Circa la metà del secolo, Simone Boccanegra il primo doge di Genova, avea allontanate dal governo le antiche famiglie nobili; e d'allora in poi i cittadini che facevansi chiamare uomini del popolo erano succeduti ai gentiluomini non solo negli impieghi, ma ancora nella pubblica opinione. Rari talenti, grandi ricchezze, o molto coraggio, ne avevano illustrati alcuni; e la moltitudine ubbidiva con confidenza ad una nuova aristocrazia che di già s'innalzava sulle ruine dell'antica.

Distinguevasi tra gl'idoli del popolo Lionardo di Montalto, giureconsulto ed amico di Simone Boccanegra. Quando nel 1363 morì questo doge, Lionardo di Montalto ereditò l'influenza che il Boccanegra aveva esercitata, e rimase capo de' Ghibellini[361]. A molta moderazione aggiungeva grandissimo coraggio, e sebbene alla testa d'una fazione, altro scopo non si proponeva che il mantenimento dell'ordine e della libertà. Ma nella lotta contro meno scrupolosi avversarj dovette ben tosto rimanere perdente. Gabriele Adorno, ricco mercante, di una famiglia affatto nuova, era stato nominato doge nel 1363 dal favore del partito guelfo, e due anni dopo Montalto era stato forzato a ripararsi a Pisa coi principali Ghibellini[362].

Domenico di Campo Fregoso, altro mercante di parte ghibellina, adunò presso di sè gli sparsi avanzi di questa fazione. Così cominciò la rivalità degli Adorni e de' Fregosi, famiglie per l'addietro ugualmente sconosciute, e che dovevano illustrarsi col vicendevole loro odio e col sangue che farebbero versare alle loro fazioni. Gabriele Adorno fu doge dal 1363 al 1370, e Domenico di Campo Fregoso occupò la stessa carica dal 1370 al 1378[363]. L'uno e l'altro governarono lo stato con talenti e con una fermezza proporzionati alla loro ambizione: sì l'uno che l'altro furono precipitati dal trono ducale da una sedizione popolare.

Niccola di Guarco successe nel 1378 al Fregoso; e Niccola fu quello che tanto gloriosamente sostenne la guerra di Chiozza contro i Veneziani[364]. Per accrescere le forze della sua patria richiamò alle cariche di confidenza que' nobili, che nelle precedenti amministrazioni erano stati allontanati dal governo. I Doria, gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi comandarono le armate e le flotte della repubblica, e giustificarono con prosperi successi la scelta del doge e la confidenza del popolo.

Quando la pace fu stabilita al di fuori, e che la demolizione del forte di Tenedo calmò le incertezze che si avevano intorno alla fedele esecuzione del trattato di Torino, si risvegliò la gelosia de' plebei contro i nobili, ed il 19 marzo 1383 i macellaj eccitarono in Genova una sedizione. Sebbene fosse uno di que' giorni della settimana santa, ne' quali la chiesa non permette l'uso delle campane, gli ammutinati suonarono campana martello per chiamare in Genova gli abitanti della Polsevera e di Voltaggio[365]. Il popolo, irritato per l'accrescimento delle imposte, reso necessario dall'ultima guerra, si adunò maledicendo le gabelle, e minacciando il governo, che veniva accusato di averle inventate.

Leonardo di Montalto, che in quell'istante tornava a Genova, ed Antoniotto Adorno, che nella fazione guelfa era succeduto al credito di Gabriele suo padre, non ignoravano che le lagnanze del popolaccio intorno alle imposte erano poco fondate, ma essi speravano di approfittare del loro malcontento per ristringere l'autorità del doge, per allontanare i nobili dall'amministrazione, e forse per salire essi medesimi alle principali cariche. Si presentarono adunque in qualità di mediatori tra il popolo ed il governo, ed ottennero dal doge una legge, che escludeva tutti i gentiluomini dai consiglj della repubblica, che licenziava una guardia stabilita al palazzo ducale, che aboliva alcune nuove gabelle, che sopprimeva un tribunale accusato di essere arbitrario, e che richiamava gli esiliati[366].

Le concessioni di Niccola di Guarco calmarono per poco tempo il furore del minuto popolo; ma il ritorno di Antoniotto Adorno e di Pietro di Campo Fregoso, ch'erano esiliati, opponeva al doge nemici più ardenti che quelli che aveva di già combattuti. Questi due capi di parte, dimenticando le antiche loro divisioni, si riunirono a Montalto per attaccare il doge nel suo palazzo. S'accorsero tutti tre che Niccola di Guarco si circondava di gente armata e meditava di ricuperare con aperta forza l'autorità che la violenza gli rapiva. I soldati adunati nel palazzo pubblico risvegliarono la collera del popolo, senz'essere abbastanza forti per disprezzarla. Il 5 aprile vennero attaccati da tutte le parti, ed il giorno 6 Niccola di Guarco, perdendo la speranza di potere più lungamente resistere, fuggì sotto mentite vesti colla sua famiglia[367].

Il popolaccio voleva portare l'Adorno sul trono ducale, i buoni cittadini preferivano Montalto, e poco mancò che la contesa tra i due alleati, tornati rivali, non si decidesse colle armi. Finalmente la vinse Montalto; ma perchè dopo un anno morì di malattia, Antoniotto Adorno gli fu sostituito dai suffragi unanimi de' suol concittadini[368].

Le repubbliche non erano sole agitate da intestine dissensioni e da guerre civili; la stessa epoca non riuscì meno funesta al riposo delle monarchie; perciocchè si videro nel mezzodì dell'Italia i popoli combattere per la scelta de' loro padroni, come più al nord combattevano per dilatare i loro diritti ed i loro privilegi. Ma Genova, Venezia e Firenze si esaurivano coll'abuso delle loro forze; per lo contrario il regno di Napoli perdeva oscuramente le sue risorse nella mollezza e nel vizio, senza che comprendere si potesse l'impiego ch'egli faceva delle sue ricchezze e della sua popolazione. Carlo III aveva conquistato questo regno sopra Giovanna di Napoli senza dare battaglia, e di già vacillava sopra un trono sempre più facile ad essere occupato, che difeso. Colle sue lettere patenti del 29 giugno 1380[369] Giovanna aveva adottato Luigi, duca d'Angiò, figlio di Giovanni re di Francia, fratello di Carlo V che morì questo stesso anno, e reggente della Francia in principio del regno di Carlo VI. Luigi d'Angiò, che non aveva potuto salvare Giovanna, apparecchiavasi a vendicarla, o piuttosto a conquistare il suo regno ed a raccorne l'eredità. Egli scese in Italia nel 1383 con un esercito, che i più moderati calcoli portano a quindici mila cavalli[370]. Lo accompagnavano il conte di Ginevra, fratello di papa Clemente, il conte di Savoja e molti dei principali signori francesi; e quando il 17 luglio del 1382 entrò negli Abruzzi, ingrossarono la sua armata moltissimi signori napolitani, che desideravano vendicare la morte di Giovanna e scuotere il giogo di Carlo III. I contadi di Provenza e di Forcalquier avevano di già riconosciuto Luigi quale legittimo successore della regina, ed una flotta provenzale giunse sulle coste di Napoli per offrire soccorsi a coloro che si darebbero al partito d'Angiò. La nobiltà, che sola nel regno veniva consultata dal monarca, non era soddisfatta delle sue liberalità, e qualche gelosia di famiglia, qualche feudo tolto o accordato ingiustamente, inasprivano l'animo di questi orgogliosi baroni. I San-Severini, i conti di Tricarico, di Matera, di Conversano e di Caserta, con molti altri, spiegarono lo stendardo di Luigi[371]. Così cominciò la fazione degli Angioini, che doveva colla sua rivalità colla fazione di Durazzo costare tanto sangue al regno di Napoli.

La guerra per altro non si aprì con istrepitosi fatti; Carlo III, vedendosi abbandonato da' suoi baroni, non s'arrischiò di tenere la campagna; chiuse le sue truppe nelle piazze forti, ed aspettò che i Francesi, consumati da mancanza di vittovaglie, dal calore del clima, dalle malattie, avessero perduto il loro vigore. Mentre egli andava temporeggiando, gli Angioini occuparono quasi tutte le province poste lungo il mare Adriatico, ma le loro forze si esaurivano in una lunga serie di piccole zuffe e di assedj. Intanto il 10 ottobre 1384 il duca d'Angiò morì a Biseglio, nella terra di Bari, di naturale infermità, onde la sua armata si dissipò da sè medesima[372].