I Veneziani riponevano ogni loro speranza nella flotta che Zeno aveva adunata. Di già cominciavano a mancare di vittovaglie; i Genovesi chiudevano la via del mare, e Francesco Carrara quella di terra, e non introducevansi dal Trivigiano approvvigionamenti in Venezia che a traverso di mille pericoli[335]. Il popolo disperato domandava di essere condotto alla battaglia, piuttosto che esposto a morire di fame. Alcune galere disarmate trovavansi ancora nel porto dell'arsenale, altre in costruzione sui cantieri erano quasi terminate, ma il tesoro era esausto, e per armare una nuova flotta bisognava ricorrere al patriottismo del popolo. La signoria promise d'inscrivere nel ruolo della nobiltà i trenta plebei che avrebbero mostrato maggiore zelo, e di accordare a coloro che verrebbero in seguito esenzioni e privilegi, trasmissibili ai loro discendenti. Il doge Andrea Contarini, che aveva settantadue anni, scese sulla piazza di san Marco, portando tra le sue mani il gonfalone ducale, e dichiarando che monterebbe egli medesimo sulle galere che faceva armare. Invitò poscia il popolo a difendere con lui la giusta causa della patria e della pubblica libertà[336]; e malgrado la ruina del commercio, e l'universale povertà, si videro giugnere in folla al palazzo facchini carichi di danaro, ch'essi deposero ai piedi della signoria; e coll'ajuto di queste spontanee contribuzioni, prima della fine d'ottobre, venne compiutamente armata una flotta di trentaquattro galere[337].
Ma Vittore Pisani non si affrettava di condurre contro i Genovesi i vascelli che si erano posti in mare. La loro ciurma era composta d'artigiani, che sebbene nati in mezzo alle acque, appena conoscevano la navigazione. L'ammiraglio adunque gli esercitò ne' canali della Giudecca e di san Niccolò di Lido, aspettando che giugnesse Carlo Zeno, sul quale pareva che si fondasse tutta la fortuna dello stato[338].
I Genovesi concepirono qualche inquietudine quando videro esercitarsi una nuova flotta nelle lagune. Concentrarono le loro forze per non essere sorpresi o divisi, ritirarono da Malamocco e da Poveglia le truppe che vi avevano poste, diminuirono il raggio di Chiozza, di cui accrebbero le fortificazioni; e per ultimo disarmarono venti galere per dare, durante l'inverno, qualche riposo agli equipaggi. Appostarono in seguito tre vascelli per guardare il porto, e ne spedirono ventiquattro nel Friuli, a cercare vittovaglie; perchè a Chiozza mancava il frumento come a Venezia; e queste due città, collocate in mezzo alle lagune, si affamavano a vicenda, e loro giugnevano i convogli con eguale difficoltà.
Il doge Contarini, dopo due mesi di ammaestramento, credette di poter condurre i suoi marinaj alla pugna, e nella notte del 23 dicembre 1379 s'avanzò verso Chiozza con trentaquattro galere, due grandi Cocche, sessanta barche armate e più di quattrocento battelli[339]. La flotta genovese mandata sulle coste del Friuli per cercare vittovaglie era di già rientrata nel porto di Chiozza, e si andavano scaricando le munizioni che aveva portate; le quarantasette galere comandate dal Doria erano tutte chiuse nello stesso seno, ed i Genovesi senza verun sospetto non pensavano che que' nemici, cui avevano negata una vergognosa pace, pensassero ad attaccarli[340].
Il doge aveva sbarcati ottocento soldati stranieri, e quattro mila Veneziani innanzi a Chiozza piccola; ma queste truppe vennero respinte con perdita. Nello stesso tempo aveva spinta una delle sue cocche nel canale che dall'alto mare comunica colla laguna, e che vien detto il porto di Chiozza, con intendimento di fermarla sul luogo e di fortificarla per chiudere l'ingresso del porto. Questa cocca fu vigorosamente attaccata dai Genovesi e presa, dopo un'ostinata resistenza, da sette galere che l'avevano circondata. Ma i Genovesi nel caldo della zuffa ebbero l'imprudenza d'appiccarvi il fuoco: la cocca bruciò fino a fior d'acqua, e colò in seguito a fondo all'ingresso del canale. I Veneziani fecero giugnere in sul momento alcuni battelli carichi di pietre, che colarono a fondo nello stesso luogo, ed approfittando d'un accidente che loro era meglio riuscito che i proprj divisamenti, terminarono in poche ore di chiudere il canale o porto di Chiozza, naturale uscita della flotta de' loro nemici. Scesero dopo ciò sulla punta di terra detta la Lova, cui i Genovesi non potevano più abordare, e v'innalzarono un ridotto per difendere i lavori che avevano fatto alla bocca del porto[341].
La città di Chiozza, fabbricata come Venezia in mezzo alle acque, viene separata dall'alto mare dall'isola lunga o Arzere di Brondolo. Il canale che circoscrive quest'isola al nord, è quello che dicesi porto di Chiozza; un altro canale termina la stessa isola a mezzodì, e si chiama porto di Brondolo. La laguna, meno larga presso di Chiozza che presso Venezia, trovasi tagliata da minore quantità di canali. I Genovesi, seguendo il canale di Lombardia, potevano presentarsi avanti Venezia, o uscire per qualcuna delle aperture settentrionali della laguna; potevano inoltre uscire a mezzogiorno per il porto di Brondolo, e riguadagnare l'alto mare: ogn'altra uscita era loro chiusa. Vittore Pisani, che si era avanzato egli medesimo per il canale di Lombardia, e che l'occupava colla sua flotta, colò a fondo molte barche per chiuderlo ai nemici. Uscì dopo ciò dalla laguna e venne ad appostarsi all'ingresso del canale di Brondolo per togliere ai Genovesi quest'ultima uscita.
La sorte della guerra era attaccata all'intrapresa di Vittore Pisani: con marinai senza sperienza e scoraggiati dai rovesci de' loro compatriotti aveva intrapreso a bloccare una flotta vittoriosa e superiore di numero. Vero è ch'egli approfittava della circostanza che i Genovesi non potevano manovrare nel canale o presentarsi in linea di battaglia; ma d'altra parte egli era costretto di tenersi all'imboccatura del porto sotto il fuoco dell'artiglieria, che i Genovesi avevano posta nel convento di Brondolo. Se un colpo di vento, una burrasca, o il fuoco nemico lo allontanavano alcune ore da questa stazione, la flotta genovese usciva in alto mare, e la sua decisa superiorità le assicurava la più compiuta vittoria. Il doge Andrea Contarini per ispirare il suo coraggio al soldati giurò in loro presenza di non tornare a Venezia prima d'aver presa Chiozza, ed il Pisani appostò due delle sue galere nello stesso canale di Brondolo; nel tempo stesso cercò di sorprendere un ridotto situata sull'altra riva del canale, sulla punta del Fossone, in faccia al convento che occupavano i Genovesi; ma i suoi lavoratori a Fossone erano a mezza portata delle bombarde di Brondolo, e perdevano molta gente; mancavano i viveri all'armata, i suoi soldati dovevano sempre essere sotto le armi; le due galere che avvicendavano per custodire l'ingresso del canale trovavansi ogni momento esposte a colare a fondo sotto il fuoco de' nemici, e le altre, che manovravano a non molta distanza dalla riva, correvano rischio di rompere sulla medesima ad ogni colpo di vento. I soldati ed i marinaj ugualmente scoraggiati domandavano caldamente di essere ricondotti a Venezia; erano stati lungo tempo lusingati colla speranza dell'imminente arrivo di Carlo Zeno, e della flotta che ottenuti aveva tanti vantaggi in Levante; ma nè volevano, nè potevano più aspettarla in così pericolosa situazione, onde il doge fu costretto di promettere che se il 1.º di gennajo 1380 non giugneva il desiderato soccorso, leverebbe l'assedio di Chiozza. In tal caso Venezia sarebbe stata a vicenda assediata dai Genovesi, e di già si stava consultando, se convenisse abbandonare la capitale e trasportare in Creta la sede della repubblica[342].
Lo stesso giorno indicato per prendere questa funesta determinazione fu quello che apportò la salute alla repubblica. La mattina del 1.º gennajo 1380 si vide comparire innanzi al porto di Venezia Carlo Zeno con quattordici galere cariche di approvvigionamenti da guerra e da bocca e con ricchezze d'ogni maniera[343]. Ne' susseguenti giorni quattro galere d'Arbo e di Candia vennero ad unirsi alla flotta veneziana, portandola, con quella del Pisani, al numero di 52 vele.
In un solo giorno fu rimessa l'abbondanza sui mercati di Venezia, riempiuto il tesoro dello stato, rincorati i soldati ed i marinaj, ed assicurata ai Veneziani la superiorità delle forze marittime, di modo che se i Genovesi avessero potuto uscire di Chiozza, invece di trionfare facilmente de' loro nemici, non sarebbersi probabilmente sottratti ad una disfatta. Frattanto Vittor Pisani riprendeva con ardore il progetto di chiudere i Genovesi in Chiozza; egli li battè in terra il 6 gennajo alla punta della Lova[344]; e pochi giorni dopo terminò il ridotto che stava innalzando all'estremità del Fossone. Colà pose due grosse artiglierie, una delle quali lanciava pietre del peso di cento novantacinque libbre e l'altra di cento quaranta. Caricavansi in tempo di notte questi micidiali stromenti, che di que' tempi chiamavansi bombarde, e si scaricavano la mattina. Sembra che non si facesse più d'una scarica in ventiquattr'ore, e le pietre probabilmente lanciate verso il cielo, come fanno le nostre bombe, descrivevano una parabola; perciò spessissimo non toccavano il luogo determinato, ma quando coglievano nel segno cagionavano una prodigiosa ruina. Le fortezze non avevano nè bastioni, nè terrapieni che potessero sostenerne i colpi, perciocchè, fino a tale epoca, muraglie di conventi o di chiese, torri e campanili, avevano sostenuti lunghi assedj; ma tutt'ad un tratto si videro interi pezzi di muraglie rovesciati da un solo colpo di bombarda, e schiacciati i difensori sotto le loro ruine. Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, era venuto a Brondolo per assicurare la difesa di così importante posto. Il 22 gennajo un colpo di bombarda rovesciò sopra di lui un pezzo di muraglia del convento, e l'uccise con suo nipote; all'indomani un altro pezzo della muraglia dello stesso convento schiacciò ventidue soldati[345]. Napoleone Grimaldi successe al Doria nel comando de' Genovesi chiusi in Chiozza. I Veneziani, protetti dall'artiglieria del Fossone, avevano colate a fondo due galere nel canale di Brondolo, e avendole unite assieme con grosse catene avevano interamente chiusa quest'uscita agli assediati. Il Grimaldi tentò d'aprirsi una nuova comunicazione coll'alto mare, scavando dietro il convento di Brondolo un canale che doveva tagliare l'argine, e supplire ai due porti che avevano chiusi i Veneziani.