La predizione dello Scali si avverò; le antiche famiglie risguardarono la di lui morte come il segno d'una nuova guerra civile; la città risuonò del grido viva la parte guelfa, e questo nome, che non era attaccato a verun principio politico, ma soltanto ad affezioni ereditarie indicava allora gli aristocratici. Effettivamente il 21 gennajo, i nobili, i ricchi mercanti, e l'intero partito degli Albizzi occuparono la pubblica piazza, e crearono una balìa di cento cittadini per riformare lo stato[279].

Tutte le leggi rivoluzionarie emanate ne' tre precedenti anni vennero annullate da questa balìa, tutti coloro che il 18 gennajo 1378 erano stati esiliati o dichiarati ribelli furono ristabiliti ne' loro antichi diritti. Si abolirono le sentenze d'ammonizione, si rilasciarono i prigionieri di stato, e le due corporazioni, ch'erano state create per le arti inferiori, furono disciolte[280]. L'antica fazione guelfa venne ristabilita in tutte le sue preeminenze, e portate le sue bandiere per tutta la città[281]. Le arti minori vennero escluse dal gonfalone di giustizia, e dopo molte risse, che si andarono rinnovando in tutto il corso dell'anno tra i grandi, le arti ed il popolo, la parte delle arti minori fa infine ridotta al terzo degli onori pubblici[282].

Ma il nuovo governo non fu ne' suoi cominciamenti meno rigoroso di quello che lo era stato il precedente de' plebei. Esiliò i capi di molte illustri famiglie, che avevano spalleggiato il minuto popolo, ed esiliò pure molti popolani[283]; confinò a Chiozza Michele di Lando, cui la patria doveva mostrarsi più riconoscente, avendola egli salvata dal furore dei Ciompi[284]; per ultimo perseguitò Benedetto Alberti, che più fedele a' suoi principj che al suo partito, s'accostava sempre a quello dell'opposizione contro tutte le tirannidi. In molte circostanze il governo manifestò la diffendenza o l'odio che gli portava. Ma non fu che nel 1387 che una nuova balìa, incaricata di riformare lo stato e di ristringere l'aristocrazia osò all'ultimo d'esiliarlo[285]. Benedetto Alberti prima di partire chiamò presso di sè tutti i suoi parenti, e vedendo che piangevano, disse loro: «Voi vedete, miei amici, come la fortuna me colpisce e voi minaccia; io non ne sono per altro sorpreso, e voi pure non dovete esserlo, imperciocchè tale fu sempre la sorte di coloro che in mezzo a molti malvagi, vollero conservarsi giusti, e che si sforzarono di sostenere ciò, che i più cercavano di rovesciare. L'amore della mia patria mi avvicinò a Salvestro de' Medici, lo stesso amore mi allontanò da Giorgio Scali, come lo stesso sentimento eccitò il mio odio contro coloro che hanno presentemente il governo in mano. Non avendo questi persona che li punisca, non vogliono pur soffrire chi ardisce biasimarli. Io acconsento a liberarli col mio esilio dal timore che hanno di me, e di tutti coloro che detestano la loro tirannide, e la loro scelleratezza; percuotendo me per altro hanno minacciati tutti gli altri.

«Io non ho compassione di me medesimo, perchè la patria serva non può rapirmi gli onori della patria ancora libera; e la memoria della passata mia vita mi sarà più cagione di godimento, di quel che possa recarmi dispiaceri l'esilio che io m'apparecchio a subire. Mi crucia soltanto la sorte della mia patria, caduta sotto il giogo dell'aristocrazia, e sottoposta al suo orgoglio ed alla sua avarizia. Mi affligge ancora la sorte vostra; imperciocchè i mali, che oggi finiscono per me, cominciano per voi, e forse vi opprimeranno assai più, che me non hanno oppresso. Io vi esorto frattanto a preparare le anime vostre a sostenere virtuosamente tutti gl'infortunj, e poichè siete minacciati da molte sventure, vi ammonisco a diportarvi in maniera, che quando sarete colpiti, sappia ognuno, che non siete infelici per colpa vostra, e che soffrite come si conviene a uomini virtuosi[286].» Benedetto Alberti partì in appresso per terra santa, visitò in abito di pellegrino il sepolcro del Salvatore, e quando stava per tornare in Europa fu sorpreso da grave infermità, e morì a Rodi[287]. Le sue ossa, trasportate a Firenze, ebbero onorata sepoltura.

E per tal modo nel giro di tre anni il furore delle fazioni aveva privata Firenze de' suoi più illustri uomini di stato. Il corso della natura le aveva di già tolti prima alcuni de' suoi cittadini, che coll'alta loro riputazione letteraria non avevano forse meno contribuito alla sua gloria. Petrarca era morto d'apoplesìa il 18 luglio del 1374 in Arquà, presso Padova, alle falde dei monti Euganei. Era questa una casa solitaria accordatagli da Francesco di Carrara in allora signore di Padova[288]. Il Boccaccio morì poco dopo il 21 dicembre del 1375, e tutta la società de' letterati con cui Petrarca aveva vissuto, quella società che l'abate di Sade ha fatta conoscere nelle sue voluminose memorie, era pressochè tutta distrutta. Ma la repubblica fiorentina in mezzo alle sue rivoluzioni non aveva perduto il germe che fa nascere e moltiplica i grandi uomini. Malgrado il supplicio de' cittadini, che avevano amministrata la repubblica con tanta gloria dal 1360 al 1378, nuovi uomini di stato si presentarono sulla scena per mostrare nel susseguente periodo nè minori talenti nè minori virtù. A Petrarca ed ai suoi amici erano succeduti nuovi letterati. Coluccio Salutati di Stignano era stato nominato cancelliere della comunità il 25 aprile del 1375, ed esercitò trent'anni questa carica con molta eloquenza e molto ingegno. Era solito dire il Visconti, che più temeva l'effetto d'una lettera di Coluccio, che non le armi di mille cavalieri fiorentini[289]. Leonardo Bruno, detto l'Aretino, era nato nel 1369, ed era destinato ad essere uno de' più eloquenti e più giudiziosi storici, che abbia prodotti l'Italia. La generazione che entrava sulla scena del mondo quando l'altra si ritirava, doveva succedergli nella gloria delle lettere, delle arti e delle virtù politiche.

CAPITOLO LI.

Affari dell'Oriente. — Guerra dei Genovesi in Cipro. — Quarta guerra di Venezia e di Genova; presa e ripresa di Chiozza. Pace di Torino.

1372 = 1381.

Lo stesso anno, reso celebre dal principio del gran scisma di occidente e dalla sanguinosa rivoluzione dei Ciompi a Firenze, vide altresì scoppiare la sanguinosa guerra di Chiozza, la quarta delle guerre marittime tra Venezia e Genova, e quella che espose queste due potenti repubbliche agli estremi pericoli. Fuori d'Italia e lontano dagli avvenimenti trattati ne' decorsi capitoli dobbiamo cercare la cagione di questa accanita guerra.