Pure la morte di Luigi non rendeva la tranquillità al regno, o la pace a Carlo di Durazzo. I baroni malcontenti, e tutto il partito angioino si ostinavano nella loro disposizione alla ribellione, ed Urbano VI, che aveva data la corona a Carlo, lo andava sempre minacciando di ritorgliela. Quest'orgoglioso pontefice aveva abbandonata Roma per venire a Napoli a governare il regno ed il re. Chiedeva per suo nipote Butillo l'investitura dei principati e dei feudi di Capoa, d'Amalfi, di Nocera e di Scafa[373], ed autorizzava la più scandalosa condotta di questo suo nipote[374]. Finchè visse Luigi, Carlo mostrò verso Urbano i più dilicati riguardi; però gli diede una guardia d'onore, che lo sopravvegliava ne' castelli d'Aversa o di Napoli. Ma quando il re condusse il suo esercito nella Puglia contro il suo emulo, Urbano approfittò della sua lontananza per istabilirsi co' suoi cardinali e tutta la sua corte nel castello di Nocera, ch'era stato ceduto a suo nipote. Allora si arrogò un'autorità superiore a quella del monarca; sindicò tutti gli atti della sua amministrazione, manifestando in faccia a lui quello stesso violento carattere, impetuoso ed inconseguente, che gli aveva alienati i cardinali, ed era stato la prima cagione dello scisma.
Carlo, liberato dalla molestia che gli dava Luigi, tornò a Napoli il 10 novembre, ed invitò il pontefice a recarsi presso di lui. «Non è questa la costumanza dei papi, rispose Urbano, di frequentare le corti dei re, ma sì bene quella dei re di porsi in ginocchio ai piedi de' papi. Che Carlo abolisca tutte le nuove gabelle che ha stabilite, ed allora io potrò di nuovo riceverlo presso di me con bontà.» Il monarca irritato, giurò che governerebbe secondo il suo beneplacito un regno che aveva conquistato soltanto colla sua spada[375], e subito ordinò al grande contestabile di assediare Nocera. Tre macchine per lanciar pietre vennero collocate ai tre angoli del castello, e l'attacco si cominciò sotto gli ordini d'Alberico di Barbiano, valoroso capitano d'avventurieri, che Carlo aveva nominato grande contestabile del regno. Dal canto suo il papa affacciavasi tre o quattro volte al giorno alle finestre del castello di Nocera con una candela ed un campanello in mano per maledire e scomunicare l'armata del re[376].
Nel regno di Napoli non adoperavasi ancora l'artiglieria, ed il castello di Nocera non poteva prendersi coi mezzi consueti. Negli otto mesi che durò l'assedio, Urbano cercò esteri alleati che venissero a liberarlo. Da un canto, Antoniotto Adorno, doge di Genova, colse avidamente quest'occasione di far sentire i benefici effetti della sua protezione al capo della Cristianità. La cavalleresca generosità del suo carattere veniva in tale circostanza secondata dal suo orgoglio. Armò dieci galere sotto gli ordini di Clemente Fazio che mandò sulle coste di Napoli per ricevere il pontefice nel momento in cui gli riuscirebbe di fuggire[377]. D'altra parte Ramondello Orsini e Tommaso di San-Severino, due baroni di parte angioina, che avevano adottata nello scisma la causa di Clemente VII, offrirono il loro ajuto ad Urbano, il quale non isdegnò di essere salvato dagli scismatici. Questi, con tre mila cavalli, fecero levare l'assedio di Nocera con un improvviso attacco, e condussero il papa alla foce del Sele al sud-est di Salerno, ove stava aspettandolo la flotta genovese[378].
Urbano V portava seco sulle galere di Genova que' medesimi cardinali che egli aveva decorati della porpora romana, dopo che lo aveva abbandonato tutto il sacro collegio per nominare un antipapa. Ma questi prelati non sapevano meglio de' loro predecessori accomodarsi alle stravaganze del pontefice. Erano con lui passati di castello in castello, ed implicati in guerra senza soggetto, si erano trovati esposti a tutti i pericoli d'un assedio. Mentre stavano chiusi in Nocera eransi tra di loro consigliati intorno ai mezzi di contenere un capo della Chiesa che disonorava la cristianità, e che dopo essere di già stato cagione di uno scisma, pareva che andasse preparandone un altro tra coloro che gli erano rimasti fedeli. La scrittura d'un giurista di Piacenza, che proponeva di dare un curatore al papa, faceva sopra di loro grandissima impressione[379]. Ma Urbano prevenne la loro risoluzione, facendo arrestare il 12 gennajo 1385, mentre trovavasi a Nocera, sei cardinali, che accusò d'averlo voluto assassinare; li fece porre alla tortura, e strappò la confessione di questo delitto a taluno di loro con terribili tormenti, ai quali assisteva egli medesimo, recitando il suo breviario[380]. In appresso li fece custodire in una cisterna, e giunto a Genova con questi sciagurati, ne fece strozzare alcuni in prigione, altri gettare in mare legati entro un sacco. Rimaneva vivo il sesto, il cardinale d'Inghilterra, il quale ottenne per grazia la vita, per l'intromissione del suo sovrano il re Riccardo II. Due altri cardinali, atterriti da tante crudeltà, abbandonarono la corte d'Urbano per rifugiarsi in quella d'Avignone, abbracciando il partito dell'antipapa. Clemente VII li accolse con piacere e li raffermò nell'esercizio delle dignità che ricevute avevano dal suo rivale[381].
La morte di Luigi d'Angiò e la fuga d'Urbano avevano liberato Carlo di Durazzo dai suoi più pericolosi avversarj; ma quando cominciava appena ad assicurarsi sul trono, un nuovo oggetto d'ambizione l'avvolse in nuovi pericoli, e riaccese la guerra civile nel mezzogiorno d'Italia. Il re Luigi d'Ungheria, il protettore ed il padre adottivo di Carlo di Durazzo, era morto l'11 settembre del 1382 dopo un regno glorioso d'oltre quarant'anni[382]. Malgrado i costumi dell'Ungheria, che escludono le donne dalla successione al trono, la nobiltà aveva acconsentito che Maria, figlia maggiore di Luigi, portasse la corona a Sigismondo, marchese di Brandeburgo, secondo figlio dell'imperatore Carlo IV, cui ella era stata accordata sposa in tenera età. La gloria e le virtù di Luigi, che moriva senza prole mascolina, avevano meritato che si accordasse questo favore alla figliuola; Maria venne coronata col titolo di Re[383]; e fino all'intero compimento del suo matrimonio, sua madre Elisabetta assunse il governo del regno, che poi divise con Niccola Gava, palatino d'Ungheria, suo favorito, che Luigi aveva colmato di ricchezze e di onori[384]. Ma il governo delle due donne e quello del loro favorito diventarono in breve egualmente odiosi alla nazione. I nobili malcontenti risolsero di chiamare alla corona Carlo di Durazzo, l'ultimo erede maschio del re d'Ungheria, di sangue francese. Carlo era stato allevato nella corte di Luigi, aveva adottate le costumanze del popolo guerriero cui doveva la propria grandezza; aveva comandate le armate ungare in molte occasioni, ed in particolare all'assedio di Treviso; egli finalmente pareva più degno d'una femmina di governare de' cavalieri. Paolo, vescovo di Sagabria, il suo più zelante partigiano, fu mandato a Napoli alla di lui corte per offrirgli la corona, e Carlo malgrado le rimostranze di Margarita sua moglie, che lasciò reggente del regno di Napoli, s'imbarcò il 4 settembre del 1385 alla volta di Signa in Schiavonia, di dove passò a Sagabria[385].
Carlo non s'annunciò alle due regine siccome uno che venisse a contrastar loro la corona colle armi alla mano; dichiarò anzi che veniva come un pacificatore del regno, lasciando il pensiero alla nobiltà di chiedere per lui la dignità reale. Le due regine, dopo averlo volontariamente ammesso a Buda, furono in fatti forzate ad offrirgli la loro abdicazione[386]; ed in una dieta tenutasi ad Alba Reale, Carlo venne con unanimi suffragi della nobiltà nominato re[387]. Ma le due regine avevano opposta alla dissimulazione di Carlo un'arte eguale; Niccola Gava adunava a loro favore i suoi satelliti sotto colore di celebrare le nozze d'una sua figlia, ed un giorno di solenne festa, in febbrajo del 1386, le regine fecero invitare il re nel loro appartamento, ove trovavasi ancora il palatino che diede agli appostati assassini, quando fu tempo, il convenuto segno. Carlo fu atterrato con un colpo di sciabola sul capo, e tutti i suoi partigiani furono uccisi. Il re per altro non morì in conseguenza delle sue ferite, ma rinchiuso a Visgrado, il 3 giugno del 1386, vi perì di veleno[388].
L'assassinio di Carlo diede in preda alla più ruinosa anarchia i due regni di Napoli e d'Ungheria. Margarita, sua consorte, rimase reggente del primo durante la minorità di Ladislao suo figlio, allora in età di soli dieci anni. Ma la nobiltà di Napoli aveva creata una magistratura indipendente, che tra poco venne in concorrenza d'autorità colla regina. La fazione d'Angiò, di cui si fecero capi Tommaso di San-Severino ed Ottone di Brunswick, ultimo marito di Giovanna, aveva proclamato re Luigi II d'Angiò sotto la tutela di sua madre Maria. Il San-Severino, che assumeva il titolo di vicerè, obbligò Margarita ed il partito di Durazzo, ad uscire di Napoli per chiudersi in Gaeta: ma l'ingratitudine de' provenzali fece loro perdere il frutto della vittoria; disgustarono il San-Severino ed il duca di Brunswik, e forzarono l'ultimo ad abbandonare la loro causa per darsi al partito di Durazzo[389]. Intanto universale era la confusione; due re ancora fanciulli, sotto la tutela di due donne più intriganti che avvedute, lottavano l'uno contro l'altro, ed insieme contro i loro sudditi. Due papi, che si scomunicavano a vicenda, cercavano di opprimere il principe loro avversario, e di spogliare il re loro pupillo della sua legittima autorità per sostituirvi quella della santa sede. Tutti i baroni erano armati, e sotto pretesto della guerra civile taglieggiavano i borghesi ed i contadini del loro partito, saccheggiando ed incendiando le proprietà dei loro nemici. In mezzo a così spaventosi disordini non sorgeva verun uomo di così singolari talenti da chiamare a sè gli sguardi della nazione, onde far nascere la speranza di più felice avvenire.
Nel regno d'Ungheria la sorte delle due regine eccitò da prima la pietà, quando vennero spogliate dei loro diritti; ma tenne dietro a questo sentimento l'universale indignazione, quando ricuperarono la reale dignità con un'atroce perfidia. Giovanni d'Horwath, banno di Croazia, avendole sorprese, ed uccise le loro guardie, fece tagliare la testa in presenza loro a Niccola Gava, e gettar nel fiume la regina madre Elisabetta. Le damigelle della giovane regina Maria erano intanto abbandonate alla brutale libidine de' Croati, e la principessa, che, dicesi, fu la sola non violata, venne rinchiusa nel castello di Crupa[390].