzo, ov'erasi portato del 1307, mille settecento cavalli ed un ragguardevole corpo d'infanteria; ma egli non seppe approfittarne, nè distruggere l'armata fiorentina in un momento in cui, presa da timor panico, erasi da se medesima posta in fuga; di modo che avendo a poco a poco perduto il credito, fu costretto di abbandonare la Toscana. Lasciò nuovamente Firenze sotto l'interdetto, e rinnovò contro questa città la scomunica del cardinale di Prato; dopo di che tornò in Francia presso il papa, che allora trovavasi in grandissimo bisogno dell'assistenza di tutti i cardinali.
L'implacabile Filippo il bello perseguitava ancora la memoria di Bonifacio ch'egli aveva fatto morire disperato: voleva che il papa, con iscandalo gravissimo di tutta la cristianità, condannasse la memoria del suo predecessore; voleva che il pontefice l'ajutasse in pari tempo a far cadere tutte le sue vendette sopra un ordine di cavalieri religiosi, che, soli del clero francese, avevano anteposta l'autorità della chiesa a quella del re, ed avevano osato di rimanere dubbiosi se dovessero prestarsi alle sue volontà. Questi cavalieri avevano inoltre inasprito il monarca, manifestando il loro malcontento per le frequenti alterazioni e falsificazioni delle monete che ruinavano il popolo.
Clemente V non poteva accordare al re di Francia la prima domanda, non potendo condannare la memoria di Bonifacio per delitto d'eresia, nè far diseppellire le sue ossa per abbruciarle senza esasperare tutta la cristianità. Bonifacio erasi forse reso colpevole di molti delitti, ma la sua dottrina era sempre stata conforme a quella della Chiesa, facendone fede il sesto libro delle decretali da lui compilato. Inoltre un tale giudizio contro il capo della religione, quand'anche fosse giusto, era fatto per iscuotere la religione medesima: l'autorità di Clemente, dopo la condanna del suo predecessore, sarebbesi trovata in difetto nella sua sorgente medesima, perchè molti de' cardinali che lo avevano eletto, erano creature di Bonifacio: se questi era eretico, la loro nomina e l'elezione di Benedetto XI e di Clemente V erano nulle; e Clemente che cessava d'essere papa, più non aveva il diritto di condannare il suo predecessore. Tali furono le ragioni che il cardinale di Prato produsse innanzi al re, quando questi instava caldamente perchè il papa pronunciasse la sentenza, e che gli dichiarò ch'era la sesta delle sue promesse, quella di cui erasi riservato il segreto fino all'istante del suo compimento. Il cardinale, per accontentare Filippo, offrì di rimettere questo giudizio ad un concilio generale, il qual solo avea l'autorità di condannare il capo della chiesa[230].
Supponevasi che coloro che avevano ajutato Filippo nell'insulto fatto a Bonifacio, fossero quelli che instavano per abolirne la memoria. Clemente per appagarli, con una bolla delle calende di giugno del 1307, accordava piena ed intera assoluzione al re, al suo regno, ai suoi agenti, ed a tutti coloro che in qualunque modo potessero essere compresi nelle censure ecclesiastiche. Quest'assoluzione fu accordata a tutti senza condizione, tranne Guglielmo di Nogareto e Reginaldo Supino, ai quali il papa impose per penitenza una spedizione in Terra santa[231]. Nel susseguente anno pubblicò le lettere di convocazione del concilio ecumenico, che doveva adunarsi in Vienna del Delfinato il primo ottobre del 1310.
La proscrizione dell'ordine de' Templari, altra domanda di Filippo, pareva che non gli stasse meno a cuore che la condanna di Bonifacio; e Clemente V per una vile e crudele politica sacrificò un ordine che tanto onorava la cristianità, ed espose tanti illustri cavalieri ai più orribili supplizj, per salvare, non la memoria d'un morto, ma la sua propria autorità compromessa dalla procedura che gli si voleva forzatamente far intentare.
L'ordine de' Templari era stato fondato verso il 1128 da nove cavalieri francesi del numero di coloro che avevano accompagnato Goffredo Buglione[232]. Sebbene aperto a tutta la cristianità, il numero de' cavalieri francesi era maggiore di quello de' cavalieri di tutte le altre nazioni complessivamente presi; quasi tutti i grandi maestri erano stati francesi, ed in molte lingue erasi conservato ai cavalieri il loro nome francese, frères du temple φρεριοι τȣ τεμπλȣ[233], frieri del tempio senza tradurlo. Nel corso de' cento ottant'anni, che l'ordine aveva esistito, era stato un modello di cristiane e cavalleresche virtù; e nel formolario francese del ricevimento de' cavalieri, venivano avvisati dell'immenso sagrifizio che stavano per fare alla religione. «Voi non conoscete, gli si diceva, i rigorosi precetti dell'ordine; ed è cosa dura che voi che siete indipendente, vi facciate servo di altri. Rare volte vi accaderà di fare quello che voi volete; imperciocchè quando desiderate di essere al di quà del mare, sarete mandato al di là ec.» Dopo aver ricevuto dal candidato le promesse di ubbidienza, di castità, di fedeltà; dopo avere avuto sul di lui conto le più circostanziate informazioni, quello che presiedeva al capitolo doveva finalmente riceverlo e dirgli: «Noi vi ponghiamo a parte di tutti i beneficj della casa, vi promettiamo pane e legna, la povera vittovaglia della casa, e pene e fatiche assai[234].» Di fatti specialmente a quest'epoca l'ordine trovavasi in assai basso stato; imperciocchè cacciato dai Turchi da quella Terra santa che aveva valorosamente difesa il suo grande maestro, il venerabile Giacomo di Molay, erasi ritirato in Cipro col fiore de' Templari, ed in quell'isola stava preparando cogli ospitalieri di san Giovanni la conquista dell'isola di Rodi, che poi gli ospitalieri eseguirono soli.