Durante l'inverno gli alleati contro di Venezia ascoltarono proposizioni di pace e si aprì un congresso a Cittadella. Il re d'Ungheria, i Genovesi, Francesco di Carrara ed il patriarca d'Aquilea esposero le loro domande: la repubblica di Venezia sembrava apparecchiata ai più grandi sacrificj, onde accettò quasi tutte le proposizioni de' suoi nemici; ma invece d'inspirar loro colla sua moderazione più pacifiche disposizioni, non tardò ad avvedersi, che ogni concessione faceva nascere una nuova domanda; onde il 20 aprile del 1381 ordinò ai suoi ambasciatori di ritirarsi, e ricominciarono le ostilità[356].

Disperando i Veneziani di salvare Treviso, che fino dal cominciamento della guerra trovavasi assediata da Francesco da Carrara e dagli Ungari, la cedettero gratuitamente il 2 maggio a Leopoldo duca d'Austria, che fin allora aveva mostrato di fare causa comune coi loro nemici, ma che in tale occasione si disgustò col Carrarese, cui toglieva una conquista che questi da tanto tempo così avidamente desiderava[357]. I Veneziani, abbandonando in tal modo l'ultimo possedimento che avevano in terra ferma, si liberavano da ogni inquietudine per gli affari del continente, onde dirigere tutte le forze loro verso la guerra marittima. Carlo Zeno era uscito dalle lagune con tredici galere, e sedici altre ne aveva trovate nei mari della Grecia, che si posero sotto le sue insegne. D'altra parte Gaspare Spinola comandava una flotta di trentuna galere genovesi. Ma i due ammiragli, dividendo e riunendo di nuovo le loro forze, s'andavano inseguendo alternativamente senza mai raggiugnersi; il genovese minacciò le coste dell'Adriatico, il veneto quelle della Liguria; e la maggior parte dell'estate si passò senza verun fatto d'importanza[358].

E per tal modo la guerra trovavasi quasi ridotta a spedizioni di corsari, ed a danneggiare ogni giorno i vascelli mercantili. L'ardente odio che aveva messi l'un contro l'altro i due popoli maritimi, pareva ormai esausto; ognuno sospirava la pace; ed il conte Amedeo di Savoja, essendosi offerto mediatore, trovò tutte le potenze belligeranti ugualmente disposte a negoziare. Spedirono i loro ambasciatori a Torino, ed il trattato di pace venne sottoscritto l'8 agosto del 1381[359]. I Veneziani evacuarono Tenedo e ne spianarono le fortificazioni; Francesco di Carrara fu dichiarato sciolto da tutti gli obblighi che aveva in forza del trattato del 1372, e ristabilito negli antichi suoi confini; il re d'Ungheria restò possessore di tutta la Dalmazia e soltanto s'impegnò a non dar pratica ai corsari; per ultimo vennero reciprocamente rilasciati senza taglia i prigionieri. Così finì questa accanita guerra, dopo avere tolti ai Veneziani tutti i possedimenti continentali ed una ragguardevolissima parte delle loro ricchezze, e dopo di avere fatta perdere ai Genovesi la più bella flotta ed il fiore de' marinaj[360].

CAPITOLO LII.

Rivoluzioni di Genova, di Napoli, del regno d'Ungheria. — Conquiste dei Veneziani in Oriente. — Potenza di Giovanni Galeazzo Visconti. — Ruina delle case della Scala e di Carrara.

1382 = 1388.

I Genovesi mai non avevano spiegata tutta la loro potenza e tutti i mezzi della loro repubblica come nella guerra di Chiozza. Avevano essi sparso il terrore delle loro armi nell'impero greco e nel regno di Cipro, avevano diretti i consigli del re d'Ungheria, del patriarca di Aquilea e del signore di Padova, facendo in modo che tutte le operazioni degli alleati mirassero costantemente al comun bene della lega. Avevano fatta tremare per la sua esistenza medesima la repubblica di Venezia, loro rivale, avevano superati i ripari datile dalla natura e con lei diviso il dominio delle lagune; e quando per soverchia temerità ebbero perduta la più bella flotta e la più bell'armata, che mai avessero spedite contro ai loro nemici, eransi ancora trovati in istato di farsi temere dai Veneziani nel golfo medesimo che da questi prende il nome, e di dettar loro le condizioni di una pace gloriosa per Genova, e vantaggiosa a tutti i suoi alleati. Dopo tanti gloriosi avvenimenti, dovevasi credere che questa repubblica acquisterebbe sull'intera Italia un'influenza cui non aveva per lo innanzi aspirato, e si assicurerebbe in pace quella preminenza sopra la sua rivale, che gli avevano ottenuta in guerra le sue armi. Questi pronostici non si avverarono altrimenti. Venezia ricuperò in pochi anni colla sua prudenza, col suo coraggio, colla sua attività, tutte le province che aveva perdute, ed un'opinione ancora più grande della sua potenza; le sue disfatte a Chiozza parvero essere state il segnale d'una nuova carriera di prosperi avvenimenti; Genova per lo contrario più non si rialzò dalle perdite che le stesse sue vittorie avevano cagionato alle finanze ed alla popolazione. Un periodo di disastri e di ruine comincia per i Genovesi alla guerra di Chiozza, e non termina che dopo molti anni di servitù sotto stranieri padroni. È tanto vero che importa meno ad un popolo il vincere che il non abusare delle sue forze; e che si può camminare verso la ruina e la schiavitù per una strada coperta d'archi trionfali.

Le guerre civili terminarono di esaurire un popolo che di già languiva oppresso da' suoi proprj sforzi. Ad ogni modo è cosa naturale, che uomini, i di cui talenti tutti e tutta l'energia ebbero uno sviluppamento ne' campi o sui vascelli d'una repubblica, non sappiano poi rientrare in riposo e nella nullità, nè piegarsi sotto l'ubbidienza civile, dopo avere comandato essi medesimi. Si può frequentemente presagire ad un popolo, che sparse lo spavento presso tutti i suoi vicini, che i suoi generali medesimi lo faranno un giorno tremare, e lo puniranno delle sue vittorie.