Sigismondo, marchese di Brandeburgo, giugneva di questi tempi in Ungheria per celebrare le nozze colla giovane sposa. Parte della nobiltà ungara si attaccò a lui, ma la fazione che aveva chiamato, ed in appresso vendicato Carlo III, apparecchiavasi alla difesa. Giovanni d'Horwath fece trasportare la regina Maria, sua prigioniera, nel castello di Novigrado con intenzione di spedirla nel regno di Napoli alla vedova di Carlo III, ma vi si opposero i Veneziani. Preferendo il presente loro vantaggio al risentimento delle passate ingiurie ricevute dal re Luigi, si allearono con Sigismondo e con Maria; spedirono al primo consumatissimi negoziatori per ripristinare la pace in Ungheria, e farvi riconoscere il nuovo re; incaricarono Giovanni Barbadigo, uno de' loro ammiragli, di tener d'occhio le coste della Croazia perchè la regina Maria non venisse suo malgrado trasportata a Napoli, e costrinsero infine colle loro armi Giovanni d'Horwath ed il priore d'Aurania, suo fratello, a rendere a Maria la libertà. Venne questa principessa rilasciata il 4 giugno 1387, ed un mese dopo fu maritata a Sigismondo[391].
Per tal modo la repubblica di Venezia, tanto travagliata dalla potenza e dall'ambizione del re d'Ungheria, vide un alleato ch'essa aveva colmato di benefici succedere all'antico suo rivale. Quand'anche Sigismondo avesse potuto scordare la riconoscenza dovuta ai Veneziani, egli non poteva più disporre delle forze comandate da Luigi; perciocchè l'implacabile sua vendetta nel perseguitare i nemici di Maria eccitava ne' suoi stati sempre rinascenti ribellioni, e quasi tutti i vecchi consiglieri ed i generali di Luigi furono assassinati, o perirono sul patibolo[392]. Alcune province già dipendenti dalla corona d'Ungheria si staccarono, e Sigismondo fu costretto a riconoscere, nel 1387, tra i suoi sudditi, un nuovo re di Rascia e di Bosnia, il quale stendeva la sua giurisdizione sopra Zara, Traù, Sebenico, Spalatro ed altre città tolte ai Veneziani sulle coste della Dalmazia[393]. Perciò la repubblica più non ebbe a temere che una marina formata sotto la protezione del re d'Ungheria potesse un giorno dividere con lei l'impero dell'Adriatico.
Passarono altri vent'anni avanti che i Veneziani tentassero di ricuperare i possedimenti perduti sulle coste della Schiavonia: ma le rivoluzioni di Napoli e di Ungheria offrirono loro l'opportunità di fare un importantissimo acquisto all'ingresso del golfo Adriatico. L'isola di Corfù o Corcira, si diede volontaria ai Veneziani. Quest'isola rimasta agl'imperatori latini di Costantinopoli, dopo ch'ebbero perduta la loro capitale, era stata riunita alla corona di Napoli. In tempo delle guerre civili della Puglia i Corfioti scossero il giogo de' Napolitani; e dopo essersi alcun tempo governati a comune, implorarono la protezione de' Veneziani, sottomettendosi a loro il 9 giugno del 1386, a condizione che fossero conservati tutti i loro privilegi[394]. Durazzo, importantissima città sulle coste dell'Albania, che il vecchio Carlo d'Angiò aveva tolta ai Greci, e che col titolo di ducato era passata in un ramo della sua famiglia fino a Carlo III re di Napoli e d'Ungheria, fu circa lo stesso tempo conquistata dai Veneziani; e due anni dopo vennero aggiunte ai dominj della repubblica, in forza delle cessioni dei feudatarj che le governavano, le due città d'Argo e di Napoli di Romania[395]: e se i Veneziani non ispinsero più in là le loro conquiste in Ungheria, in Grecia e nel regno di Napoli in tempi in cui veruna di questi popoli era in istato di opporre loro resistenza, ciò deve attribuirsi al desiderio che avevano ardentissimo di vendicarsi di Francesco da Carrara, onde ne' tempi medesimi tutte le loro forze e tutta la loro ambizione erano volte al continente di Lombardia.
Francesco da Carrara, signore di Padova, aveva acquistato dall'arciduca Leopoldo d'Austria la città ed il territorio di Treviso[396], che i Veneziani avevano ceduti all'arciduca. Gli stati del Carrara venivano per questo nuovo acquisto a fronteggiare la laguna in tutta la sua estensione e toglievano ai Veneziani ogni comunicazione col continente. Un vicino qual era il Carrara, in ogni tempo alleato di tutti i nemici della repubblica, e che al desiderio di nuocere univa abilità e potenza, inspirava al senato un'estrema diffidenza. I Veneziani, che ancora non eransi riavuti dei danni dell'ultima guerra, cercavano di eccitare nemici contro il Carrara piuttosto che attaccarlo essi medesimi. Riaccesero segretamente l'odio d'Antonio della Scala, signore di Verona, e lo persuasero ad assumersi colle proprie le altrui vendette, attaccando il loro nemico.
Antonio della Scala era figlio naturale di Cane signore della Scala, cui era succeduto nel 1374 unitamente a suo fratello Bartolomeo[397]. Per regnar solo aveva fatto assassinare nel 1381 il fratello, e morire la sua amica con tutta la sua famiglia in mezzo a terribili tormenti, siccome colpevoli del delitto ch'egli medesimo aveva commesso. Francesco da Carrara aveva pubblicamente manifestato l'orrore inspiratogli da tanta perfidia e crudeltà[398]; ed il bastardo della Scala credette, dichiarando la guerra al signore di Padova, di smentire un'accusa di cui si vergognava, e di cancellare le tracce del suo delitto. Nel 1385 conchiuse un trattato di sussidj coi Veneziani, e si obbligò per venticinque mila ducati, che dovevano essergli pagati ogni mese, finchè durasse la guerra, a spogliare la casa di Carrara di tutti i suoi stati, cedendo però Treviso ed il suo territorio alla repubblica[399].
Invano Francesco da Carrara cercò di far sentire al suo irritato vicino, che i loro stati non avevano fin allora con altro mezzo conservata la loro indipendenza che coll'antica alleanza delle due famiglie, e che colui che ajuterebbe a spogliare l'altro, sarebbe anch'esso bentosto spogliato da que' medesimi che avrebbero combattuto con lui. Antonio della Scala, sordo a questi avvisi, adunò soldati, ed il 5 aprile 1386 li mandò nel territorio di Padova sotto il comando di Cortesia di Sarego. I due signori tenevansi egualmente lontani dai pericoli della guerra; e Carrara prese al suo soldo Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, che incaricò di respingere il nemico. Il 25 giugno 1386 ebbe luogo una battaglia alle Brentelle, nella quale fu fatto prigioniere il Sarego con otto mila tra soldati e milizie veronesi, oltre ottocento uomini rimasti sul campo di battaglia[400].
Ma si era introdotta la costumanza di rilasciare i prigionieri senza taglia dopo avergli spogliati de' loro cavalli e delle armi, di modo che la perdita di una battaglia, altro non era che una perdita di danaro. La signoria di Venezia regalò sessanta mila fiorini ad Antonio della Scala per indennizzarlo della disfatta avuta, ed un astrologo gli promise che sarebbe in breve signore di Padova, onde ricusò tutte le offerte di conciliazione che il Carrara non aveva mancato di fargli[401].
Nel principio della seguente campagna (1387) l'una parte e l'altra aveva portate le proprie forze fino a sei in otto mila uomini di cavalleria e ad undici mila pedoni. Francesco Novello di Carrara, figlio del signore di Padova, combatteva nell'armata di suo padre sotto gli ordini di Giovanni d'Azzo e di Giovanni Acuto. Dopo avere guastato il territorio di Verona, l'armata padovana dovette ritirarsi, avendo in testa forze assai superiori, comandate dai due generali di Antonio della Scala, Giovanni degli Ordelaffi ed Ostasio da Polenta signore di Ravenna. Ma giunta a Castagnaro presso di Castelbaldo, ella si fortificò dietro un canale e aspettò di essere attaccata dai nemici. Si diede una grande battaglia l'undici marzo del 1387, e l'armata veronese fu nuovamente rotta, i suoi due generali furono fatti prigionieri con quattro mila seicento venti corazzieri, ed Acuto potè portare la desolazione fino sulle porte di Verona e di Vicenza[402].
Non pertanto Francesco Carrara scrisse un'altra volta al signore della Scala per domandare la pace; ma nello stesso tempo la signoria di Venezia gli spediva centomila fiorini per levare una terza armata; e Giovanni Galeazzo Visconti, signore di Milano, vicino ancora più pericoloso dei Veneziani, vedeva con piacere l'indebolimento dei due signori della Marca Trivigiana per tirarne vantaggio: offrì soccorsi all'uno ed all'altro, aspettando il favorevole istante per ispogliarli ambidue de' loro stati. Antonio della Scala, porgendo orecchio alle sue perfide suggestioni, rimandò senza risposta la lettera del Carrara[403].