La sua morte precedette di poco quella de' principali monarchi, che come suoi amici, o rivali, avevano con lui travagliata l'Europa. Filippo V l'ardito, dopo una rovinosa campagna in Arragona, morì a Perpignano il 6 ottobre dello stesso anno; Pietro d'Arragona cessò di vivere a Barcellona l'otto di novembre per le ferite avute nella stessa campagna; e Martino IV, fedele creatura e cieco strumento di Carlo, era morto il 25 marzo dello stesso anno a Perugia.
Il principe di Salerno, erede del regno, trovavasi prigioniero degli Arragonesi, che dalla Sicilia lo avevano trasportato in Catalogna; sicchè fu il suo figlio primogenito, allora in età di soli dodici in tredici anni, che prese possesso del regno sotto la direzione di Roberto conte d'Artois, suo cugino, e d'un consiglio di baroni francesi. In tale occasione papa Onorio IV, successore di Martino, pubblicò una bolla intorno al governo del regno e per riformare gli abusi che vi si erano introdotti[27]. D'altra parte don Giacomo, il secondo figliuolo di Pietro d'Arragona, fu incoronato re di Sicilia, mentre il fratello maggiore ereditava gli stati paterni nelle Spagne: e la lotta del mezzo giorno d'Italia che aveva cominciato a guisa d'una guerra di giganti, si prolungò molti anni fra deboli principi, i di cui fatti più non meritano l'attenzione dell'Europa.
La debolezza della casa d'Angiò agevolò alla repubblica fiorentina i mezzi d'impadronirsi dell'amministrazione della parte guelfa fin allora diretta dal re di Napoli, e di chiamare a sè i negoziati di tutta la fazione. Ma la repubblica fiorentina in tempo che acquistava tanta influenza sulle altre province d'Italia, non era meno delle repubbliche sue rivali travagliata da intestine discordie. Lo zelo che i Fiorentini mostrarono in favore della loro patria, cui, sacrificando vita ed averi, innalzarono ad un grado di potenza assai superiore alle loro ricchezze ed alla popolazione, era un risultamento del loro amore di libertà, di quella sediziosa democrazia che, solleticando l'amor proprio e le passioni d'ogni classe di persone, le rendeva tutte energiche e valorose.
L'anno 1282 fu quello in cui i Fiorentini fissarono quella forma di governo che poi mantennero fino alla caduta della repubblica, e della quale sussistono anche al presente alcune istituzioni. Io intendo parlare dei priori delle arti e della libertà, il cui collegio ebbe il nome di Signoria. Il governo di Firenze, dopo che il cardinal Latino vi potè stabilire la pace interna, venne affidato a quattordici savj, otto guelfi e sei ghibellini. Da questa forma di reggimento, il di cui potere esecutivo era affidato ad un consiglio troppo numeroso per agire di perfetto accordo, ad un consiglio che fino dalla sua istituzione medesima aveva in sè gli elementi della discordia e dove regnava lo spirito di parte, pareva derivarne danno allo stato: inoltre la gelosia della plebe verso i grandi riusciva pure pregiudicevole a questo collegio, ove trovavansi molti gentiluomini; e perciò si andava dicendo che d'una repubblica mercantile dovevano averne l'amministrazione i soli mercanti. Quindi i Fiorentini verso la metà di giugno del 1282 istituirono una nuova magistratura affatto democratica, i di cui membri ebbero il titolo di priori delle arti, per indicare che l'assemblea de' primi cittadini d'ogni mestiere rappresentava tutta la repubblica. Nella prima elezione non furono ammessi tutti i mestieri indistintamente alla prerogativa di dare i capi allo stato. La prima volta ebbero quest'onore tre sole arti, risguardate come le più nobili; ma nella seconda elezione (cioè due soli mesi dopo, perchè l'elezioni dovevano rinnovarsi tutti i due mesi) si raddoppiò il numero de' priori, onde ognuna delle sei arti maggiori, a cadauna delle quali corrispondeva un quartiere della città, avesse il suo priore. L'arte dei giudici e de' notaj, che per altri rispetti aveva parte nel governo, fu la sola non chiamata a dare priori alla repubblica.
Tutto il potere esecutivo e la rappresentanza dello stato fu data a sei priori. Per tenerli uniti ed accrescerne la vicendevole benevolenza, furono chiamati a vivere insieme, spesati dal pubblico ed alloggiati nel suo palazzo. Finchè rimanevano in carica non si permetteva loro d'uscire di palazzo, diventato ad un tempo carcere pei priori e fortezza per lo stato[28]. Ma o sia affinchè questa vita interamente pubblica non tenesse troppo tempo lontani i mercanti dai loro affari, sia perchè non avessero tempo di maturare ambiziosi progetti e di aspirare alla tirannide, o perchè si facesse luogo ad un maggior numero d'aspiranti, la durata d'ogni signoria fu fissata a due mesi, dopo i quali, coloro che uscivano di carica, non potevano nè raffermarsi, nè rieleggersi se non passati due anni[29]; di modo che il governo rinnovavasi tutt'intero sei volte all'anno nella repubblica fiorentina, ed in tutte le altre che tosto ne adottarono la costituzione.
I priori uniti ai capi ed ai consigli di tutte le arti maggiori e ad un determinato numero d'aggiunti che sceglievano essi medesimi in tutti i quartieri della città, eleggevano i nuovi priori. Questo consiglio d'elezione nominava a squittinio segreto ed a pluralità di suffragi. In seguito si fecero eleggere da una commissione, o balìa, tutti gl'individui che dovevano successivamente per tre o per cinque anni esercitare il priorato, facendone dipendere l'ordine dalla sorte. Siccome molti gentiluomini erano mercanti, e facevano parte delle arti e mestieri, non furono a principio esclusi dalla signoria; ma un governo di mercanti, lo spirito di corpo e la gelosia di quest'ordine di cittadini doveva provocare, e provocò ben tosto l'esclusione assoluta di tutti i gentiluomini dalle cariche del governo.
L'anno susseguente i Sienesi, imitando i Fiorentini, abolirono il consiglio de' quindici magistrati che governava la loro città, e vi sostituirono la nuova signoria, che chiamarono i nove governatori e difensori della comunità e del popolo di Siena, o più brevemente, i nove. Come i priori di Firenze, furono ancor essi uniti nello stesso palazzo, e nudriti alla medesima mensa, fissata la durata delle loro funzioni a due mesi, e scelti nell'ordine de' mercanti, essendone assolutamente esclusi i nobili. Questo modo di limitare la scelta ad una sola condizione, che pure non era la principale dello stato, diede origine ad una nuova oligarchia, ad una oligarchia plebea, che in Siena chiamossi l'ordine dei nove, perchè i mercanti che si erano appropriato il governo, escludendone i nobili ed il popolo, formarono in seguito un registro dei nomi delle famiglie che stimavano ammissibili all'elezione dei nove difensori. Gl'iscritti su questo registro formarono a Siena una casta particolare non meno orgogliosa della nobiltà, non meno ambiziosa, non meno avida del potere esclusivo, e perciò non meno di quella esposta alla gelosia del popolo e spesso alle sue persecuzioni[30].
La gelosia del popolo verso la nobiltà aveva fatta nascere anche in Arezzo una somigliante rivoluzione; ma perchè questa città era meno popolata, ed i nobili proporzionatamente più forti e protetti dal vescovo Guglielmo degli Ubertini, del 1287 fecero nascere una controrivoluzione, la quale, rimettendo nelle loro mani tutto il governo, li consigliò a dichiararsi pel partito ghibellino che in tale epoca era oppresso in tutta la Toscana. I gentiluomini ed i Ghibellini perseguitati rifugiaronsi in Arezzo; perchè i Fiorentini, i Sienesi e tutta la lega guelfa, vedendo innalzarsi in tanta vicinanza lo stendardo dell'aristocrazia e del partito ghibellino, dichiararono la guerra a quella città[31].
Del 1288, poco dopo quella d'Arezzo, scoppiò la rivoluzione di Pisa, della quale si è detto di sopra in questo capitolo: il conte Ugolino fu gettato in prigione, e la repubblica dichiarossi pel partito ghibellino, cui il popolo aveva in ogni tempo segretamente aderito. E per tal modo due prelati, Ruggeri degli Ubaldini arcivescovo di Pisa, e Guglielmo degli Ubertini vescovo d'Arezzo, trassero di concerto nel medesimo tempo le due città alle spirituali loro cure affidate nella fazione opposta alla Chiesa. Per altro i Pisani, per essere più in istato di sostenere la guerra loro dichiarata dalla lega toscana, chiamarono il conte Guido di Montefeltro, e lo nominarono loro capitano. Aveva costui acquistata opinione di valoroso guerriero nella difesa di Forlì contro il conte d'Appia, ma in appresso era stato obbligato a pacificarsi colla Chiesa, ed a ritirarsi in Piemonte nella città d'Asti assegnatagli come luogo del suo esilio.