I Genovesi impazienti di vendicare tanto oltraggio, mentre armavano una formidabile flotta, spedirono immediatamente Damiano Catani ne' mari di Cipro con sette galere, per far sentire ai Ciprioti i primi effetti della loro collera. Il Catani ottenne vantaggi assai maggiori di quelli che potevansi sperare da così debole squadra. Con subiti ed impreveduti attacchi egli occupò Nicosia il 16 giugno del 1373, e Pafo il 23 dello stesso mese[298]. Settanta giovani donne di quest'isola, altre volte consacrate a Venere, caddero in suo potere in un'imboscata, ma malgrado il malcontento de' suoi marinaj rimandò queste greche bellezze ai loro padri o mariti, senza permettere che fosse fatto loro il menomo oltraggio. «Non è già per far prigionieri di questa sorta che la nostra patria ne ha qui spediti,» rispose a coloro che lo rimproveravano di non saper usare della vittoria.
Mentre Damiano Catani con tale condotta ispirava ai Ciprioti la più alta idea della sua moderazione e della sua virtù, eccitava colle sue vittorie e colle sue negoziazioni una reciproca diffidenza tra i membri del consiglio di reggenza. Sospettavasi che avesse qualche intelligenza coi grandi, e non si osava prendere contro di lui veruna vigorosa misura. Intanto Pietro di Campo Fregoso, fratello del doge di Genova, giunse avanti a Famagosta il 3 ottobre del 1373 con trentasei galere e quattordici mila uomini da sbarco. Il giorno 10 dello stesso mese Famagosta fu presa, ed il giovane re co' suoi zii ed il suo consiglio caddero in potere de' vincitori, e l'isola intiera fu soggiogata. Per altro i Genovesi castigarono con moderazione l'offesa che loro aveva poste le armi in mano, non avendo condannati a pena capitale che tre dei gentiluomini che avevano diretta la carnificina de' loro compatriotti: mandarono a Genova uno degli zii del re, ed i figli dell'altro, che avevano il titolo di principi d'Antiochia, con sessanta ostaggi della principale nobiltà; lasciarono una guarnigione a Famagosta per tenere in suggezione tutta l'isola; ma vendettero il suo regno a Pietro di Lusignano, con obbligo di pagare un annuo tributo alla repubblica di quaranta mila fiorini[299].
Il re di Cipro ed il suo popolo venuti in potere del conquistatore, ben dovevano aspettarsi, dopo così grave offesa, un più rigoroso trattamento. Ma Pietro di Lusignano non poteva perdonare ai Genovesi nè il corso pericolo, nè la dipendenza in cui si rimaneva. Tosto ch'egli seppe che la contesa pel possesso di Tenedo poteva accendere la guerra tra i Veneziani ed i Genovesi, cercò l'alleanza de' primi, e concertò con loro i mezzi di scacciare le truppe straniere che occupavano Famagosta[300].
Nello stesso tempo il re di Cipro sposava Violanta, figlia di Barnabò Visconti, signore di Milano, ed approfittava di tale parentado per procurare nuovi nemici ai Genovesi. Chiese che i cento mila fiorini, che Barnabò Visconti dava in dote a sua figlia, fossero da questo signore impiegati nella guerra della Liguria[301]; ed in fatti, ad istigazione del Visconti, i marchesi del Carreto si ribellarono, e tolsero alla repubblica Castelfranco, Noli ed Albenga[302].
I Genovesi attribuivano all'odio ed alla gelosia de' Veneziani tutte le guerre che avevano in Grecia, in Cipro e nelle montagne della Liguria; e dal canto loro cercavano di risvegliare il coraggio, o di aguzzare l'odio de' nemici di Venezia, onde opporre alla lega formata contro di loro un'altra lega d'eguali forze.
S'addirizzarono perciò da prima a Francesco da Carrara, signore di Padova, la di cui inimicizia contro i Veneziani aveva cominciato nel 1356 colla guerra degli Ungari. Questo principe aveva somministrate vittovaglie al re Luigi, quando attaccò la repubblica, la quale non avea mai più perdonato al Carrara questo cattivo ufficio. Il signore di Padova, sempre esposto ai risentimenti della repubblica, cercò d'acquistare, con un ardito attentato, un'influenza ne' consiglj della repubblica che moderasse l'odio loro. I suoi confidenti lo avvisavano ogni mattina di ciò che si era fatto in senato nel precedente giorno; e ciò si poteva ben fare, trovandosi Padova a sole venti miglia da Venezia, e il territorio padovano confinante colla laguna. Una notte questo signore fece rapire dai suoi gondolieri nelle proprie case tutti i senatori veneziani che avevano contro di lui perorato con maggiore veemenza; li fece condurre a Padova nel suo palazzo, e loro ricordando gli offensivi discorsi contro di lui tenuti, li minacciò di farli morire. Per altro in appresso si addolcì, loro accordando la vita e la libertà, a condizione che giurassero di seppellire quest'avvenimento in un profondo silenzio, e di essergli più favorevoli nelle loro deliberazioni. Il Carrara gli avvisò congedandoli, che gli sarebbe più agevole il farli punire d'uno spergiuro con un colpo di pugnale di quello che gli fosse stato il rapirli dalle loro case e dalla loro patria. Li fece in appresso trasportare di notte sulla spiaggia di Venezia.
La religione del giuramento o il timore persuasero i senatori veneziani a mantenere la promessa; e non fu che dopo molti anni che quest'attentato venne rivelato dai banditi medesimi ch'erano stati impiegati dal signore di Padova. I Veneziani provvidero con maggiore vigilanza alla sicurezza della loro città, e determinarono di vendicarsi del terrore che Francesco da Carrara aveva inspirato a molti di loro[303].
Essi attaccarono lo stato di Padova in ottobre del 1372. Il re d'Ungheria, che non aveva scordati i buoni ufficj di Francesco di Carrara, spedì Stefano Laczk vayvoda di Transilvania in soccorso di questo signore. Ma il vayvoda fu fatto prigioniero in una battaglia che egli diede ai Veneziani il primo luglio del 1373, ed i suoi soldati ricusarono di combattere finchè non fosse redento il loro generale. Francesco da Carrara trovossi perciò sforzato dai suoi alleati medesimi a firmare il 23 di settembre una pace umiliante. Suo figlio venne a Venezia a chiedere in ginocchioni perdono al doge di averlo ingiustamente attaccato, e promise di pagare in dieci anni trecento cinquanta mila fiorini per le spese della guerra[304].
Quest'ultima umiliazione aveva raddoppiato l'odio del signore da Carrara, onde l'alleanza offertagli dai Genovesi parvegli un'opportuna occasione di vendetta, e l'accolse avidamente. Prima di manifestare le sue intenzioni, fece in Venezia medesima immensi approvvigionamenti di sali e di droghe, onde i suoi sudditi non avessero bisogno per cinque anni di commercio marittimo. In pari tempo entrò in trattati con tutti i principi gelosi delle ricchezze di Venezia, oppure offesi dal di lei orgoglio. Questo popolo, egli loro diceva, unisce ad una illuminata ed uniforme politica tanto coraggio e tante ricchezze, che s'egli acquista una volta qualche stabilimento in terra ferma, non tarderà a signoreggiare l'Italia collo stesso orgoglio con cui domina di già sui mari. Il re d'Ungheria, il patriarca d'Aquilea, signore del Friuli, i fratelli della Scala, signori di Verona, il comune d'Ancona, il duca d'Austria e la regina di Napoli, mossi dalle persuasioni di Francesco da Carrara, accettarono l'alleanza dei Genovesi, e si disposero ad entrare in guerra contro i Veneziani[305].
La guerra preparata da tutte queste negoziazioni scoppiò in fatti nel 1378 dall'una all'altra estremità della Lombardia. Barnabò Visconti, che teneva al suo soldo i principali capitani avventurieri, mandò la compagnia francese della Stella nella Liguria. Quest'armata attraversò la Riviera di Ponente, guastò la Polsevera e s'avanzò fino a san Pier da Arena. Ritirossi in seguito mediante una grossa somma di danaro che il doge di Genova mandò a' suoi capi[306]. Giovanni Acuto ed il conte Lucio Lando avevano contemporaneamente condotta un'altra armata di Barnabò nello stato di Verona[307]. Intanto Giovanni Obizzi, generale di Francesco da Carrara, faceva delle scorrerie nello stato veneziano, ed il vayvoda di Transilvania guastava il territorio trivigiano[308]. In ogni luogo si combatteva, in ogni luogo le campagne erano abbandonate al sacco, ed intanto non accadeva sul continente verun fatto decisivo.