Nel 1289 la fortuna non mostrossi egualmente favorevole alle due città ghibelline nella guerra ch'ebbero a sostenere contro la lega toscana: gli Aretini, dopo essere rimasti vittoriosi dei Sienesi, furon rotti dai Fiorentini a Certomondo presso di Campaldino nel Casentino il giorno 11 giugno del 1289, perdendo due mila quattrocento quaranta uomini tra morti e prigionieri. Contavasi tra i primi il vescovo Guglielmo degli Ubertini, il fiore della nobiltà aretina, ed i principali ghibellini emigrati da Firenze. Ma coloro che salvaronsi dalla strage, essendo entrati in Arezzo, posero la città in tale stato di difesa, che l'armata combinata di Firenze e di Siena non potè impadronirsene[32].

Intanto i Pisani condotti dal bravo conte di Montefeltro, malgrado l'infinita superiorità de' nemici, tra i quali contavansi pure il giudice di Gallura, i partigiani del conte Ugolino e tutti i Guelfi fuorusciti di Pisa; e malgrado che i Genovesi ritenessero undici mila valorosi pisani nelle loro prigioni, trattarono la guerra quasi sempre con prospero successo, ricuperando per sorpresa o di viva forza quasi tutte le castella del loro territorio[33]. Il conte ch'era stato ad un tempo nominato podestà e generale delle armate per tre anni col soldo di dieci mila fiorini all'anno e con obbligo di seco condurre cinquanta uomini d'armi e trenta scudieri, incominciò dal cambiare l'armatura dell'infanteria; indi formò un corpo di tre mila balestrieri, che diligentemente addestrò all'armi per lo spazio di due mesi; talchè quei pedoni, risguardati fin allora come truppe di niun conto, diventarono formidabili alla stessa cavalleria, e sotto alla sua condotta ebbero fama d'essere i migliori balestrai di Toscana[34]. In appresso pose su tutti i cittadini un'imposta di guerra per assoldare in comune un corpo di cavalleria; e mantenendo viva corrispondenza con quasi tutte le castella del vicinato, colla rapidità delle sue manovre, e coi suoi prosperi successi, impose in modo alla lega toscana de' Guelfi, che l'anno 1293 dovette accordare alla repubblica pisana onorevole pace. I Fiorentini ottennero franchigia da ogni gabella nel porto di Pisa; i Guelfi furono rimessi in possesso de' loro beni, e, tranne poche castella lasciate ai Lucchesi, la repubblica di Pisa ricuperò i suoi antichi confini[35].

Per altro la pace dai Fiorentini accordata ai Pisani non dovevasi alle sole armi del conte Guido di Montefeltro, ma ancora alle interne turbolenze della città di Firenze. Le antiche famiglie guelfe dopo lo stabilimento dei priori delle arti e della libertà, non eransi mai riunite per ricuperare quella influenza sul governo, di cui erano state spogliate; anzi ogni casa nobile era in guerra con altra egualmente nobile, e la città sempre turbata dai reciproci insulti e dai privati loro combattimenti[36]. Queste dissensioni facevano perdere ai gentiluomini ogni influenza nel governo della loro patria, ed il popolo non aveva motivo di nutrire gelosia verso un ordine che aveva così poca politica; ma se la nobiltà non dava al governo coll'inconseguenza delle sue intraprese ragionevole motivo di gelosia, non lasciava di provocare la collera del governo e dei cittadini con passaggere violenze, e coll'abituale disprezzo dell'ordine e delle leggi. Ogni famiglia nobile avrebbe creduto d'avvilirsi assoggettandosi ai tribunali; e se alcun suo individuo veniva arrestato dal capitano del popolo o tratto in giudizio, tentava di liberarlo a mano armata, senza curarsi di sapere qual delitto avesse commesso. Non eranvi più trasgressioni personali, perchè un'intera famiglia s'associava sempre al delitto ed agli sforzi del colpevole per sottrarsi al castigo. Il governo sentivasi troppo debole per lottare contro questi potenti avversarj, onde tutte le violenze usate dalla nobiltà alla plebe rimanevano sempre impunite. Finalmente il popolo, irritato da tanti insulti privati della nobiltà, si dispose di volerla in tutto reprimere con tali severissime leggi, che, fino a quest'epoca, in veruna repubblica, non era stato assoggettato a così tirannico ed arbitrario trattamento il primo ordine dello stato.

Era in Firenze un gentiluomo chiamato Giano della Bella, il quale, comechè discendesse da una delle più nobili famiglie toscane, o per non avere una fortuna proporzionata alla sua ambizione, o perchè i disordini di cui la nobiltà si rendeva colpevole gli avessero ispirato avversione, rinunciò ai privilegi de' suoi natali per associarsi al popolo contro la sua casta[37]. Essendo Giano uno de' priori delle arti, approfittò dell'opportunità d'un'assemblea del popolo, o parlamento, per arringare sulla pubblica piazza i suoi concittadini[38]. Domandò loro in nome della libertà di voler mettere fine all'insubordinata insolenza dei nobili ed agl'insulti cui erano i plebei continuamente esposti. Accusò i nobili di esercitare l'assassinio a mano armata, di strappare i querelanti davanti ai tribunali, di allontanarne a forza i testimoni, d'incutere timore agli stessi giudici e di sospendere o distruggere le leggi. Domandò altamente che la podestà pubblica si rendesse superiore alle forze private che osavano di starle a fronte; che si punissero l'intere famiglie, poichè queste non volevano abbandonare gl'individui alla correzione dei tribunali; che si rendesse la signoria più forte, chiamando il poter militare in soccorso dell'autorità civile; e che si organizzassero in modo le guardie borghesi da non abbandonare giammai il palazzo de' priori delle arti e della libertà[39].

Il popolo in conseguenza di questo discorso nominò una commissione per riformare gli statuti della repubblica e reprimere colle leggi l'insolenza de' nobili. Una famosa ordinanza, conosciuta sotto il nome di Ordinamenti della Giustizia, fu l'opera di questa commissione[40]. Per la conservazione della libertà e della giustizia sanzionò la più tirannica ed ingiusta giurisprudenza. Trentasette famiglie delle più nobili e più rispettabili di Firenze furono per sempre escluse dal priorato, senza che loro potess'essere in avvenire permesso di ricuperare i diritti della cittadinanza, facendosi inscrivere sulla matricola di alcun corpo di mestiere, o esercitando qualunque professione[41]. Questa esclusione appoggiavasi al favore che i nobili, dicevasi, accordavano sempre agli altri nobili; si accusavano di avere inceppate le operazioni della signoria, la quale non fece mai verun atto vigoroso qualunque volta qualche gentiluomo sedette coi priori. Si autorizzò inoltre la signoria ad aggiugnere nuovi nomi d'esclusione qualunque volta alcun'altra famiglia, seguendo le orme della nobiltà, meritasse d'essere egualmente punita[42]. I membri di queste trentasette famiglie furono additati anche nelle leggi col nome di grandi e di magnati; e per la prima volta videsi un titolo d'onore convertito non solamente in un peso oneroso, ma in castigo. Fu dalla medesima ordinanza stabilito che quando un grande si farebbe reo di qualche delitto, la voce pubblica attestata da due probe persone, sarebbe pel tribunale sufficiente prova a convincere e condannare il prevenuto, poichè fin allora la violenza de' gentiluomini aveva allontanati i querelanti dal palazzo della giustizia e costretti a tacere i testimonj. Per ultimo i complici di coloro che turbassero l'ordine pubblico, si associavano nelle pene ai principali colpevoli[43].

Per eseguire questa nuova giurisprudenza si divisero i borghesi in venti compagnie, ognuna di cinquant'uomini e indi a poco di duecento; e fu assegnata ad ogni compagnia la sua piazza d'armi e la sua bandiera. Furono poi tutte assoggettate ad un nuovo ufficiale, chiamato confaloniere o porta bandiera della giustizia[44]. Il confaloniere era un ufficiale civile e non militare, il quale non ispiegava la bandiera in guerra contro i nemici dello stato, ma soltanto nelle spedizioni, per riunire sotto le insegne nazionali gli amici dell'ordine e della libertà. Quando appendeva alle finestre del palazzo pubblico, in cui abitava coi priori, il confalone della giustizia, i capi d'ogni compagnia dovevano adunare i loro uomini e raggiugnerlo. Allora usciva dal palazzo alla testa di questa milizia nazionale, attaccava i sediziosi e puniva i colpevoli.

Il primo confaloniere fu nominato dai priori, e perciò rimase loro subordinato; ma l'importanza delle sue funzioni lo fece ben tosto risguardare da prima come loro eguale, poscia come superiore, come il capo della repubblica ed il rappresentante della sua maestà. Eletto collo stesso metodo dei priori, per rimanere in carica soltanto due mesi come i primi, ed alloggiato insieme nel palazzo pubblico, mise a numero il collegio della signoria. Non dobbiamo veramente giudicare dai titoli dell'eccellenza d'un governo; ma pure non può non riconoscersi un certo che di nobile nella scelta di quelli adoperati dalla repubblica fiorentina. La giustizia, la libertà, la bontà, tutte le virtù pubbliche erano chiamate colle arti al governo, e lo stato veniva amministrato dal confaloniere della giustizia, dai priori delle arti e della libertà e dal collegio de' buonomini.

L'uno de' primi confalonieri di Fiorenza, e ad un tempo il più elegante scrittore italiano del tredicesimo secolo, ispirò un profondo terrore ai gentiluomini eseguendo la più importante funzione della sua carica. Alla testa delle compagnie del popolo spianò le case dei Galigai[45] per aver uno di quella famiglia ucciso in Francia un cittadino fiorentino. Per altro i grandi si riebbero ben tosto dal concepito spavento, e trovarono il modo di porsi in sicuro dalla furia popolare, e sopra tutto di vendicarsi di Giano della Bella, che risguardavano quale disertore e traditore del suo ordine e del suo partito. Scoprirono che molti dei più riputati cittadini erano gelosi della sua influenza; che questi per isfogare il loro odio contro la nobiltà, erano di sentimento non poter eccepire lo stesso gentiluomo demagogo che aveva abbassati i suoi compagni; videro che il suo rango, di cui pareva averne fatto sacrificio, se gli accresceva riputazione presso la plebe, lo rendeva esoso in faccia ai capi della cittadinanza. Si avvicinarono a questi ultimi, e l'odio comune fu il cemento della loro unione.

Giano della Bella godeva troppa riputazione presso il popolo perchè potess'essere vantaggiosamente attaccato a forz'aperta, onde la proposizione fatta da Berto Trescobaldi di ucciderlo in una sommossa venne disapprovata come pericolosa. Si preferì piuttosto di approfittare dei difetti del suo spirito e delle qualità del suo carattere per alienargli i suoi partigiani. Giano era incapace di transigere tra il suo interesse e la severità de' suoi principj. Alcuni uomini, ch'egli credeva suoi amici, gli rappresentarono gli abusi introdottisi nell'ordine de' giudici e de' notaj, il modo con cui spaventavano il podestà ed i rettori, minacciandoli di un'estrema severità nel sindacato, di cui venivano incaricati quando i rettori uscivano d'ufficio, e le ingiuste grazie che con tal mezzo essi ottenevano da loro. Giano intraprese subito a reprimere colle leggi così perniciosi abusi, e con tale tentativo s'inimicò il potente e numeroso ordine de' giudici e de' notaj.

Quanto quest'ordine aveva di credito innanzi ai tribunali, altrettanto ne acquistava la corporazione de' macellai in tutte le sommosse: erano questi gente accostumata al sangue, che niente intimidiva e che nelle sedizioni era pronta sempre a pigliar le armi. Si stimolò Giano a rivedere gli statuti de' macellai ed a reprimere le frodi che commettevano; per tal modo egli si creò de' nemici ardenti e pericolosi in mezzo a quella plebe medesima che gli era così ben affetta. Siccome si andava sollecitandolo con nuove denuncie a farsi nuovi nemici, lo storico Dino Compagni, che aveva scoperte le perfide mire di coloro che lo consigliavano, ne fece parte a Giano, pregandolo di rinunciare per alcun tempo ad una pericolosa severità. «Pera piuttosto, rispose, la repubblica, ed io con lei, anzi che soffrire l'iniquità per un miserabile privato interesse, anzi che distruggere la vera libertà con vile tolleranza»[46].