Pietro Doria dopo avere corsa tutta la lunghezza dell'argine risolse d'attaccare di preferenza l'apertura di Chiozza lontana venticinque miglia da Venezia. Francesco da Carrara, informato del divisamento dell'ammiraglio genovese, aveva preparate a Padova cento barche armate, che fece scendere verso Chiozza per i canali della Brenta, e questa flottiglia attaccò per di dietro la catena che chiudeva il porto e le fortificazioni galleggianti, mentre il Doria l'attaccava di fronte. Il sandone o vascello immobile, ch'era posto tra i due nemici, non potè fare lunga resistenza, ed i soldati, che lo difendevano, fuggirono il 12 agosto del 1379 dopo avervi appiccato il fuoco[321].
Essendosi in tal modo resi padroni dell'ingresso della laguna, i Genovesi assediarono Chiozza per assicurarsi del possedimento del suo porto. Francesco da Carrara mandò metà della sua armata nell'isola di Brondolo, sul di cui lato interno è posta Chiozza: i Genovesi sbarcarono parte delle loro truppe per assecondarlo, e l'armata degli assedianti, contando le forze di terra e di mare, ammontava a ventiquattro mila uomini. I Veneziani avevano introdotti tre mila uomini in Chiozza, i di cui abitanti facevano pure il servigio militare. Un sobborgo, detto Chiozza piccola, fu ben tosto preso dagli assedianti. Questo sobborgo comunicava colla città per mezzo d'un ponte lungo un quarto di miglio, che attraversava bassi fondi e lagune. I Veneziani occupavano ancora questo ponte il 16 agosto, quando un marinajo genovese riuscì a condurvi di sotto un battello incendiario. Le fiamme ed il fumo, che si videro improvvisamente sollevarsi, fecero credere ai Veneziani che il ponte, su cui trovavansi, avesse preso fuoco, onde fuggirono, sorpresi da panico timore, e furono inseguiti così da vicino che non ebbero tempo di alzare dietro loro il ponte levatojo. I Genovesi ed i Padovani entrarono con loro in Chiozza, e se ne resero padroni; ottocento sessanta Veneziani erano morti combattendo; tre mila ottocento furono fatti prigionieri[322].
I Genovesi presero possesso di Chiozza a nome di Francesco di Carrara, e la dichiararono a lui soggetta. Era questa una delle condizioni del trattato fatto con lui. Quest'acquisto assicurava oramai ai Genovesi una comunicazione co' nemici de' Veneziani sul continente, e loro apriva colla laguna la stessa città di Venezia[323], di cui Chiozza era come un bastione avanzato. Fu perciò estrema la costernazione de' Veneziani, ed il popolo affollavasi intorno al palazzo di san Marco, e piangendo supplicava la signoria di domandare la pace ad ogni costo, e di salvare in tal modo la repubblica dalla sua estrema ruina[324]. Le virtù repubblicane e la costanza ne' pericoli, sembravano appartenere in Venezia esclusivamente alla nobiltà, che sola governava lo stato. Il doge Andrea Contarini oppose il suo coraggio e la sua fermezza all'abbattimento del popolo desolato; ma egli stesso conosceva tutto il pericolo che soprastava alla sua patria, e spedì tre ambasciatori a Chiozza a domandare la pace ai Genovesi.
Il consiglio di guerra, in cui questi deputati furono introdotti, era preseduto da Pietro Doria e da Francesco da Carrara. I Veneziani confessarono la propria disfatta, ed invitarono i loro rivali a non abusare della vittoria. «Il doge ne ha dato questo foglio bianco (dissero essi presentando una carta a Francesco da Carrara) affinchè vi facciate scrivere voi medesimi le condizioni che vi piacerà dettare; egli tutte le accetta preventivamente, e non si riserva che una sola cosa, che la libertà veneziana rimanga intatta.» Il signore di Padova parve premuroso di conchiudere una pace di cui dovevano essere così vantaggiose le condizioni; ma Pietro Doria, che voleva affatto distrutta la rivale della sua patria, persuase i suoi alleati a ricusar di trattare, incaricandosi egli di rispondere agli ambasciatori, e loro disse: «Vi giuro per Dio, signori Veneziani, che voi non avrete mai pace col signore di Padova o colla nostra repubblica, se prima non abbiamo noi medesimi messa una briglia ai cavalli di bronzo che sono sulla vostra piazza di san Marco. Quando gli avremo imbrigliati colle nostre mani, noi ben sapremo renderli quieti[325].»
Quando fu riferita a Venezia questa risposta insultante tutto il popolo ad altro più non pensò che a difendersi contro nemici che non lasciavano nulla sperare. Frattanto avevasi successivamente notizia che Terra nuova, Cavarzere e Mont'Albano, fortezze poste alla foce dell'Adige o ai confini del padovano, eransi arrese senza combattere, atterrite dalla rotta di Chiozza; che Loredo e Torre delle Bebe erano state prese pochi giorni dopo; e finalmente che il forte delle Saline era bloccato; questo per altro coraggiosamente si difese fino alla fine della guerra[326].
Il 24 agosto furono viste avanzarsi ventiquattro galere genovesi e quaranta barche armate dalla banda del Lido; la stessa città di Venezia era minacciata di uno sbarco; ma nell'istante in cui i Genovesi vollero prender terra furono respinti con un vigore inaspettato, e dopo la loro ritirata i Veneziani pensarono a fortificare i canali pei quali i loro nemici erano giunti in vista della capitale[327].
Un solo uomo aveva l'intera confidenza de' marinaj e del popolo di Venezia. Uscito da una famiglia nella quale i trofei marittimi sembravano ereditarj, Vittore Pisani veniva riputato il degno successore di Niccolò Pisani, che nella precedente guerra avea combattuto coi Genovesi al Bosforo, e gli aveva rotti in Sardegna. Ma quest'ammiraglio, reso dal senato responsabile dell'insubordinazione de' suoi equipaggi, e dei capricci della sorte, era stato gettato in prigione dopo la disfatta di Pola. Stava egli chiuso sotto le volte che sostengono il palazzo di san Marco dalla banda del porto. Ode all'improvviso il popolo ammutinato invocare la signoria e circondare il palazzo, gridando: «Se volete che noi combattiamo, rendeteci Vittore Pisani, nostro ammiraglio; viva Vittore Pisani!» egli allora carico di catene, si strascina verso una delle finestre della sua prigione: «fermatevi, grida egli, Veneziani, voi non dovete mai gridare che viva san Marco[328]!» Frattanto la signoria fece uscire Pisani di prigione e lo nominò capitano del mare. Molti cittadini si offrirono all'istante di armare galere a loro spese per servire sotto di lui, e tutto il popolo si affrettò di equipaggiare una nuova flotta. Mentre si stava allestendo, il Pisani fece fortificare tutti i canali che conducono a Venezia, come pure l'argine di Malamocco; fece chiudere con paloni ed antenne galleggianti il canal grande e quello della Giudecca; stabilì barche di guardia tutt'all'intorno di Venezia, e pose di stazione agli sbocchi de' primarj canali, cocche, o grandi vascelli rotondi, carichi d'artiglierie. Le armi a fuoco erano finalmente diventate di uso comune, e per la prima volta nelle guerre d'Italia si videro adoperate in tutte le battaglie[329].
Il re d'Ungheria, informato de' prosperi avvenimenti de' suoi alleati, aveva mandato Carlo di Durazzo con dieci mila uomini ad attaccare il territorio di Treviso; ma Durazzo, invitato da Urbano VI a conquistare il regno di Napoli, desiderava di terminare la guerra di Venezia. Entrò dunque in trattato col doge, e gli permise d'approvvigionare Treviso, di modo che per tutto quest'anno i Veneziani non ebbero sul continente perdite importanti[330].
In mezzo ai loro disastri i Veneziani ricevettero qualche conforto dal Levante. In sul finire del precedente anno avevano mandato in Corso Carlo Zeno, uno de' loro più esperti ufficiali, che per lo innanzi aveva comandato con gloria le truppe di terra nel distretto di Treviso. Zeno uscì di Venezia con otto galere[331] e passò in mezzo alla flotta genovese senza esserne impedito. Egli aveva tolti ai Genovesi molte navi mercantili nei mari di Sicilia, e negoziato con prospero successo presso Giovanna di Napoli, per renderla alleata della sua patria. Erasi in appresso diretto verso la Liguria, affinchè i Genovesi tremassero per sè medesimi nello stesso momento in cui la vittoria di Pola loro ispirava maggiore arroganza; diede la caccia ad alcune galere nemiche nel golfo della Spezia, e bruciò o abbandonò al sacco Porto Venere, Panigaglia e molti altri ricchi villaggi situati lungo la riviera del Levante[332]. Dopo avere incusso un profondo terrore a tutti gli abitanti di quelle coste, Zeno aveva fatto vela verso la Grecia. La repubblica gli aveva mandata una galera, che lo raggiunse a Livorno; altre sei ne trovò egli a Modone, che avevano ajutato Giovanni Paleologo a risalire sul trono imperiale. Esse avevano scacciati da Costantinopoli suo figlio e suo nipote; e questi due principi ciechi regnavano presentemente a Selymbria[333]. Finalmente quattro altre galere veneziane erano stazionate a Tenedo, le quali si posero altresì sotto gli ordini di Carlo Zeno. Quest'ammiraglio con una flotta, diventata formidabile, andò a cercare a Beryta le merci che i Veneziani avevano accumulate in questo porto della Siria pel valore di cinquecento mila fiorini, e che essi non ardivano di far venire in Europa. Giunto ne' mari di Cipro ebbe la notizia della presa di Chiozza, e l'ordine di ricondurre la flotta nel golfo per difendere la sua patria[334].