I pericoli del partito dominante venivano renduti più gravi dalle turbolenze del rimanente dell'Italia, come vedremo nel seguente capitolo. Quest'anno la guerra era scoppiata tra Venezia e Genova, e queste repubbliche corsero pericolo di distruggersi vicendevolmente a Chiozza. Era morto in quest'anno in Pavia, il 4 di agosto, Galeazzo Visconti, e lasciava erede della sua parte della sovranità di Milano, e della metà della Lombardia suo figlio, Giovani Galeazzo, conte di Virtù, la di cui ambizione e simulato carattere prepararono ben tosto nuove guerre[245]. Finalmente il 29 novembre di questo medesimo anno l'imperatore Carlo IV morì a Praga dopo di avere dilatati da ogni banda i confini de' suoi stati ereditarj, mentre in pari tempo avea resa spregevole l'autorità imperiale. Portò seco, morendo, l'ammirazione entusiasta de' Boemi, mentre tutta la Germania malediva la sua debolezza e pusillanimità. Aveva ottenuto, prima di morire, di far innalzare suo figliuolo Wencislao alla dignità di re de' Romani[246].
Ma l'anno seguente 1379 vide il principio di una rivoluzione, che più da vicino interessava la repubblica fiorentina. Urbano VI aveva trovato in Giovanna di Napoli la sua più pericolosa nemica: aveva questa regina permesso che si elegesse ne' suoi stati l'antipapa Clemente VII, cui aveva promessi soccorsi ed accordato asilo, prima in Napoli, poscia a Gaeta; onde la guerra si era manifestata ai confini del regno tra i cristiani attaccati ai due rivali pontefici. Urbano VI, ch'era Napolitano, aveva molti partigiani tra quel popolo, sebbene fosse nemico della corte. Una sommossa in Napoli atterrì la regina, ed obbligò Clemente VII a lasciare l'Italia per salvarsi co' suoi cardinali in Avignone. Nel tempo medesimo la compagnia de' Bretoni, che trovavasi al soldo della regina e di Clemente, fu disfatta a Marino da Alberico, conte di Barbiano. Questo gentiluomo romagnuolo aveva formato, sotto il titolo di san Giorgio, una compagnia d'Italiani, colla quale aveva preso servigio sotto Urbano VI. La compagnia di san Giorgio doveva ben tosto servire d'esemplare a tutti gl'Italiani che abbracciavano la professione delle armi, formare i grandi generali del susseguente secolo, e rialzare l'onore della milizia italiana. I suoi primi successi resero audace Urbano VI, cui serviva, onde egli si lusingò di spingere più in là le sue vendette, e di precipitare dal trono la stessa regina.
Giovanna di Napoli non aveva figliuoli, ed il marito che aveva sposato in quarte nozze non portava pure il titolo di re. L'infante d'Arragona, suo terzo marito, non aveva pure avuto questo titolo, ed ella aveva dato per successore a questi, il 25 marzo del 1376, Ottone, duca di Brunswick, che da molto tempo soggiornava in Italia[247], ov'era tutore dei figliuoli del marchese di Monferrato. Il diritto di successione al regno di Napoli apparteneva a Carlo di Durazzo, figlio di quel Luigi che il re d'Ungheria aveva fatto morire nel 1348. Questo giovane duca era l'ultimo dei principi del sangue; imperciocchè tutta la posterità, altrevolte così numerosa, di Carlo d'Angiò, erasi spenta. Carlo di Durazzo era in oltre l'unico erede di Luigi re d'Ungheria, e questo vecchio monarca aveva presso di sè chiamato il suo successore per ammaestrarlo nell'arte della guerra[248]. In questa corte guerriera, ed in mezzo ad una nazione cavalleresca, erasi Carlo avvezzato a sprezzare il lusso e la mollezza di Napoli. Aveva in oltre adottato l'odio degli Ungari contro Giovanna, che loro sembrava lorda del sangue di Andrea suo primo consorte. Luigi d'Ungheria aveva perdonata la morte di suo fratello, ma non aveva dimenticato il delitto della regina; aveva abbracciato il partito d'Urbano, e risguardava quale nuovo delitto l'appoggio che Giovanna dava a Clemente, ed i suoi sforzi per dilatare lo scisma. Perciò Urbano VI cercava dì persuadere il re d'Ungheria e Carlo di Durazzo ad attaccare la regina, a spogliarla del trono, ed a prendere possesso d'un'eredità, cui questi principi avevano diritto. Questo negoziato fu continuato con attività mentre Carlo di Durazzo trovavasi nella Marca Trivigiana, ove comandava le truppe che il re d'Ungheria aveva mandato contro Venezia in tempo della guerra di Chiozza.
Non solo la repubblica fiorentina ebbe sentore di queste negoziazioni, ma seppe in oltre che molti emigrati fiorentini si andavano adunando presso Carlo di Durazzo, invitandolo ad attraversare la Toscana per passare nel regno. Lo assicuravano che il suo avvicinamento basterebbe per rivoluzionare la loro patria, e gli promettevano di ajutarlo potentemente, tostochè avessero ricuperata l'antica loro influenza. Altri emigrati si adunavano a Bologna presso Giannuzzo da Salerno, uno de' capitani di Carlo di Durazzo, e questi ultimi cagionavano maggiore inquietudine ai Fiorentini. La signoria spedì due ambasciatori al principe per affezionarselo, o per lo meno per ispiare gl'intrighi ne' quali cercavasi di ridurlo; ma questi ambasciatori, Tommaso Strozzi e Donato Barbadori, essendo di diverso partito, accrebbero colla contraddizione de' loro rapporti, quando furono di ritorno, l'inquietudine e diffidenza[249].
In novembre per altro fu scoperta una congiura formata dai Ciompi per occupare Figline ed altri castelli del territorio fiorentino. Molti uomini della minuta plebe furono in tale occasione puniti; ma gli artigiani domandavano caldamente che i giudici condannassero altresì gli aristocratici spossessati, i ricchi mercanti, dei quali era notissimo il malcontento, e che supponevansi avviluppati nelle svelate congiure[250].
Il 10 dicembre la signoria ebbe avviso che esisteva una nuova cospirazione, e Giovanni Acuto, sebbene non fosse allora al soldo della repubblica, promise di svelarne il segreto, contro una ricompensa di venti mila fiorini. Ma prima che si fosse conchiuso questo mercato, un conte Antonio Alberti svelò la medesima cospirazione per poche centinaja di scudi[251]. Dietro la sua deposizione vennero arrestati Pietro Albizzi, Filippo Strozzi, Giacomo Sacchetti, Donato Barbadori, Cipriano Mangioni, Giovanni Anselmi ed alcuni altri. Carlo Strozzi si salvò colla fuga dagli arcieri; Pietro Albizzi avrebbe potuto difendersi, se avesse accettate le offerte de' suoi amici adunati intorno a lui[252].
I prigionieri vennero tradotti innanzi ai rettori[253], che dopo averli esaminati, dichiararono, ciascheduno dal canto suo, di non trovare ragione per condannarli al supplicio. Non pertanto i consoli delle arti ed il popolo chiedevano ad alta voce giustizia. «Questa volta, dicevan essi, non acconsentiremo che si facciano morire de' poveri, e persone senza stato; i soli grandi ed i ricchi devono perire.» Benedetto Alberti dichiarò, che se prima di mezzogiorno i rettori non facevano giustizia, la farebbe il popolo direttamente[254]. Queste parole riscaldarono di più il popolaccio, che nominò quattro cittadini per assistere i rettori e forzarli a fare giustizia. Nello stesso tempo venne posta una guardia innanzi al loro palazzo ed avanti alle prigioni per impedire che i prigionieri fuggissero, o si facessero smarrire. Durante la notte i giudici proseguirono l'interrogatorio de' prevenuti, alcuni de' quali si compromisero assai essi medesimi colle loro risposte per dar luogo ad una motivata condanna.
La mattina il podestà fece giustiziare due degli accusati, ed il capitano di giustizia condannò egualmente Filippo Strozzi e Giovanni Anselmi. Ma quando si stava per tagliar loro il capo, le spaventevoli grida d'una donna riempirono gli assistenti di terrore. Gli spettatori, le guardie, gli arcieri stessi fuggirono, non dubitando che le truppe di Carlo di Durazzo non fossero entrate in città per liberare i prigionieri. Questi, rimasti soli nella piazza destinata alle esecuzioni, avrebbero potuto egualmente fuggire, tenendo dietro alla folla. Ma lo Strozzi risalendo con fierezza la scala del palazzo di giustizia ripetè due volte al suo giudice: «Dio voglia, capitano, che oggi tu abbia fatto il tuo dovere!» Frattanto il pubblico terrore fu ben tosto dissipato, ed i prigionieri, ricondotti sulla piazza, perdettero la testa[255].
Nell'istante del supplicio il popolo furibondo gridò gli altri, gli altri. Il capitano, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, che non aveva trovato nel loro interrogatorio motivo di supplicio, si volse verso gli assessori datigli dal popolo: «Andate, disse loro, voi altri, fateli morire; per me, che li reputo innocenti, non ordinerò io mai il loro supplicio.» Il popolo, ch'era armato, rispose con furibonde grida: «se non li fa morire noi taglieremo a pezzi e lui e loro, ed i loro parenti, uomini, donne, fanciulli, e brucieremo le loro case[256].»