Mentre durava ancora il fermento, Pietro degli Albizzi fece sentire ai suoi compagni d'infortunio che il furore del popolo, e l'abitudine che presa aveva ne' due ultimi anni di far spargere il sangue loro, non lasciavano veruna speranza di salute; che se si sottraevano ad una sentenza giudiziaria, verrebbero immancabilmente con tutti i loro parenti sbranati dal popolo[257]. Perciò i prigionieri fecero dire al capitano d'indicare egli medesimo ciò che dovevano rispondere per essere condannati, dichiarando di essere apparecchiati a confessare tutto quanto si volesse. Il capitano rispose con fermezza, ch'egli non volea già far loro confessare delitti che non avevano commessi; ch'egli per conto suo non aveva verun timore, e ch'essi pure non dovevano averne; ma che parlassero a seconda della loro coscienza, poichè il nuovo interrogatorio cui dovevano soggiacere, deciderebbe della loro vita o della loro morte. I prevenuti si accusarono allora d'avere avute corrispondenze coi nemici dello stato, e somministrarono al giudice sufficienti motivi di condanna.

Non pertanto il capitano comunicò ogni cosa ai priori prima di far eseguire la sentenza, chiedendo il loro parere; ma questi risposero di essere stranieri all'amministrazione della giustizia, e che non volevano prendervi parte. Gli assessori del capitano, approfittando contro di lui della confessione de' prigionieri e del vile abbandono della signoria, lo posero in istato di non potere rispondere ai clamori del popolaccio, ed il venerdì mattina, colla coscienza lacerata dal dolore e dal rimorso, mandò i prevenuti al supplicio. Tutti avanti da morire protestarono di essere innocenti. Donati Barbadori, colui che tanto coraggiosamente aveva sostenuti gl'interessi della sua patria nel concistoro di Gregorio XI, non trovavasi nelle prigioni del capitano del popolo, ma in quelle dell'esecutore. Fu condannato dopo gli altri, e morì nella stessa maniera[258].

Altri meno illustri accusati furono in appresso condotti al patibolo. Costoro, che probabilmente erano i soli cospiratori, lungi dal negare la loro trama, felicitavansi, morendo, che il loro supplicio non impedirebbe l'esecuzione de' loro progetti. Dichiararono di morire contenti per l'antico partito guelfo, e disposti a fare di nuovo ciò ch'erano accusati d'aver fatto[259].

Mentre il governo delle arti minori, per l'odio che portava ai nobili, agli antichi cittadini di parte guelfa, ed al minuto popolo, ricorreva per sostenersi a tali odiosi mezzi, e si macchiava del più puro sangue della nazione, gli esterni pericoli per lui crescevano a dismisura. Carlo di Durazzo, che aveva raccolti gli emigrati fiorentini nel suo campo, erasi finalmente determinato a fare l'impresa del regno di Napoli. Urbano VI pronunciò in principio del 1380 una sentenza di deposizione contro la regina Giovanna, sciolse i di lei sudditi dal giuramento di fedeltà, e fece contro di lei predicare la crociata[260]. Dal canto suo Carlo di Durazzo ebbe impulsi ancora più pressanti che non erano l'esortazioni del papa per risolversi alla guerra. La regina Giovanna meditava di escluderlo dalla di lei successione; per riuscire nel quale divisamento trovò utile di adottare come suo figliuolo, invece di quello che gli aveva negato la natura, un principe guerriero. Scelse adunque il conte d'Angiò, fratello di Carlo V, re di Francia, e tutore di suo figlio Carlo VI. Sperava la regina che questo principe, della seconda razza dei re Angioini di Napoli, le assicurerebbe la potente protezione della Francia, e lo presentò a' suoi sudditi, con sue lettere patenti del 29 giugno 1380, come suo figliuolo e suo successore[261].

Dall'altra parte Giannuzzo di Salerno, che Carlo di Durazzo aveva mandato a Bologna con tre cento lance e tre cento Ungari, assoldò la compagnia di san Giorgio o degl'Italiani, che aveva da prima servito la Chiesa[262]. Con questa armata passò in Toscana, ragunando sotto le sue insegne tutti gli emigrati di questa provincia. Lusingavasi Giannuzzo d'operare col mezzo loro in Firenze ed in altre città rivoluzioni, che tornerebbero in autorità i suoi amici, e che gli aprirebbero i tesori delle repubbliche[263]. I Fiorentini, per difendersi, presero al loro soldo Giovanni Acuto, ed adunarono sotto i di lui ordini un'armata di mille cinquecento lance[264].

Giannuzzo di Salerno corse gli stati di Siena, Perugia, Lucca e Pisa, e sforzò queste repubbliche a salvarsi colle contribuzioni dal saccheggio delle sue truppe. Attraversò altresì in varie parti il territorio fiorentino, ma Acuto lo seguì sempre assai da vicino, ed impedì ai suoi soldati di allontanarsi per rubacchiare.

Nello stesso tempo Carlo di Durazzo aveva attraversata la Venezia alla testa di cinque mila Ungari, ed era giunto a Rimini[265]. Fece domandare alla repubblica fiorentina del danaro per far l'impresa di Napoli, e la signoria gli rispose che per trattati e per antica amicizia era attaccata alla regnante casa di Napoli; che vedeva con dolore questa casa apparecchiata a dividersi ed a battersi; ch'ella non voleva farsi giudice tra parti e principi, cui era egualmente affezionata; e perciò pregava Carlo a ricevere un dono di quindici mila fiorini, non come un sussidio contro Giovanna, ma come un imparziale attestato del suo affetto[266]. Carlo di Durazzo rifiutò il dono e rimandò corucciato gli ambasciatori. Il 14 settembre fu da' suoi partigiani introdotto in Arezzo, e permise agli emigrati che lo seguivano, di uccidere un deputato fiorentino, che trovavasi in questa città[267]. Dopo qualche atto ostile Carlo offrì egli medesimo di riconciliarsi coi Fiorentini. La repubblica aveva perduto l'antico suo vigore e la sua fermezza nella rivoluzione che aveva scacciata l'aristocrazia. Elia acconsentì il 7 ottobre di pagare a Carlo di Durazzo quaranta mila fiorini, che vennero diffalcati dalla somma che doveva pagare alla Chiesa[268].

Carlo di Durazzo, detto ancora Carlo della pace, passò dopo a Roma, per concertare col papa l'impresa del regno. Urbano VI gli accordò l'investitura del regno di Napoli sotto le stesse condizioni e riserve che Clemente IV aveva imposte a Carlo I[269]. Chiese solamente per Francesco Prignano, suo nipote, che aveva nominato principe di Capoa, alcuni assai ragguardevoli feudi, che il candidato al trono accordò senza difficoltà[270]. Dopo queste convenzioni accettate da ambe le parti, Carlo di Durazzo fu a Roma coronato dal papa sotto il nome di Carlo III[271].