La prosperità, lungi dall'addolcire i tiranni, li rende d'ordinario suscettibili di più violenta irritazione quando incontrano la più leggera opposizione alla loro volontà; e non pertanto potrebbero ben gli uomini rimanere docilissimi sotto il despotismo, che non perciò cambieranno mai le leggi della natura, ed un tiranno in mezzo ai più costanti successi troverà ancora motivi d'impazienza. La guerra marittima, i diplomi civili, e, può darsi ancora, l'irregolarità delle stagioni, avevano accresciuto il prezzo de' grani e non erano facili a trovarsi: lagnavasene il popolo, ed accusava il conte dei cari prezzi delle derrate. Tale era intanto la violenza degl'impeti di collera d'Ugolino, che niuno osava fargli note le lagnanze del popolo, ed avvisarlo del pericolo cui potevano esporlo. Uno de' suoi nipoti incaricossi di così difficile incumbenza, e gli propose di sospendere il prezzo delle gabelle per minorare il prezzo de' viveri. Egualmente intollerante di rimproveri e di consigli, Ugolino, cavato il pugnale che teneva in seno, lo ferì in un braccio, ed avrebbe in quell'impeto di sdegno ucciso il nipote, se non gli fosse stato tolto dalle mani. Uno de' nipoti dell'arcivescovo, intimo amico del ferito giovane, nell'atto che gli fece scudo del suo corpo proruppe in rimproveri contro il conte, il quale, diventato furibondo, lanciò un'accetta, che gli venne tra le mani, sul capo del nipote dell'arcivescovo e lo stese morto ai piedi.
Ruggeri degli Ubaldini compresse il suo dolore e la sua collera finchè non si fu assicurato dell'ajuto di tutti i Ghibellini. Il primo di luglio essendosi adunato il consiglio nella chiesa di san Bastiano per deliberare intorno alla pace coi Genovesi, si separò senza aver nulla conchiuso, perchè il conte non lasciava di frapporre ostacoli all'esecuzione del trattato, a fronte delle istanze che andavano facendo caldissime i Ghibellini. Nell'uscire di chiesa l'arcivescovo fu avvisato che Nino, detto il Brigata, radunava battelli per andare in traccia dei Guelfi ed introdurli nuovamente in città; perchè l'arcivescovo non frapponendo più dimora, fece gridare all'armi dai Ghibellini suoi partigiani, e suonare a stormo la campana del popolo. I Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi si fecero intorno all'arcivescovo Ruggeri con parte degli Orlandi, dei Ripafratta e delle altre famiglie ghibelline. Il conte Ugolino con due suoi figliuoli e due nipoti, gli Upezzinghi, i Gaetani ed i suoi satelliti difendevano la piazza e le vicinanze di san Bastiano e di san Sepolcro. Dopo lungo combattimento essendo caduto morto un suo bastardo, e sembrandogli i Ghibellini più forti, si chiuse nel palazzo del popolo, che continuò a difendere dal mezzogiorno fino a sera. Gli assedianti alla fine si determinarono di appiccargli il fuoco, e penetrandovi in mezzo alle fiamme, fecero prigioni il conte Ugolino, i suoi minori figli Gaddo ed Uguccione, Nino, detto il Brigata, figliuolo di Guelfo, suo figliuolo allora assente, ed Anselmuccio figliuolo anche esso d'un altro suo figliuolo detto Lotto, ch'era morto.
Sono questi i cinque personaggi, di cui Dante rese tanto celebre la deplorabile morte. Dopo averli chiusi nella torre de' Gualandi alle Sette Vie sulla Piazza degli Anziani, l'arcivescovo passati alcuni mesi fe' gettare in Arno le chiavi della prigione, e non permise che fosse loro recato alcun cibo. L'orrore del suo supplizio fece dimenticare i delitti gravissimi di Ugolino, ed il suo nome rimase quasi unico esempio nella storia di un tiranno che ispira pietà, e che viene punito dal suo popolo più severamente che non meritassero le sue colpe. Dante racconta d'aver veduto Ugolino nell'inferno fra i traditori della patria entro ad un eterno ghiaccio, dal quale gli usciva soltanto il capo, ed avanti a lui stava il capo dell'arcivescovo Ruggeri di cui rodeva il cranio con avidità pari alla fame sofferta. Ugolino, interrogato da Dante, fa il patetico racconto delle terribili angosce patite negli ultimi suoi giorni dall'istante in cui aveva udito chiudersi l'orribile torre fino al nuovo giorno in cui perì di fame[21].
Per non interrompere la storia delle rivoluzioni pisane, abbiamo lungo tempo omesso di parlare delle cose di Napoli e di Sicilia che ne' medesimi anni provarono grandi rivoluzioni. I due re rivali, Carlo d'Angiò e Pietro d'Arragona, eransi obbligati, come l'abbiamo detto, a trovarsi il 15 maggio del 1283 a Bordeaux, cadauno accompagnato da cento cavalieri per decidere in campo chiuso la lite, e la validità de' loro diritti sul regno di Sicilia. Martino IV erasi opposto a questo combattimento giudiziario, che risguardava ad un tempo come impolitico e come irreligioso. Altronde Edovardo, re d'Inghilterra, che doveva guarentire il luogo della battaglia, vi si rifiutò, dichiarando in una sua lettera, tuttora esistente, che non darebbe per tale oggetto sicurezza in verun luogo de' suoi dominj, quand'anche dovesse con ciò guadagnare i due regni d'Arragona e di Sicilia[22]. Non per questo Carlo d'Angiò si preparò alla pugna con minore passione; ed il giorno prefisso, Filippo l'ardito, re di Francia, s'avanzò fino ad un giorno di cammino da Bordeaux con un magnifico seguito di signori ed un corpo di tre mila uomini d'armi, mentre Carlo entrò in città accompagnato dai cento cavalieri che dovevano combattere con lui. Allora il re d'Arragona dichiarò che il campo chiuso non era bastantemente guarentito, che non eravi per lui sufficiente sicurezza avanzandosi fino a Bordeaux, finchè l'armata del re francese trovavasi in tanta vicinanza, e che non mancherebbe di recarvisi tosto che Filippo farebbe ritirare le sue truppe. Aggiungono molti che vi andò in persona il 15 maggio per soddisfare al suo giuramento, e che travestito si presentò al siniscalco d'Inghilterra, dichiarando ch'egli non si vedeva in Bordeaux abbastanza sicuro, onde si teneva sciolto della sua promessa; dopo di che ripartì di galoppo facendo novanta miglia sulla strada d'Arragona senza prendere riposo[23].
Il divieto papale, l'assenza del re d'Inghilterra che doveva presiedere alla pugna, e la vicinanza dell'armata francese, erano certamente plausibili motivi per rifiutarsi d'entrare in campo chiuso; ma pare che Pietro fosse contento di avere trovati questi pretesti per non procedere ad un combattimento, i di cui apparecchi gli avevavo fatto guadagnare il tempo che gli abbisognava. Prima che giugnesse il giorno del combattimento, il papa per non pregiudicarsi, lasciando alla decisione delle armi una causa che credeva devoluta al suo tribunale, pronunciò in data del 15 marzo una sentenza di deposizione contro Pietro d'Arragona; dichiarando che non solamente Pietro d'Arragona non aveva alcun diritto sul regno di Sicilia, ma che in pena dell'averlo occupato con frode e in disprezzo della protezione della Chiesa e delle proprie obbligazioni verso san Pietro, di cui era vassallo, veniva privato del suo regno ereditario d'Arragona, ed i suoi stati abbandonati al primo che gli occupasse. In appresso quando Martino IV ebbe avviso che Pietro aveva mancato al combattimento, e che i re di Francia e di Napoli, risguardandosi come beffati da lui, erano fieramente sdegnati, confermò la sua sentenza di deposizione, ed investì del regno d'Arragona Carlo di Valois secondo figlio del re Filippo[24].
Tutte le indulgenze della Chiesa, e tutti i suoi favori furono promessi a coloro che ajuterebbero la casa di Francia nella conquista di questo nuovo regno; e si giunse perfino a predicare una crociata in favore di Carlo di Valois. Ma perchè i principi francesi avevano più a cuore la Sicilia che l'Arragona, il re Carlo nel presente anno non si occupò che degli apparecchi necessarj per far l'impresa di quell'isola; e nel mese di maggio del 1284 partì dai porti di Provenza alla volta di Napoli con cinquantacinque galere armate e tre grosse navi cariche di truppe.
Ruggeri di Loria, grande ammiraglio di Sicilia, avendo avviso della vicina venuta di Carlo, si recò in faccia a Napoli con quarantacinque galere, dopo avere corse le coste del principato per provocare alla battaglia Carlo detto lo Zoppo, principe di Salerno, e figliuolo del re, che governava il regno in assenza del padre. Questo principe non sostenne gli oltraggi de' Siciliani e de' Catalani che accusavano i Francesi di codardia; fece mettere alla vela venticinque galere che teneva nel porto, e andatovi a bordo con tutti i suoi cavalieri francesi e provenzali, si fece incontro all'ammiraglio siciliano, malgrado il comando espresso del padre che gli vietava di combattere. In fatti egli era troppo debole da cimentarsi con quell'ammiraglio, il più esperto e fortunato del suo secolo; i suoi soldati erano similmente in numero e in zelo minori di quelli del Loria, e meno avvezzi al mare: perciò dopo il primo attacco, fuggirono le galere di Sorrento e del principato, facendo forza di remi. Furono dalla flotta siciliana prese otto navi francesi sulle quali trovavasi lo stesso principe con tutti i suoi più ricchi baroni.
Accadde che, mentre Ruggeri di Loria manovrava in parata, dopo così glorioso fatto, innanzi al porto di Napoli, credendo gli abitanti di Sorrento che quella battaglia deciderebbe della sorte della casa Angioina, spedirono deputati all'ammiraglio per complimentarlo ed offrirgli frutta e denaro. I deputati, saliti sulla nave dell'ammiraglio, e veduto il principe Carlo riccamente vestito in mezzo a' suoi baroni, credettero che fosse Ruggeri di Loria, onde prostrati innanzi a lui gli offrirono i fichi e le duecento monete d'oro che avevano portato, e gli dissero: «Messere l'ammiraglio, aggradisci dal comune di Sorrento queste frutta e queste monete, e sappi che noi fummo i primi a dare a' tuoi nemici il segno della fuga. Piacesse a Dio, che come prendesti il figliuolo, così avessi tu preso anche il padre.» Carlo, quantunque afflitto da tanta sciagura, non potè trattenersi di ridere dell'equivoco: «Per Dio, gridò, guarda sudditi fedeli a monsignore il re[25]!»
Carlo d'Angiò si sforzò di non mostrarsi abbattuto dall'avviso di questa disfatta, che ricevè quasi subito, trovandosi la sua flotta innanzi a Gaeta il giorno dopo la battaglia: ma si vendicò del poco affetto che gli aveano mostrato i Napoletani, facendone appiccare più di centocinquanta; colla quale crudele esecuzione pretendeva d'aver fatto grazia a Napoli, che a suo credere meritava d'essere distrutta. Fissò per luogo di unione delle sue tre flotte di Provenza, di Salerno e di Puglia, Concione in Calabria; ed egli andò per terra a Brindisi per affrettare l'armamento dell'ultima.
Frattanto il papa, sulla domanda del re Carlo, aveva spediti due cardinali in Sicilia per conferire coi ribelli, e liberare se era possibile l'unico suo figliuolo, loro prigioniero. Carlo sotto il peso delle traversie, che da due anni lo perseguitavano incessantemente, aveva alquanto perduto di quel fermo ed intrepido carattere che aveva sempre mostrato, e di quella confidenza nella propria fortuna, cui più che a tutt'altro era debitore delle altre sue qualità. Quantunque avesse sotto i suoi ordini una flotta di centodieci vascelli, si lasciò aggirare dai negoziati de' Siciliani, e passò l'estate senza far nulla. La mancanza di vittovaglie e l'avvicinarsi dell'equinozio l'obbligarono a tornare a Brindisi. Nell'inverno andò in Puglia, ammassando danaro, vittovaglie ed uomini, per rinnovare in primavera la guerra con maggior vigore; ma un amaro presentimento della sua rapida decadenza e del trionfo di nemici che aveva prima disprezzati, lo rodevano internamente. Lo sforzo che egli faceva per comprimere il suo dolore ed il suo scoraggiamento, guastavano la sua salute; sicchè cadde finalmente infermo a Foggia. Le ultime sue parole furono dirette all'ostia sacra nell'atto di ricevere la comunione nel suo letto della morte. «Signore Iddio, diss'egli, io credo veramente che tu sei il mio salvatore, onde ti prego ad aver pietà della mia anima. E così com'io feci la conquista della Sicilia più per servire alla santa Chiesa, che pel mio interesse, o per altra cupidigia, tu perdonami i miei peccati[26].» Morì poco dopo il giorno 7 di gennajo del 1285 in età di sessantacinque anni, dopo averne regnato diecinove in Napoli. Malgrado la testimonianza che rendeva a sè medesimo negli ultimi istanti di vita, non possiamo facilmente credere che un uomo tanto ambizioso e crudele non avesse altro scopo nelle ingiuste conquiste che costarono tanto sangue, che la gloria di Dio.