Erano omai due anni che il pretendente al trono di Napoli annunciava il suo progetto d'invasione, e conduceva le sue truppe qua e là per l'Italia. Con una ben più rapida marcia e con più ragguardevoli forze l'antico Carlo d'Angiò aveva, nel 1266, conquistato il regno, di cui la di lui pronipote doveva in breve essere spogliata; ma d'altra parte Giovanna non aveva nè i talenti, nè il coraggio di Manfredi. La leggerezza del popolo napolitano, il suo odio contro il principe francese, che la regina aveva adottato, e la preferenza da tutti gl'Italiani accordata ad Urbano VI, avevano alienati da Giovanna i baroni ed i popoli. In oltre ogni spirito militare era affatto spento in quel regno, ed il disordine delle finanze non permetteva di supplire con truppe mercenarie al difetto delle nazionali. Perciò Ottone di Brunswick, il quarto marito della regina, non potè ragunare che un pugno di soldati, che appostò sulla strada di san Germano per impedire al nemico d'avvicinarsi a Napoli; ma quando, il 18 giugno, Carlo gli presentò la battaglia, fu costretto di piegare sopra Cancello e Maddaloni, posizione che la superiorità del nemico obbligollo ad abbandonare pochi giorni dopo. Venne allora ad accamparsi sotto Napoli, fuori di porta Capuana, mentre Carlo giugneva per diversa strada al ponte della Maddalena tra il Vesuvio e la città[272].

I Napolitani mandarono rinfreschi al nuovo re, e l'invitarono ad entrare nella capitale. Ottone vedeva ad ogni istante diminuirsi la sua armata, ed era ridotto a tale di non poter battersi col conquistatore, e di non poter difendere contro di lui una città disposta ad aprirgli le porte. Dopo avere esercitata qualche vendetta contro il popolaccio di Napoli, prese la strada d'Aversa, mentre Carlo III entrava in Napoli il 16 luglio del 1381 verso sera, senza aver data una sola battaglia per l'acquisto del regno[273].

La regina Giovanna erasi chiusa in Castel nuovo, ossia del palazzo, ma non aveva avuta la precauzione di vittovagliarlo. Carlo lo assediò, ed il 20 agosto la regina dovette capitolare. Promise di consegnare entro quattro giorni tutte le sue fortezze, e la medesima sua persona in mano a Carlo di Durazzo, se entro tale termine non riceveva soccorso. Il duca Ottone, suo marito, che fino allora aveva risparmiati i pochi suoi fedeli compagni per valersene in più felici circostanze, quand'ebbe avviso della capitolazione, risolse di combattere, sebbene fuori di speranza di vincere. Il quarto giorno venne ad attaccare Carlo di Durazzo, ma fu dalla sua armata abbandonato ai nemici nel principio della battaglia: il marchese di Monferrato, suo pupillo, fu ucciso combattendo ai suoi fianchi, ed egli fatto prigioniere. La regina Giovanna, perduta l'ultima sua speranza, si diede lo stesso giorno in mano al suo cugino il principe di Durazzo. Malgrado i legami della parentela, malgrado il rispetto che potevano ispirare il suo rango e la sua età, venne dal vincitore duramente trattata. Dopo trentaquattro anni di regno, subì la pena del delitto commesso in gioventù. Si dice che il 12 maggio del 1382 fu soffocata sotto un letto di piume nel castello di Muro, nella basilicata, ov'era stata rinchiusa. E si soggiunge che il vecchio re d'Ungheria consigliasse egli medesimo questo supplicio per avere una tarda vendetta della morte di suo fratello Andrea[274].

La catastrofe della regina Giovanna cagionò a Firenze un profondo dolore. I cittadini di questa repubblica erano stati sempre devoti della casa d'Angiò dopo il suo stabilimento nel regno di Napoli: amavano la regina Giovanna come nipote del re Roberto, e come ultimo rampollo della sua famiglia; e l'amavano a cagione del bene che le avevano fatto, piuttosto che per quello che potevano da lei sperare. Essi temevano l'uso che un principe più destro e più intraprendente potrebbe fare delle forze della più bella parte dell'Italia. Vero è che il nuovo sovrano non cercò d'impadronirsi delle contee di Forcalquier e di Provenza, le quali passarono al figlio adottivo di Giovanna: ma Carlo III era l'erede riconosciuto di Luigi d'Ungheria. Prima delle conquiste de' Turchi l'Adriatico apriva tra questi due regni una pronta e facile comunicazione; e chi avesse potuto disporre del valore ungaro e della ricchezza di Napoli, poteva rovesciare a posta sua l'equilibrio d'Italia. Coloro che a quest'epoca governavano Firenze sapevano che Carlo di Durazzo era circondato da emigrati fiorentini, e ch'egli aveva più volte preso parte alle cospirazioni dei nemici della repubblica. Ciò nondimeno gli spedirono una solenne ambasciata per conciliarsi il suo favore; e perchè in allora Carlo non pensava che a stabilirsi nella sua nuova conquista, si mostrò disposto ad allearsi colla repubblica. Le arti minori, che governavano Firenze, non avrebbero veduto il loro potere rovesciato da uno straniero monarca, se non si fossero esse medesime apparecchiata la propria caduta con un vizio della loro amministrazione.

Due cittadini d'antica e potente famiglia avevano avuto gran parte nella rivoluzione, che aveva posta la repubblica sotto la dipendenza del basso popolo; erano questi Giorgio Scali e Tommaso Strozzi. Personali motivi di odio o di vendetta gli avevano tratti in questo partito, ed altri personali motivi d'ambizione e di cupidigia continuavano a dirigere la loro condotta. Agivano essi come se diventati fossero i padroni della repubblica, e le vessazioni, che andavano esercitando contro i loro nemici, ben si confacevano all'arroganza de' loro discorsi ne' consigli, ed all'insolente loro condotta[275].

Benedetto Alberti, che non meno di loro aveva contribuito alla rivoluzione, e la di cui condotta in diverse circostanze era stata riprovevole, non aveva per altro cercato di acquistare colle immense sue ricchezze una maggiore influenza nel governo del suo paese. Appassionato per la libertà e per la democrazia, le aveva stabilite con riprovevoli mezzi, e le aveva mantenute con peggiori modi, coi supplicj. Per altro nel cuor suo erasi conservato fedele ai principj d'umanità e di giustizia, e come è costume delle anime generose, non si vedeva mutar partito, che per passare dal più forte al più debole; e quando i suoi amici furono vittoriosi, non dissimulò quanto gli riuscissero spiacevoli la loro ingiustizia ed il loro orgoglio[276].

Un'ultima violenza di Giorgio Scali obbligò Benedetto Alberti a dichiararsi scopertamente contro di lui; e perchè questa offendeva egualmente i tribunali ed il popolo, fu cagione della ruina dello Scali e del suo partito. Tra le creature dello Scali e dello Strozzi eranvi alcune persone, che facevano il mestiere di delatore, i quali, palesando sempre nuove congiure, accrescevano il terrore del popolo ed il credito de' suoi capi. Uno di costoro, avendo accusato Giovanni Cambi, ragguardevole cittadino, fu riconvenuto di calunnia con evidenti prove, onde il capitano del popolo fece imprigionare il delatore, e volle assoggettarlo alla pena che aveva cercato di far cadere sopra l'innocente. Giorgio Scali impiegò tutto il credito che aveva per salvare la sua creatura, e perchè le sue preghiere non avevano effetto, di concerto con Tommaso Strozzi, invase il palazzo del capitano del popolo con un branco di gente armata, e fattosene padrone il 13 gennajo del 1382 lo abbandonò al saccheggio, e liberò il suo prigioniere[277].

Una così impudente violazione delle leggi risvegliò l'universale indignazione, ed il popolo si staccò affatto dalla causa dei due demagoghi, cui fino a tal epoca erasi consacrato. Il capitano recossi a restituire ai priori la bacchetta del comando, dicendo che l'onor suo non permettevagli d'amministrare più oltre la giustizia in una città ove così colpevoli violenze ne turbavano il corso; ed i priori, che sospiravano essi medesimi l'istante di ritirare il governo dalle mani del popolaccio, giudicarono questa occasione favorevole per tentarlo. Risposero al capitano del popolo, che doveva riprendere l'autorità che voleva deporre, ed adoperarla nel vendicare l'affronto che aveva ricevuto. Benedetto Alberti concorse colla signoria all'abbassamento dei capi audaci, che oltraggiavano la libertà. Tommaso Strozzi, prevenuto a tempo del pericolo che gli sovrastava, ebbe tempo di fuggire, ma Giorgio Scali fu arrestato in propria casa, e venti ore dopo perdette il capo sul patibolo in mezzo alla folla, che applaudiva al suo supplicio.

Giorgio Scali si lagnò avanti di morire, perchè la sua malvagia fortuna e l'odio di taluno de' suoi concittadini l'avessero persuaso ad accarezzare un popolo, che non aveva nè fede nè riconoscenza. Avendo in appresso veduto tra i cittadini armati Benedetto Alberti, gridò; «E tu, Benedetto, tu consenti adunque che io provi ciò che non avrei io mai permesso che tu provassi, se io fossi ove tu sei? Ma io ti annunzio che questo il quale è l'estremo giorno delle mie infelicità, sarà il primo delle tue.» Così morì in mezzo ai suoi nemici armati, che si rallegravano della sua morte[278].