Dopo lunghe deliberazioni, che raddoppiavano ogni giorno le inquietudini de' signori Carraresi, facendo loro più vivamente sentire l'impossibilità di difendersi, in ultimo il padre risolse di seguire il consiglio che aveva prima rifiutato, cedendo la signoria di Padova al figliuolo e ritirandosi egli a Treviso. Adunò nel pubblico palazzo il consiglio del popolo come praticavasi ne' tempi della repubblica padovana; fece che si nominassero quattro anziani, un gonfaloniere ed un sindaco della comunità, e rinunciò senza condizione nelle loro mani la signoria ereditata dai suoi maggiori. Ma il popolo di Padova, avvilito da settant'anni di servitù, più non conservava alcun generoso sentimento; e sentendosi incapace di vivere libero, non ebbe nè il coraggio, nè il desiderio di ritenersi il potere che gli si rendeva. Assistette all'abdicazione del vecchio Francesco da Carrara come ad una vana cerimonia; un dottore di legge, sindaco della comunità, rispose con un'ampollosa diceria alla lettura fatta dal procuratore del Carrara dell'atto di rinuncia; ed il gonfaloniere e gli anziani senza disamina e senza condizioni investirono all'istante Francesco Novello da Carrara della signoria abdicata dal padre. Così Padova mutò padrone il 29 giugno del 1388, ed all'indomani il vecchio Carrara partì alla volta di Treviso, di cui erasi riservata la sovranità[420].

Questo stesso giorno Giovan Galeazzo Visconti fece portare a Francesco Novello una sfida ed una dichiarazione di guerra; e non si vergognò in questo manifesto di appoggiarsi alla giustizia della sua causa ed alla protezione del cielo, accusando il suo avversario d'essere stato l'aggressore, e di averlo provocato coi tradimenti[421]. Giovanni Galeazzo pubblicava con ostentazione documenti ufficiali, e pare essersi lusingato di palliare agli occhi della posterità le sue scelleraggini col linguaggio della virtù; mentre per lo contrario l'opposizione tra i suoi discorsi e la sua condotta non servì che a disvelare tutta la sua doppiezza. Frattanto le truppe ch'egli aveva adunate a Verona ed a Vicenza entrarono nello stato di Padova, mentre vi penetravano pure per la Brenta e per l'Adige i Veneziani; e perchè tanto gli uni che gli altri si astenevano dal guastare le campagne, persuasero i contadini a dichiararsi contro il Carrara ed a darsi al loro partito[422].

Un fratello naturale del signore di Padova, il conte di Carrara, comandava le sue truppe, ed approfittando accortamente dei canali che tagliano la Marca Trivigiana, impediva al conte del Verme, generale del Visconti, di avanzare. Ma lo scoraggiamento ed i tradimenti erano comuni alla città, alle campagne ed alle fortezze del signore di Padova; i soldati erano frequentemente presi da panico timore; i comandanti spesso abbandonavano i posti e le fortezze loro affidate senza combattere, ed il popolo minacciava d'aprire le porte di Padova, se non gli si dava la pace[423]. I consiglieri chiamati da Francesco Novello gli dichiaravano, ch'essi non volevano vedere i loro poderi guastati più a lungo da contese che non li risguardavano; che non volevano esporre più oltre la città ad essere presa e trattata coll'estremo rigore da una sfrenata soldatesca; e nello stesso tempo facendogli sentire ciò che doveva temere per sè medesimo dalla vendetta dei Veneziani, lo consigliavano a vincere la generosità di Giovanni Galeazzo sottomettendosi a lui[424].

Francesco Novello, privo di mezzi di difesa, e non trovando tra i suoi parenti ed amici persona cui potersi interamente fidare, accondiscese finalmente alle istanze di tutto il suo popolo, consigliandosi colla necessità. Fece chiedere un salva condotto a Giacomo del Verme, per recarsi a Pavia presso al conte di Virtù, ed il 23 novembre del 1388 aprì a questo generale la capitale e tutte le fortezze. Preventivamente aveva caricati sopra varie barche i suoi più preziosi effetti e mandatili a Ferrara colla moglie e coi figli; egli prese la strada di Verona, e nell'atto di abbandonare la città, ove i suoi antenati avevano dominato settant'anni, e mentre attraversava il suo territorio, ebbe il dolore di essere testimonio delle feste e dell'allegrezze con cui i suoi sudditi celebravano l'inaugurazione del nuovo sovrano[425].

Alcuni negoziatori, spacciandosi mandati da Francesco Novello, recaronsi subito presso suo padre a Treviso, per invitarlo a confidarsi alla generosità di Giovanni Galeazzo. Gli offrirono un salvacondotto di Giacomo del Verme per andare a Pavia, persuadendolo ad aprire questa piazza al suo generale. Il vecchio Carrara trovavasi in più difficile situazione di suo figliuolo. Era stretto ad un tempo dalle armi de' Veneziani, dei Visconti e de' Trevisani ribellatisi contro di lui. Egli si era ritirato nella fortezza, sicura di una morte crudele se veniva in potere de' suoi nemici. Chiamò dunque Giacomo del Verme, introdusse i di lui soldati nella cittadella di Treviso, e s'incamminò alla volta di Pavia per implorare la generosità del vincitore.

Ma i salvacondotti accordati ai signori di Carrara non furono mantenuti. Giovanni Galeazzo temeva di vederli e di dir loro che non intendeva di mantenere le sue promesse. Fece dunque fermare il figlio a Milano ed il padre a Verona, senza loro permettere di proseguire il viaggio. Frattanto la biscia de' Visconti fu inalberata sulla riva dell'Adriatico, e gli stendardi di così temuto principe volteggiavano in faccia ai campanili di Venezia. Di già Giovanni Galeazzo meditava di far sentire la sua potenza a questa superba repubblica, e quando i deputati di Padova vennero ammessi alla sua presenza per rendergli omaggio, disse loro, elle se Dio gli accordava solamente cinque anni di vita renderebbe i Veneziani loro eguali, e porrebbe fine alla gelosia che una città mezzo sommersa cagionava da tanto tempo a Padova[426].

CAPITOLO LIII.