Giovanni Galeazzo, che assumeva il titolo di conte di Virtù, era succeduto nel 1378 a suo padre Galeazzo[404] nel governo della metà della Lombardia. Egli risedeva a Pavia, mentre suo zio Barnabò soggiornava in Milano. Avea questi divise tra i numerosi suoi figliuoli le città del suo dominio[405], e perchè desiderava di accrescere il loro patrimonio coll'eredità di suo nipote, aveva tenuto mano a diverse congiure contro la persona o le province di Giovanni Galeazzo. Il conte di Virtù erasi sottratto ai macchinamenti dello zio, senza dare indizio d'averli scoperti. Improvvisamente mostrossi divoto, facendosi spesso vedere con un rosario in mano a visitare le chiese e trattenervisi lungamente in preghiere. Barnabò ascriveva a pusillanimità il cambiamento del nipote, e lo confermavano in questo giudizio le precauzioni che vedevalo prendere per sua sicurezza; perciocchè questo principe aveva raddoppiate le sue guardie, che mai non l'abbandonavano, e mostrava per le più piccole cose un subito terrore. Finalmente ne' primi giorni di maggio del 1385, il conte di Virtù fece sapere di voler andare in pellegrinaggio al tempio di M. V. sopra Varese, non molto discosto dal lago maggiore, e si pose in viaggio con una numerosa guardia, che sempre stavagli ai fianchi. Avvicinandosi a Milano la mattina del 16 maggio, Barnabò gli andò incontro coi due suoi figli maggiori. Giovanni Galeazzo, dopo avere teneramente abbracciato lo zio, si volse ai due suoi capitani, che poi acquistarono tanto nome militando per lui, Giacomo del Verme ed Antonio Porro, e loro diede in lingua tedesca, che di que' tempi era la lingua militare di tutta l'Europa, l'ordine di arrestare Barnabò. All'istante i soldati tolsero di mano a questo principe la briglia del cavallo, tagliarono il cinturone della sua spada, e lo strascinarono lontano dalla sua gente, mentre egli chiamava invano suo nipote, supplicandolo a non essere traditore del proprio sangue. Milano aprì subito le porte a Giovan Galeazzo, mentre in uno de' suoi forti vennero chiusi Barnabò ed i figliuoli. Tre volte fu il primo avvelenato ne' sette mesi della sua prigionia, e morì finalmente il 18 dicembre del 1385[406]. Le sue crudeltà e le enormi gabelle l'avevano reso tanto odioso al popolo, che veruno de' suoi sudditi cercò di difenderlo. Colla medesima indifferenza venne abbandonato dai suoi alleati; e Giovan Galeazzo, rimasto solo padrone della Lombardia, depose la maschera religiosa che aveva portata tanto tempo, e rivolse contro i suoi vicini le forze che aveva rapite allo zio.
Giovanni Galeazzo aveva più volte offerta la sua alleanza tanto allo Scala che al Carrara, ma avevano l'uno e l'altro ricusato di associarsi ad un principe di cui era nota la mala fede. Pure Antonio della Scala, dopo la rotta di Castagnaro, diede orecchio alle proposizioni di Giovan Galeazzo, e già stava, coll'intromissione de' Veneziani, per conchiudere con lui un trattato, quando Francesco da Carrara risolse di prevenirlo, ed accettò l'alleanza fin allora costantemente ricusata[407]. In questo trattato, firmato il 19 aprile 1387, Verona veniva ceduta a Giovan Galeazzo, Vicenza a Francesco; e questi cedeva al Visconti due de' migliori suoi capitani, Giovanni d'Azzo ed Ugolotto Biancardo, che l'esaurimento delle sue finanze più non gli consentiva di tenere al suo soldo[408].
Infatti i principi alleati occuparono uno il territorio di Verona, l'altro quello di Vicenza. I cittadini di quest'ultima città fecero sentire al Carrara che non doveva ruinare un paese, sul quale voleva regnare; che Vicenza, sebbene fedele alla casa della Scala, era non pertanto disposta a far dipendere la sua sorte da quella di Verona, e ch'essi gli aprirebbero le porte tosto che saprebbero averle Verona aperte al Visconti. In pari tempo gli abitanti di Udine, a suggestione de' Veneziani, attaccarono il Carrara dalla banda di Treviso, e lo costrinsero ad accettare la proposizione de' Vicentini[409].
Questa diversione non bastò a salvare lo Scala, la di cui capitale veniva gagliardamente stretta d'assedio dall'armata del Visconti. I Veneziani gli avevano somministrati sussidj di danaro e non soldati, e l'imperatore Wenceslao, cui aveva chiesto ajuto, gli avea spedito un ambasciatore piuttosto per ostentazione della sua autorità in Italia, che per assisterlo validamente. Ugolotto Biancardo, che avea il comando dell'armata milanese, aggiunse la seduzione alla forza; alcuni traditori gli aprirono la porta di san Massimo nella notte del 18 ottobre, ed Antonio della Scala, dopo avere consegnate la sua fortezza all'ambasciatore imperiale, fuggì co' suoi tesori per l'Adige a Venezia[410].
L'ambasciatore di Wenceslao, rimasto padrone della fortezza di Verona, e dei segni del comando convenuto tra i governatori di Vicenza e de' castelli[411], li vendette al miglior prezzo possibile a Giovanni Galeazzo e si ritirò in Boemia col danaro ammassato con così disonesti modi. Tutte le fortezze vennero allora aperte a Giovanni d'Azzo e ad Ugolotto Biancardo; e questi occupò ancora Vicenza a nome del conte di Virtù; e la casa della Scala, che aveva regnato cento vent'otto anni in Verona, e che due volte aveva aspirato alla corona d'Italia, fu spogliata di tutti i suoi possedimenti.
Dietro il trattato convenuto tra il Carrara e Giovan Galeazzo, Vicenza avrebbe dovuto essergli immediatamente consegnata, ma il signore di Padova conosceva il suo alleato, e non contava sulla di lui buona fede. Si tacque, quando seppe che Giovan Galeazzo moveva pretensioni sopra Vicenza, come fosse una eredità di sua moglie[412]; e pensò soltanto a difendersi contro gli abitanti di Udine, cui i Veneziani davano scopertamente soccorso. Udine, capitale del patriarcato d'Aquilea, non aveva voluto riconoscere Filippo d'Alençon, patriarca consacrato da Urbano VI, mentre il Carrara proteggeva questo prelato[413]. Ma quando il signore di Padova vide il turbine mosso contro di lui dalla repubblica di Venezia, fece a questa vivissime istanze di accordargli la pace, e chiese la mediazione del marchese d'Este, che venne rifiutata[414]. Nella stessa epoca Giovanni Galeazzo mandava a Venezia due ambasciatori per trattare colla repubblica un'alleanza contro il Carrara; il quale, avuto di ciò sentore, più non potè contenere il suo sdegno, e scrisse all'imperatore, al papa ed a tutti i sovrani d'Europa lettere circolari per denunciar loro la perfidia del conte di Virtù, e chiedere giustizia de' suoi tradimenti. S'addirizzò ai medesimi Veneziani, sperando che la loro consueta prudenza vincerebbe la loro animosità: il tradimento, di cui vedevasi vittima, poteva servire di esempio al senato veneto; perciocchè se la conquista di Verona aveva aperta a Galeazzo la strada di Padova, la conquista di Padova poteva altresì agevolargli quella di Venezia. Ma il senato, non ascoltando che l'implacabile suo odio e la sua ambizione, segnò, il 29 marzo 1388, un trattato di divisione con Giovanni Galeazzo, in forza del quale Treviso, Ceneda e le fortezze di Coran e di sant'Eletto apparterrebbero alla repubblica, e Padova col suo territorio al signore di Milano[415]. Dietro domanda dei Veneziani Alberto, marchese d'Este, Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, e la comunità di Udine furono messe a parte di questa alleanza[416].
Francesco da Carrara solo, e senz'alleati; circondato da nemici, il minore de' quali, preso separatamente, lo uguagliava di forze; sapeva inoltre di dovere guardarsi dal suo popolo non meno che da' suoi vicini. Da oltre ventiquattro anni il principato di Padova era avvolto in continue guerre, e l'esaurimento delle finanze aveva costretto Francesco ad accrescere ogni anno le imposte. Le piazze pubbliche eccheggiavano sempre di grida minacciose, e lo scoraggiamento e l'impazienza palesavansi apertamente ne' consigli. Tutti coloro che il Carrara chiamava a parte delle sue deliberazioni erano suoi segreti nemici[417]; gli uni venduti a Giovanni Galeazzo, gli altri alla repubblica di Venezia, ed altri ancora, senza avere un determinato scopo, desideravano soltanto una rivoluzione.
Il signore di Padova invocò l'assistenza del duca di Baviera, col quale era congiunto di parentado, e del duca d'Austria, la di cui amicizia appoggiavasi ad antichi trattati; e l'uno e l'altro risposero che verrebbero a soccorrerlo quando loro sovvenisse il danaro necessario alle spese dell'armamento; ma nello stato d'esaurimento in cui trovavasi il Carrara, concedergli i chiesti sussidj a cotali condizioni, era un volerglieli negare.
Alcuni suoi consiglieri gli proposero di abdicare la signoria in favore di suo figliuolo; dicendogli che Venezia facevagli la guerra per un odio personale che non giugneva fino al figliuolo, il quale essendosi guadagnato l'affetto del popolo, troverebbe agevolmente nel di lui attaccamento inaspettati sussidj: ma quando si accorsero di non lo poter indurre all'esecuzione de' loro consiglj, cercarono di persuadere il giovane principe a sorprendere il padre ed a porlo in prigione, indi a trattare coi suoi nemici. Tali erano i depravati costumi dei tiranni d'Italia[418], che Francesco parve meritare grandissime lodi per avere rigettate così perfide insinuazioni[419].